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L’Asmara modernista è patrimonio dell’Umanità Unesco

Inserita nella lista insieme alle Mura venete di Bergamo, celebra una città che, ex colonia del Regno d’Italia, è “l’assemblaggio più intatto e concentrato di architettura modernista di tutto il mondo"

© Asmara Heritage Project
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Parlano italiano, seppure in modi diversi, due fra le più recenti new entry all’interno della lista dei siti patrimonio dell’Umanità dell’Unesco: le Mura venete di Bergamo e la città di Asmara, capitale dell’Eritrea. In particolare, la premiazione del progetto di candidatura presentato dalla città orobica, con Ivrea che, in coda proprio dietro Bergamo, sta aspettando la valutazione del suo “Ivrea città industriale del XX secolo” previsto finalmente in ingresso nella lista il prossimo anno, porta l’Italia in testa alla speciale classifica dei paesi con il maggior numero di siti riconosciuti e n qualche modo protetti dall’Unesco.

Asmara: a Modernist City of Africa” è stata premiata per “essere un esempio eccezionale dell’urbanistica modernista della prima parte del XX secolo applicata a un contesto africano”, evidente, soprattutto dopo il 1935, nella pianificazione e realizzazione di edifici pubblici, residenziali e commerciali, di culto (sia cattolico che musulmano) e per il tempo libero secondo i canoni e il linguaggio di un razionalismo rivisitato, più libero nei colori e nelle espressioni ma anche nelle tecniche e nei materiali. L’area iscritta nella lista comprende anche i sobborghi indigeni di Arbate Asmera e Abbashawel.

Il lungo processo che ha portato alla candidatura rappresenta un momento di particolare importanza dal punto di vista culturale e per un futuro, anche se difficile, sviluppo del settore turistico. Soprattutto, è un tassello importante nella lenta ripresa di una città, e di un intero paese, uscita nei primi anni novanta da una trentennale guerra d’indipendenza dall’occupazione etiopica, che ha lasciato una popolazione stremata e impoverita, un territorio privato delle infrastrutture basilari, città da ricostruire, campi brulli per la siccità, il pericolo delle mine antiuomo e la mancanza di manodopera, il rientro di migliaia di profughi dai paesi confinanti e tutte le sfide di una difficile ricostruzione. È stato portato avanti, anche con il recente sostegno dell’Unione europea che a fine 2016 ha siglato un protocollo d’intesa di supporto biennale, dall’Asmara Heritage Project (AHP) con l’obiettivo di dare maggiore consapevolezza e protezione a un patrimonio che, tutt’oggi ancora bisognoso di intervento, la povertà portata dalla guerra ha paradossalmente aiutato a tramandare nei suoi caratteri originari.

L’Eritrea diventa possedimento del neonato Regno d’Italia nei primi anni ottanta dell’Ottocento e se ne stacca, occupata dagli inglesi, all’inizio della seconda guerra mondiale. Negli anni trenta del Novecento il regime fascista, che con una guerra brevissima conquista l’Impero di Etiopia inglobandolo nell’Africa Orientale Italiana, ad Asmara, città su un altopiano a 2000 m slm, dà il via a un ampio programma di lavori di ammodernamento e sviluppo urbano con l’ambizioso obiettivo di renderla la capitale dell’Impero coloniale. Il piano può contare su fondi e sovvenzioni ingenti da parte del governo italiano e s’inserisce nella politica dei progetti coloniali, ma si intreccia anche con la crisi economica che stava colpendo duramente l’Italia e con le leggi razziali che, applicate qui come in patria, richiedevano lo sviluppo dell’edilizia residenziale per i coloni italiani ai quali era vietato mescolarsi con la popolazione locale.

Riprendendo i concetti e le parole di Edward Denison (membro dell’AHP e autore di “Asmara: Africa’s Secret Modernist City”), il processo di crescita avviato tra 1935 e 1936 porta così Asmara a diventare “l’assemblaggio più intatto e concentrato di architettura modernista di tutto il mondo”. In una città che è stata impostata per essere moderna dai diversi piani elaborati a partire dall’inizio del Novecento, ha portato progettisti italiani che, richiamati soprattutto dalla maggiore libertà progettuale rispetto a quella concessa in patria in quegli anni, sono stati autori di edifici come la Fiat Tagliero, futuristica stazione di servizio progettata nel 1938 da Giuseppe Pettazzi, che probabilmente è la testimonianza più famosa, ma anche il Cinema Impero, progetto di Mario Messina del 1937, o la chiesa ortodossa Enda Mariam o, ancora, l’ex Caserma Mussolini, che, divenuta prima prigione e poi sede della Banca dell’Eritrea, si è salvata dalla demolizione grazie a un movimento di protesta che ha coinvolto anche i cittadini. Sono edifici che, all’interno di un insieme omogeneo e unitario di oltre 600 tra ville, complessi residenziali e pubblici in cui si gestivano il governo della colonia e i suoi commerci (come la Casa del Fascio e i mercati generali), bar, negozi e impianti produttivi, parlano il linguaggio razionalista ma si legano a tecniche costruttive e materiali locali, nascosti dietro le finiture a intonaco colorato.

La candidatura Unesco di Asmara (che nel 2008 è stata, tra l’altro, anche oggetto di una Special Session al Congresso mondiale degli Architetti di Torino, testimone di un interesse cresciuto nel costo degli anni) è stata accompagnata anche dall’entrata in vigore di un piano per la tutela e il recupero di questo patrimonio, condizione indispensabile per la presentazione del dossier, e alla disseminazione delle ricerche in corso ad Asmara, che si sono coagulate in una candidatura di 1.300 pagine e in una mostra itinerante.

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