Toyo Ito porta luce e leggerezza a Cersaie | Architetto.info

Toyo Ito porta luce e leggerezza a Cersaie

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Ridefinire le città riportando più umanità, comunità e natura. visione dell’architetto giapponese durante l’attesissima lectio magistralis

di Luca Gibello e Belinda Hajdini

Francesco Dal Co introduce l’attesissima lectio magistralis di Toyo Ito, davanti a un pubblico variopinto. Non solo professionisti Italiani e internazionali, ma anche tantissimi giovani, si notano subito entrando in sala. Ito incomincia la sua carriera da architetto nel 1971 e dopo svariati successi ottiene il Pritzker Prize nel 2013.

La chiave di lettura per capire Ito, dice Dal Co, è innanzitutto capire che il suo lavoro non può essere categorizzato sotto un unico stile. Il suo approccio è infatti malleabile e sovverte ogni tipologia prefissata, mutando a seconda dei problemi che affronta. Le sue opere rivelano interesse non solo per l’aspetto puramente architettonico ma anche per la relazione che instaurano con le persone che fruiranno di quegli spazi.

Secondo Dal Co l’architettura di Ito è un modo per “rivestire la vita”, attraverso i nuovi materiali, il meticoloso studio di nuove tecnologie costruttive, la leggerezza, la luce e il respiro, tutto pensato in relazione con un ambiente esterno che si vuole allontanare dal contesto della megalopoli al fine di ritrovare spazi più naturali e incontaminati. Questo concetto riporta a Werner Sombart, che nel suo libro Luxus und capitalismus parlava appunto del “modo in cui si rivestono le cose e si adorna il corpo”. Ma tutto ciò non deve essere confuso con una moda passeggera: “La moda è una cosa volgare e come tutte le cose volgari si consuma rapidamente; invece nelle opere di Ito viene trasmessa una grande eleganza che è quella caratteristica che va contro ogni tempo. Gli architetti devono saper trasformare la vita in tempo“.

Un po’ emozionato e scusandosi del fatto che la conferenza si sarebbe tenuta in giapponese, Ito esordisce con un concetto ben chiaro: ridefinire le città riportando più umanità, comunità e natura. Parlando del fumetto del 1982 Les cités obscures di François Schuiten e Benoit Peeters, in un passaggio cita una struttura fatta di graticoli che si espande e man mano distrugge tutto ciò che trova nella città. Questa visione rappresenta ciò che si riscontra quotidianamente nelle città di tutto il mondo, dove tutto è un insieme di graticolati in espansione: un esempio ne è Tokyo, ma anche Chicago e tante altre. In tutti questi casi si riscontra la mancanza della relazione natura-uomo, che implica una totale uniformità delle città di tutto il mondo, le quali appaiono ormai ambienti sempre più estranei a causa della loro totale artificialità.

L’architetto giapponese illustra poi il progetto Home For All che, in collaborazione con altri colleghi nipponici, rappresenta quell’insieme di principi da sempre cari a Ito. Dopo il terremoto del 2011, in Giappone è forte l’esigenza di una ricostruzione intelligente per far sentire di nuovo a casa i migliaia di sfollati che ancora vivono in grandi tendoni – anche questi ovviamente graticolati, grigi, chiusi a ogni tipo di socialità e rapporto con lo spazio esterno. Il progetto riguarda invece case comuni dove si parla, si ascolta la musica, si mangia, si organizzano mercati ortofrutticoli, progettate e realizzate ascoltando i bisogni delle persone del luogo, dei problemi della quotidianità: “mettendo un po’ da parte il nostro essere architetti” dice Ito. “Casa, legno, luce, calore e convivialità“, queste le parole chiave che descrivono il lavoro. Un esempio è la Home For Alla Rikunzen Takada, inaugurata nel febbraio 2012 e presentata alla Biennale di Venezia Common Ground nello stesso anno. Una struttura creata con i tronchi dei cipressi inondati dallo tsunami, segnati dalla salinizzazione del terreno e quindi non più recuperabili. Invece, un recupero architettonico è stato possibile tanto che l’idea è stata riproposta anche per l’allestimento del padiglione giapponese alla medesima Biennale.

L’idea di portare il concetto Home for Allanche in città viene veicolata nel progetto per una scuola elementare di 120 mq nel centro di Tokyo: pur trovandosi in un luogo chiuso, l’impressione è quella di essere all’aperto, anche grazie alla ventilazione naturale. Non solo scuola, ma anche luogo per workshop, seminari e convegni per grandi ma soprattutto bambini, per introdurli già al tema dell’architettura in una sorta di tavola rotonda di “menti fresche e più aperte” rispetto ai già adulti studenti universitari.

Nella National Taiwan University, Dipartimento di Scienze Sociali, realizzata nel 2013, si viene catapultati in un bosco di pilastri soltanto apparentemente casuali ma che disegnano in pianta forme geometriche a spirale che si ripetono e si incrociano, a sostenere una copertura dal pattern unico che dall’alto appare come un insieme di bolle che si toccano e modellano a vicenda generando dei vuoti fra loro. Viene chiamato infatti Campus Green grazie anche all’utilizzo di materiali naturali come il bambù per gli arredi, in particolare per gli scaffali della grande biblioteca del Centro.

Il Minna-no-morri Media Center a Gifu, in Giappone, è un centro polifunzionale che racchiude al suo interno auditorium, biblioteche, attività culturali e incontri cittadini. Le particolarità di questo progetto, oltre alla sinuosità della copertura in legno, sono i Globi, grandi cupole sospese in poliestere e tessuto di diversi diametri che grazie alla luce e alla leggerezza accolgono diverse funzioni: dalla consultazione di libri a zone relax. Ito le definisce “tante Home For All“.

Ancora in corso d’opera è la Taichung Metropolitan Opera House a Taiwan, che verrà inaugurata nella primavera del 2015, ma già a novembre aprirà uno dei tre teatri per l’opera. L’architetto qui vuole rappresentare la percezione e la complessità del corpo umano per riproporre un rapporto di pieni e vuoti grazie a due “tubi” che si attorcigliano fra loro, al fine di realizzare una struttura affascinante ma al contempo complessa. Dal 2005, anno di conclusione del concorso, per nove anni Ito ha studiato come poter realizzare questa sofistica opera. I suoi studi sono culminati in una struttura con muri a capriata realizzati in opera, in uno stabilimento vicino alla città di Taichung. Ito l’ha definita come “una caverna dell’antichità dalla quale si vede la moderna città”.

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