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Pianificazione in Italia: ma dove stiamo andando?

Un bilancio e alcune riflessioni 'a freddo' sull'ultima edizione di Urbanpromo 2015

luoghi comuni_foto di Giorgio Bombieri
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Come sta la pianificazione in Italia oggi? Quali le prospettive per il futuro? La risposta a queste domande è complessa e le questioni sul piatto sono molte, sicuramente non risolvibili nei limitati spazio e possibilità di approfondimento concessi dal web.

A partire da un dato di fatto tristemente presente (forse poco noto al di fuori dell’ambito degli addetti ai lavori): l’insegnamento dell’urbanistica all’interno delle università, in ambito architettonico soprattutto, è sempre più debole, con cali progressivi di iscritti ai corsi che si registrano fin dai tempi dell’introduzione di un frainteso 3+2. Calo che si accompagna a una crisi più ampia della “disciplina Architettura” nel suo complesso.

Una cosa però è certa: in Italia c’è un grande bisogno di pianificazione e di piani ben fatti, di rigenerazione e non di nuovo consumo.

Alcuni spunti di riflessione, utili, tra luci e ombre, per tracciare un quadro di una situazione dai confini necessariamente sfocati, arrivano dai dibattiti che a Urbanpromo l’Istituto Nazionale di Urbanistica e Urbit hanno posto all’attenzione sia nell’anteprima social housing di Torino che a Milano all’interno dei suggestivi spazi della Triennale.

In primis, in considerazione soprattutto della quasi totale indisponibilità di fondi pubblici, emerge il valore di azioni condivise tra i vari attori dei processi di trasformazione del territorio e di forme rinnovate di un partenariato pubblico privato che sempre più deve essere il motore dei processi di rigenerazione.

Il campo è ampio e gli ambiti di intervento, anche in Italia, non mancano. Su tutti, il troppo a lungo negletto social housing dove forme avanzate di partenariato che vedono come interlocutori principali enti locali, fondazioni di origine bancaria e fondi di investimento possono portare a interventi sperimentali nel campo dell’abitare sociale, come le residenze temporanee di Compagnia di San Paolo a Torino.

Ma anche i recuperi delle molte ex aree industriali dismesse che le recenti crisi e un più radicato processo di deindustrializzazione hanno lasciato, recuperi che prevedono funzioni produttive innovative e avanzate in grado di generare forza attrattiva e ricchezza per i territori e richiedono elasticità e apertura in primis agli enti pubblici e alle normative.

Esempio, fra i molti possibili, è la riconversione di uno dei simboli della Reggio Emilia operaia, le ex Officine Reggiane, in un parco dell’innovazione in cui una regia pubblica e la costituzione della società di trasformazione urbana Reggiane spa (con partner pubblici e privati tra cui il Comune, la Regione Emilia-Romagna e Iren) hanno impostato la trasformazione sulle competenze del territorio (educazione, edilizia sostenibile, meccatronica) creando un nuovo polo che all’oggi ha rifunzionalizzato il capannone 19 e porterà nel prossimo futuro al recupero del 17 e 18 per l’insediamento di funzioni di terziario avanzato, start up, centri di ricerca e servizi.

Officine Reggiane

OFFICINE REGGIANE

Ma anche la Fondazione Marino Golinelli che, dopo lunghi ma inconcludenti tentativi di accordi con la città di Milano, ha scelto il Comune di Bologna, e le ex fonderie Sabiem, per la realizzazione dell’omonimo Opificio, una cittadella per la conoscenza e la cultura finanziata con fondi totalmente privati che, in accordo con l’amministrazione comunale, ha recuperato spazi ex industriali abbandonati con il progetto di Diverserighestudio anche tra i vincitori del Premio Urbanistica.

Opificio Golinelli

OPIFICIO GOLINELLI

O, ancora, i processi che stanno portando alla riconversione dell’enorme quantità di patrimonio pubblico costituito dalle ex caserme che il Ministero della difesa sta dismettendo. Vuoti urbani centrali, spesso catalizzatori di interessi e conflitti, il loro riutilizzo passa attraverso nuovi strumenti normativi e fiscali, il federalismo demaniale, e un ruolo attivo e fondamentale di Agenzia del Demanio e dei fondi di gestione di Cassa Depositi e Prestiti Investimenti sgr.

Fra quadri normativi e fiscali a volte di difficile gestione e scarsa flessibilità, disponibilità privata a investire che, quando c’è, è influenzata dall’incertezza dei processi oltre che dal mercato, accesso complicato ai fondi europei, necessità di diminuire la scala gli interventi e prove di smart city, emerge comunque il ruolo sempre più importante di una partecipazione mediata ai processi decisionali da parte degli utilizzatori finali, i cittadini.

Anche in Italia non mancano gli esempi che, pur con qualche ombra, confermano questa visione, come il percorso che dopo il coinvolgimento diretto dei cittadini ha portato all’elaborazione del masterplan della Città della Scienza a Roma affidato quest’anno al gruppo guidato da Paola Viganò dietro vittoria di un concorso internazionale, o l’esempio della trasformazione dell’ex caserma Rossani a Bari, dove un doppio, e parzialmente sovrapposto, percorso virtuoso con un concorso internazionale per l’areale con vittoria dello studio Fuksas e il coinvolgimento dei cittadini per il riutilizzo dell’ex caserma (che ricade all’interno delle aree di concorso) non ha tolto forza al processo, pur avendo creato polemiche e momenti di frizione.

Il ruolo fondamentale della pianificazione si afferma, prendendo maggiore forza, quando questa è debole o assente. Come nella gestione della raccolta e smaltimento dei rifiuti, che renderebbero la città più “smart” e dovrebbero essere oggetto di una pianificazione e progettazione locale pubblica che troppo spesso delega valutazioni e decisioni ai privati incaricati di gestire i servizi.

In chiusura, arriva anche una proposta operativa da parte dell’Inu per la rigenerazione urbana che verrà presentata al XXIX Congresso nazionale, a Cagliari la primavera prossima, come parte fondante del Progetto Paese. E che indica una strada precisa per il futuro: ribadendo l’importanza fondamentale della riqualificazione, mette al centro dei processi le amministrazioni pubbliche, e chiede nuove competenze per tutti, competenze che permetterebbero la comprensione, misurazione e gestione di nuovi standard urbanistici come la qualità dei suoli, la resilienza naturale e sociale e il grado di innovazione tecnologica, per un territorio che non deve più consumato.

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