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Testo aggiornato del decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152, recan...

Testo aggiornato del decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152, recante: "Disposizioni sulla tutela delle acque dall'inquinamento e recepimento della direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane e della direttiva 91/676/CEE relativa alla protezione delle acque dall'inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole", a seguito delle disposizioni correttive ed integrative di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 258. (Suppl. Ordinario n.172 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n° 246 del 20/10/2000)

Avvertenza:
Il testo aggiornato qui pubblicato e’ stato redatto dal Ministero
dell’ambiente ai sensi dell’art. 11, comma 2, del testo unico delle
disposizioni sulla promulgazione delle leggi, sull’emanazione di
decreto del Presidente della Repubblica e nelle pubblicazioni
ufficiali della Repubblica italiana, approvato con decreto del
Presidente della Repubblica 28 dicembre 1985, n. 1092, corredato
delle relative note, ai sensi dell’art. 10, comma 3, del medesimo
testo unico, al solo fine di facilitare la lettura delle
disposizioni del decreto legislativo n. 152/1999 integrate con le
modifiche apportate dalle nuove disposizioni di cui al decreto
legislativo n. 258/2000. Restano invariati il valore e l’efficacia
degli atti legislativi qui riportati. La pubblicazione del presente
testo aggiornato assorbe la “ripubblicazione” del testo del decreto
legislativo n. 258/2000, corredato delle relative note, annunciata
in calce alla pag. 15 del supplemento ordinario n. 153/L alla
Gazzetta Ufficiale – serie generale – n. 218 del 18 settembre 2000.
Titolo I
PRINCIPI GENERALI E COMPETENZE
Art. 1.
F i n a l i t a’
1. Il presente decreto definisce la disciplina generale per la
tutela delle acque superficiali, marine e sotter-ranee, perseguendo
i seguenti obiettivi:
a) prevenire e ridurre l’inquinamento e attuare il risanamento dei
corpi idrici inquinati;
b) conseguire il miglioramento dello stato delle acque ed adeguate
protezioni di quelle destinate a particolari usi;
c) perseguire usi sostenibili e durevoli delle risorse idriche, con
priorita’ per quelle potabili;
d) mantenere la capacita’ naturale di autodepurazione dei corpi
idrici, nonche’ la capacita’ di sostenere comunita’ animali e
vegetali ampie e ben diversificate.
2. Il raggiungimento degli obiettivi indicati al comma 1 si
realizza attraverso i seguenti strumenti:
a) l’individuazione di obiettivi di qualita’ ambientale e per
specifica destinazione dei corpi idrici;
b) la tutela integrata degli aspetti qualitativi e quantitativi
nell’ambito di ciascun bacino idrografico ed un adeguato sistema di
controlli e di sanzioni;
c) il rispetto dei valori limite agli scarichi fissati dallo Stato,
nonche’ la definizione di valori limite in relazione agli obiettivi
di qualita’ del corpo recettore;
d) l’adeguamento dei sistemi di fognatura, collettamento e
depurazione degli scarichi idrici, nell’ambito del servizio idrico
integrato di cui alla legge 5 gennaio 1994, n. 36 (a);
e) l’individuazione di misure per la prevenzione e la riduzione
dell’inquinamento nelle zone vulnerabili e nelle aree sensibili;
f) l’individuazione di misure tese alla conservazione, al
risparmio, al riutilizzo ed al riciclo delle risorse idriche.
3. Le regioni a statuto ordinario regolano la materia disciplinata
dal presente decreto nel rispetto di quelle disposizioni in esso
contenute che, per la loro natura riformatrice costituiscono
principi fondamentali della legislazione statale ai sensi
dell’articolo 117, primo comma, della Costituzione (b). Le regioni
a statuto speciale e le province autonome di Trento e di Bolzano
adeguano la propria legislazione al presente decreto secondo quanto
previsto dai rispettivi statuti e dalle relative norme di
attuazione.
Riferimenti normativi:
(a) La legge 5 gennaio 1994, n. 36 recante “disposizioni in materia
di risorse idriche” e’ pubblicata sul supplemento ordinario alla
Gazzetta Ufficiale n. 14 del 19 gennaio 1994.
(b) Il testo dell’art. 117 della Costituzione e’ il seguente:
“Art. 117. – La Regione emana per le seguenti materie norme
legislative nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle
leggi dello Stato, sempreche’ le norme stesse non siano in
contrasto con l’interesse nazionale e con quello di altre regioni:
ordinamento degli uffici e degli enti amministrativi dipendenti
dalla regione;
circoscrizioni comunali polizia locale urbana e rurale; fiere e
mercati;
beneficenza pubblica ed assistenza sanitaria ed ospedaliera;
istruzione artigiana e professionale e assistenza scolastica;
musei e biblioteche di enti locali;
urbanistica;
turismo ed industria alberghiera;
tramvie e linee automobilistiche di interesse regionale;
viabilita’, acquedotti e lavori pubblici di interesse regionale;
navigazione e porti lacuali;
acque minerali e termali;
cave e torbiere;
caccia;
pesca nelle acque interne; agricoltura e foreste;
artigianato;
altre materie indicate da leggi costituzionali.
Le leggi della Repubblica possono demandare alla regione il potere
di emanare norme per la loro attuazione”.
Art. 2.
Definizioni
1. Ai fini del presente decreto si intende per:
a) “abitante equivalente”: il carico organico biodegradabile avente
una richiesta biochimica di ossigeno a 5 giorni (BOD?5) pari a 60
grammi di ossigeno al giorno;
b) “acque ciprinicole”: le acque in cui vivono o possono vivere
pesci appartenenti ai ciprinidi (Cyprinidae) o a specie come i
lucci, i pesci persici e le anguille;
c) “acque costiere”: le acque al di fuori della linea di bassa
marea o del limite esterno di un estuario;
d) “acque salmonicole”: le acque in cui vivono o possono vivere
pesci appartenenti a specie come le trote, i temoli e i coregoni;
e) “estuario”: l’area di transizione tra le acque dolci e le acque
costiere alla foce di un fiume, i cui limiti esterni verso il mare
sono definiti con decreto del Ministro dell’ambiente; in via
transitoria sono fissati a cinquecento metri dalla linea di costa;
f) “acque dolci”: le acque che si presentano in natura con una
bassa concentrazione di sali e sono considerate appropriate per
l’estrazione e il trattamento al fine di produrre acqua potabile;
g) “acque reflue domestiche”: acque reflue provenienti da
insediamenti di tipo residenziale e da servizi e derivanti
prevalentemente dal metabolismo umano e da attivita’ domestiche;
h) “acque reflue industriali”: qualsiasi tipo di acque reflue
scaricate da edifici od installazioni in cui si svolgono attivita’
commerciali o di produzione di beni, diverse dalle acque reflue
domestiche e dalle acque meteoriche di dilavamento;
i) “acque reflue urbane”: acque reflue domestiche o il miscuglio di
acque reflue domestiche, di acque reflue industriali ovvero
meteoriche di dilavamento convogliate in reti fognarie, anche
separate, e provenienti da agglomerato;” l) “acque sotterranee”: le
acque che si trovano al di sotto della superficie del terreno,
nella zona di saturazione e in diretto contatto con il suolo e il
sottosuolo;
m) “agglomerato”: area in cui la popolazione ovvero le attivita’
economiche sono sufficientemente concentrate cosi’ da rendere
possibile, e cioe’ tecnicamente ed economicamente realizzabile
anche in rapporto ai benefici ambientali conseguibili, la raccolta
e il convogliamento delle acque reflue urbane verso un sistema di
trattamento di acque reflue urbane o verso un punto di scarico
finale;
n) “applicazione al terreno”; l’apporto di materiale al terreno
mediante spandimento sulla superficie del terreno, iniezione nel
terreno, interramento, mescolatura con gli strati superficiali del
terreno;
n-bis) “utilizzazione agronomica”: la gestione di effluenti di
allevamento, di acque di vegetazione residuate dalla lavorazione
delle olive ovvero di acque reflue provenienti da aziende agricole
e piccole aziende agroalimentari, dalla loro produzione
all’applicazione al terreno di cui alla lettera n), finalizzata
all’utilizzo delle sostanze nutritive ed ammendanti nei medesimi
contenute ovvero al loro utilizzo irriguo o fertirriguo;
o) “autorita’ d’ambito”: la forma di cooperazione tra comuni e
province ai sensi dell’art. 9, comma 2, della legge 5 gennaio 1994,
n. 36 (a);
o-bis) “gestore del servizio idrico integrato”: il soggetto che in
base alla convenzione di cui all’articolo 11 della legge 5 gennaio
1994, n. 36 (b), gestisce i servizi idrici integrati e, soltanto
fino alla piena operativita’ del servizio idrico integrato, il
gestore esistente del servizio pubblico”;
p) “bestiame”: si intendono tutti gli animali allevati per uso o
profitto;
q) “composto azotato”: qualsiasi sostanza contenente azoto, escluso
l’azoto allo stato molecolare gassoso;
r) “concimi chimici”: qualsiasi fertilizzante prodotto mediante
procedimento industriale;
s) “effluente di allevamento”: le deiezioni del bestiame o una
miscela di lettiera e di deiezione di bestiame, anche sotto forma
di prodotto trasformato;
t) “eutrofizzazione”: arricchimento delle acque in nutrienti, in
particolare modo di composti dell’azoto ovvero del fosforo, che
provoca una proliferazione delle alghe e di forme superiori di vita
vegetale, producendo una indesiderata perturbazione dell’equilibrio
degli organismi presenti nell’acqua e della qualita’ delle acque
interessate;
u) “fertilizzante”: fermo restando quanto disposto dalla legge 19
ottobre 1994, n. 748 (c) ai fini del presente decreto e’
fertilizzante qualsiasi sostanza contenente, uno o piu’ composti
azotati, sparsa sul terreno per stimolare la crescita della
vegetazione; sono compresi gli effluenti di allevamento, i residui
degli allevamenti ittici e i fanghi di cui alla lettera v);
v) “fanghi”: i fanghi residui, trattati o non trattati, provenienti
dagli impianti di trattamento delle acque reflue urbane;
z) “inquinamento”: lo scarico effettuato direttamente o
indirettamente dall’uomo nell’ambiente idrico di sostanze o di
energia le cui conseguenze siano tali da mettere in pericolo la
salute umana, nuocere alle risorse viventi e al sistema ecologico
idrico, compromettere le attrattive o ostacolare altri usi
legittimi delle acque;
aa) “rete fognaria”: il sistema di condotte per la raccolta e il
convogliamento delle acque reflue urbane;
aa-bis) “fognature separate”: la rete fognaria costituita da due
condotte, una che canalizza le sole acque meteoriche di dilavamento
e puo’ essere dotata di dispositivi per la raccolta e la
separazione delle acque di prima pioggia, l’altra che canalizza le
altre acque reflue unitamente alle eventuali acque di prima
pioggia;
bb) “scarico”: qualsiasi immissione diretta tramite condotta di
acque reflue liquide, semiliquide e comunque convogliabili nelle
acque superficiali, sul suolo, nel sottosuolo e in rete fognaria,
indipendentemente dalla loro natura inquinante, anche sottoposte a
preventivo trattamento di depurazione. Sono esclusi i rilasci di
acque previsti all’art. 40;
cc) “acque di scarico”: tutte le acque reflue provenienti da uno
scarico;
cc-bis) “scarichi esistenti”: gli scarichi di acque reflue urbane
che alla data del 13 giugno 1999 sono in esercizio e conformi al
regime autorizzativo previgente ovvero di impianti di trattamento
di acque reflue urbane per i quali alla stessa data siano gia’
state completate tutte le procedure relative alle gare di appalto e
all`assegnazione lavori; gli scarichi di acque reflue domestiche
che alla data del 13 giugno 1999 sono in esercizio e conformi al
regime autorizzativo previgente; gli scarichi di acque reflue
industriali che alla data del 13 giugno 1999 sono in esercizio e
gia’ autorizzati;
dd) “trattamento appropriato”: il trattamento delle acque reflue
urbane mediante un processo ovvero un sistema di smaltimento che
dopo lo scarico garantisca la conformita’ dei corpi idrici
recettori ai relativi obiettivi di qualita’ ovvero sia conforme
alle disposizioni del presente decreto;
ee) “trattamento primario”: il trattamento delle acque reflue
urbane mediante un processo fisico ovvero chimico che comporti la
sedimentazione dei solidi sospesi, ovvero mediante altri processi a
seguito dei quali il BOD?5 delle acque reflue in arrivo sia ridotto
almeno del 20% prima dello scarico e i solidi sospesi totali delle
acque reflue in arrivo siano ridotti almeno del 50%;
ff) “trattamento secondario”: il trattamento delle acque reflue
urbane mediante un processo che in genere comporta il trattamento
biologico con sedimentazioni secondarie, o un altro processo in cui
vengano rispettati i requisiti di cui alla tabella 1 dell’allegato
5;
gg) “stabilimento industriale” o, semplicemente, “stabilimento”:
qualsiasi stabilimento nel quale si svolgono attivita’ commerciali
o industriali che comportano la produzione, la trasformazione
ovvero l’utilizzazione delle sostanze di cui alla tabella 3
dell’allegato 5 ovvero qualsiasi altro processo produttivo che
comporti la presenza di tali sostanze nello scarico;
hh) “valore limite di emissione”: limite di accettabilita’ di una
sostanza inquinante contenuta in uno scarico, misurata in
concentrazione, ovvero in peso per unita’ di prodotto o di materia
prima lavorata, o in peso per unita’ di tempo;
ii) “zone vulnerabili”: zone di territorio che scaricano
direttamente o indirettamente composti azotati di origine agricola
o zootecnica in acque gia’ inquinate o che potrebbero esserlo in
conseguenza di tali tipi di scarichi.
Riferimenti normativi:
(a) Il testo dell’art. 9, comma 2, della citata legge 5 gennaio
1994, n. 36, e’ il seguente:
“2. I comuni e le province provvedono alla gestione del servizio
idrico integrato mediante le forme, anche obbligatorie, previste
dalla legge 8 giugno 1990, n. 142, come integrata dall’art. 12
della legge 23 dicembre 1992, n. 498”.
(b) Il testo dell’art. 11 della legge 5 gennaio 1994, n. 36,
pubblicata nel supplemento ordinario n. 14 alla Gazzetta Ufficiale
19 gennaio 1994, e’ il seguente:
“Art. 11 (Rapporti tra enti locali e soggetti gestori del servizio
idrico integrato). – 1. La regione adotta una convenzione tipo e
relativo disciplinare per regolare i rapporti tra gli enti locali
di cui all’art. 9 ed i soggetti gestori dei servizi idrici
integrati. in conformita’ al criteri ed agli indirizzi di cui
all’articolo 4, comma 1, lettere f) e g).
2. La convenzione tipo prevede, in particolare:
a) il regime giuridico prescelto per la gestione del servizio;
b) l’obbligo del raggiungimento dell’equilibrio economico-
finanziario della gestione;
c) la durata dell’affidamento, non superiore comunque a trenta
anni;
d) i criteri per definire il piano economico-finanziario per la
gestione integrata del servizio;
e) le modalita’ di controllo del corretto esercizio del servizio;
f) il livello di efficienza e di affidabilita’ del servizio da
assicurare all’utenza anche con riferimento alla manutenzione degli
impianti;
g) la facolta’ di riscatto da parte degli enti locali secondo i
principi di cui al titolo I, capo II, del regolamento approvato con
decreto del Presidente della Repubblica 4 ottobre 1986, n. 902
(14);
h) l’obbligo di restituzione delle opere, degli impianti e delle
canalizzazioni dei servizi di cui all’articolo 4, comma 1, lettera
f), oggetto dell’esercizio, in condizioni di efficienza ed in buono
stato di conservazione;
i) idonee garanzie finanziarie e assicurative;
l) le penali, le sanzioni in caso di inadempimento e le condizioni
di risoluzione secondo i principi del codice civile;
m) i criteri e le modalita’ di applicazione delle tariffe
determinate dagli enti locali e del loro aggiornamento, anche con
riferimento alle diverse categorie di utenze.
3. Ai fini della definizione dei contenuti della convenzione di cui
al comma 2, i comuni e le province operano la ricognizione delle
opere di adduzione, di distribuzione, di fognatura e di depurazione
esistenti e definiscono le procedure e le modalita’, anche su base
pluriennale, per assicurare il conseguimento degli obiettivi
previsti dalla presente legge. A tal fine predispongono, sulla base
dei criteri e degli indirizzi fissati dalle regioni, un programma
degli interventi necessari accompagnato da un piano finanziario e
dal connesso modello gestionale ed organizzativo. Il piano
finanziario indica, in particolare, le risorse disponibili, quelle
da reperire nonche’ i proventi da tariffa, come definiti
all’articolo 13, per il periodo considerato”.
(c) La legge 19 ottobre 1984, n. 748 recante “Nuove norme per la
disciplina dei fertilizzanti” e’ pubblicata nel supplemento
ordinario alla Gazzetta Ufficiale del 6 novembre 1984, n. 305.
Art. 3.
C o m p e t e n z e
1. Le competenze nelle materie disciplinate dal presente decreto
sono stabilite dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112 (a),
dagli altri provvedimenti statali e regionali adottati ai sensi
della legge 15 marzo 1997, n. 59 (b).
2. Lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le autorita’ di
bacino, l’agenzia nazionale e le agenzie regionali per la
protezione dell’ambiente assicurano l’esercizio delle competenze
gia’ spettanti alla data di entrata in vigore della legge 15 marzo
1997, n. 59, fino all’attuazione delle disposizioni di cui al comma
1.
3. In relazione alle funzioni e ai compiti spettanti alle regioni e
agli enti locali, in caso di accertata inattivita’ che comporti
inadempimento agli obblighi derivanti dall’appartenenza all’Unione
europea o pericolo di grave pregiudizio alla salute o all’ambiente
o inottemperanza agli obblighi di informazione, il Presidente del
Consiglio dei Ministri, su proposta dei Ministri competenti,
esercita i poteri sostitutivi in conformita’ all’art. 5 del decreto
legislativo 31 marzo 1998, n. 112 (c), fermi restando i poteri di
ordinanza previsti dall’ordinamento in caso di urgente necessita’,
nonche’ quanto disposto dall’art. 53. Gli oneri economici connessi
all’attivita’ di sostituzione sono posti a carico dell’ente
inadempiente.
4. Le prescrizioni tecniche necessarie all’attuazione del presente
decreto sono stabilite negli allegati al decreto stesso e con uno o
piu’ regolamenti adottati ai sensi dell’art. 17, comma 3, della
legge 23 agosto 1988, n. 400 (d), previa intesa con la Conferenza
permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province
autonome di Trento e di Bolzano; attraverso i medesimi regolamenti
possono altresi’ essere modificati gli allegati al presente decreto
per adeguarli a sopravvenute esigenze o a nuove acquisizioni
scientifiche o tecnologiche.
5. Ai sensi dell’art. 20 della legge 16 aprile 1987, n. l83 (e) con
decreto dei Ministri competenti per materia, si provvede alla
modifica degli allegati al presente decreto per dare attuazione
alle direttive che saranno emanate dall’Unione europea, per le
parti in cui queste modifichino modalita’ esecutive e
caratteristiche di ordine tecnico delle direttive dell’Unione
europea recepite dal presente decreto.
6. I consorzi di bonifica e di irrigazione, anche attraverso
appositi accordi di programma con le competenti autorita’,
concorrono alla realizzazione di azioni di salvaguardia ambientale
e di risanamento delle acque, anche al fine della loro
utilizzazione irrigua, della rinaturalizzazione dei corsi d’acqua e
della fitodepurazione.
7. Le regioni assicurano la piu’ ampia divulgazione delle
informazioni sullo stato di qualita’ delle acque e trasmettono
all’agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente i dati
conoscitivi e le informazioni relative all’attuazione del presente
decreto, nonche’ quelli prescritti dalla disciplina comunitaria,
secondo le modalita’ indicate con decreto del Ministro
dell’ambiente, di concerto con i Ministri competenti, d’intesa con
la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e
le provincie autonome di Trento e di Bolzano. L’Agenzia nazionale
per la protezione dell’ambiente elabora a livello nazionale,
nell’ambito del Sistema informativo nazionale ambientale, le
informazioni ricevute e le trasmette ai Ministeri interessati e al
Ministero dell’ambiente anche per l’invio alla Commissione europea.
Con lo stesso decreto sono individuati e disciplinati i casi in cui
le regioni sono tenute a trasmettere al Ministero dell’ambiente i
provvedimenti adottati ai fini delle comunicazioni all’Unione
europea o in ragione degli obblighi internazionali assunti.
8. Sono fatte salve le competenze spettanti alle regioni a statuto
speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano ai sensi
dei rispettivi statuti e delle relative norme di attuazione.
9. Le regioni favoriscono l’attiva partecipazione di tutte le parti
interessate all’attuazione del presente decreto in particolare in
sede di elaborazione, revisione e aggiornamento dei piani di
tutela.
Riferimenti normativi:
(a) Il decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112 recante
“conferimento di funzioni e compiti dello Stato alle regioni ed
agli enti locali in attuazione del capo I della legge 15 marzo
1997, n. 59”. E’ pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta
Ufficiale – serie generale – n. 92 del 21 aprile 1998.
(b) La legge 15 marzo 1997, n. 59 recante “delega al governo per il
conferimento di funzioni e compiti alle regioni e enti locali, per
la riforma della pubblica amministrazione e per la semplificazione
amministrativa ” e’ pubblicata nel supplemento ordinario n. 92 alla
Gazzetta Ufficiale – serie generale – del 21 aprile 1998.
(c) Il testo dell’art. 5 del citato decreto legislativo 31 marzo
1998, n. 112, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta
Ufficiale – serie generale – n. 92 del 21 aprile 1998, e’ il
seguente:
“Art. 5 (Poteri sostitutivi). – 1. Con riferimento alle funzioni e
ai compiti spettanti alle regioni e agli enti locali, in caso di
accertata inattivita’ che comporti inadempimento agli obblighi
derivanti dall’appartenenza alla Unione europea o pericolo di grave
pregiudizio agli interessi nazionali, il Presidente del Consiglio
dei Ministri, su proposta del Ministro competente per materia,
assegna all’ente inadempiente un congruo termine per provvedere.
2. Decorso inutilmente tale termine, il Consiglio dei Ministri,
sentito il soggetto inadempiente, nomina un commissario che
provvede in via sostitutiva.
3. In casi di assoluta urgenza, non si applica la procedura di cui
al comma 1 e il Consiglio dei Ministri puo’ adottare il
provvedimento di cui al comma 2, su proposta del Presidente del
Consiglio dei Ministri, di concerto con il Ministro competente. Il
provvedimento in tal modo adottato ha immediata esecuzione ed e’
immediatamente comunicato rispettivamente alla Conferenza
permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province
autonome di Trento e di Bolzano, di seguito denominata “Conferenza
Stato-regioni” e alla Conferenza Stato-citta’ e autonomie locali
allargata ai rappresentanti delle comunita’ montane, che ne possono
chiedere il riesame, nei termini e con gli effetti previsti
dall’art.
8, comma 3, della legge 15 marzo 1997, n. 59.
4. Restano ferme le disposizioni in materia di poteri sostitutivi
previste dalla legislazione vigente”.
Note all’art. 3.
(d) Il testo dell’art. 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n.
400, recante “Disciplina, dell’attivita’ di governo e ordinamento
della presidenza del Consiglio dei Ministri” pubblicata sul
supplemento ordinano n. 214 alla Gazzetta Ufficiale – serie
generale – del 12 settembre 1988, e’ il seguente:
“3. Con decreto ministeriale possono essere adottati regolamenti
nelle materie di competenza del Ministro o di autorita’
sottordinate al Ministro, quando la legge espressamente conferisca
tale potere. Tali regolamenti, per materie di competenza di piu’
Ministri, possono essere adottati con decreti interministeriali,
ferma restando la necessita’ di apposita autorizzazione da parte
della legge.
I regolamenti ministeriali ed interministeriali non possono dettare
norme contrarie a quelle dei regolamenti emanati dal Governo. Essi
debbono essere comunicati al Presidente del Consiglio dei Ministri
prima della loro emanazione”.
(e) Il testo dell’art. 20 della legge 16 aprile 1987, n. 183
pubblicata nel supplemento ordinario n. 109 alla Gazzetta Ufficiale
– serie generale – del 13 maggio 1987, e’ il seguente:
“Art. 20 (Adeguamenti tecnici). – 1. Con decreti dei Ministri
interessati sara’ data attuazione alle direttive che saranno
emanate dalla Comunita’ economica europea per le parti in cui
modifichino modalita’ esecutive e caratteristiche di ordine tecnico
di altre direttive della Comunita’ economica europea gia’ recepite
nell’ordinamento nazionale.
2. I Ministri interessati danno immediata comunicazione dei
provvedimenti adottati ai sensi del comma 1 al Ministro per il
coordinamento delle politiche comunitarie, al Ministro degli affari
esteri ed al Parlamento”.
Titolo II
OBIETTIVI DI QUALITA’
Capo I
Obiettivo di qualita’ ambientale e obiettivo di qualita’ per
specifica destinazione
Art. 4.
Disposizioni generali
1. Al fine della tutela e del risanamento delle acque superficiali
e sotterranee, il presente decreto individua gli obiettivi minimi
di qualita’ ambientale per i corpi idrici significativi e gli
obiettivi di qualita’ per specifica destinazione per i corpi idrici
di cui all’articolo 6, da garantirsi su tutto il territorio
nazionale.
2. L’obiettivo di qualita’ ambientale e’ definito in funzione della
capacita’ dei corpi idrici di mantenere i processi naturali di
autodepurazione e di supportare comunita’ animali e vegetali ampie
e ben diversificate.
3. L’obiettivo di qualita’ per specifica destinazione individua lo
stato dei corpi idrici idoneo a una particolare utilizzazione da
parte dell’uomo, alla vita dei pesci e dei molluschi.
4. In attuazione del presente decreto sono adottate, mediante il
piano di tutela delle acque di cui all’articolo 44, misure atte a
conseguire i seguenti obiettivi entro il 31 dicembre 2016:
a) sia mantenuto o raggiunto per i corpi idrici significativi
superficiali e sotterranei l’obiettivo di qualita’ ambientale
corrispondente allo stato di “buono” come definito nell’allegato 1;
b) sia mantenuto, ove gia’ esistente, lo stato di qualita’
ambientale “elevato” come definito nell’allegato 1;
c) siano mantenuti o raggiunti altresi’ per i corpi idrici a
specifica destinazione di cui all’articolo 6 gli obiettivi di
qualita’ per specifica destinazione di cui all’allegato 2, salvo i
termini di adempimento previsti dalla normativa previgente.
5. Qualora per un corpo idrico siano designati obiettivi di
qualita’ ambientale e per specifica destinazione che prevedono per
gli stessi parametri valori limite diversi, devono essere
rispettati quelli piu’ cautelativi; quando i limiti piu’
cautelativi si riferiscono al conseguimento dell’obiettivo di
qualita’ ambientale, il rispetto degli stessi decorre dal 31
dicembre 2016.
6. Il piano di tutela provvede al coordinamento degli obiettivi di
qualita’ ambientale con i diversi obiettivi di qualita’ per
specifica destinazione.
7. Le regioni possono altresi’ definire obiettivi di qualita’
ambientale piu’ elevati, nonche’ individuare ulteriori destinazioni
dei corpi idrici e relativi obiettivi di qualita’.
Art. 5.
Individuazione e perseguimento dell’obiettivo di qualita’
ambientale
1. Entro il 30 aprile 2003, sulla base dei dati gia’ acquisiti e
dei risultati del primo rilevamento effettuato ai sensi degli
articoli 42 e 43, le regioni identificano per ciascun corpo idrico
significativo, o parte di esso, la classe di qualita’
corrispondente ad una di quelle indicate nell’allegato 1.
2. In relazione alla classificazione di cui al comma 1, le regioni
stabiliscono e adottano le misure necessarie al raggiungimento o al
mantenimento degli obiettivi di qualita’ ambientale di cui
all’articolo 4, comma 4, lettere a) e b), tenendo conto del carico
massimo ammissibile ove fissato sulla base delle indicazioni
dell’autorita’ di bacino di rilievo nazionale e interregionale per
i corpi idrici sovraregionali, assicurando in ogni caso per tutti i
corpi idrici l’adozione di misure atte ad impedire un ulteriore
degrado.
3. Al fine di assicurare entro il 31 dicembre 2016, il
raggiungimento dell’obiettivo di qualita’ ambientale corrispondente
allo stato “buono”, entro il 31 dicembre 2008, ogni corpo idrico
superficiale classificato o tratto di esso deve conseguire almeno i
requisiti dello stato “sufficiente” di cui all’allegato 1.
4. Le regioni possono motivatamente stabilire termini diversi, per
i corpi idrici che presentano condizioni tali da non consentire il
raggiungimento dello stato “buono” entro il 31 dicembre 2016.
5. Le regioni possono motivatamente stabilire obiettivi di qualita’
ambientale meno rigorosi per taluni corpi idrici, qualora ricorra
almeno una delle seguenti condizioni:
a) il corpo idrico ha subito gravi ripercussioni in conseguenza
dell’attivita’ umana che rendono manifestamente impossibile o
economicamente insostenibile un significativo miglioramento dello
stato qualitativo;
b) il raggiungimento dell’obiettivo di qualita’ previsto non e’
perseguibile a causa della natura litologica ovvero geomorfologica
del bacino di appartenenza;
c) l’esistenza di circostanze impreviste o eccezionali, quali
alluvioni e siccita’.
6. Quando ricorrono le condizioni di cui al comma 5, la definizione
di obiettivi meno rigorosi e’ consentita purche’ i medesimi non
comportino l’ulteriore deterioramento dello stato del corpo idrico
e, fatto salvo il caso di cui al comma 5, lettera b), non sia
pregiudicato il raggiungimento degli obiettivi fissati dal presente
decreto in altri corpi idrici all’interno dello stesso bacino
idrografico.
7. Nei casi previsti dai commi 4 e 5, i piani di tutela devono
comprendere le misure volte alla tutela del corpo idrico, ivi
compresi i provvedimenti integrativi o restrittivi della disciplina
degli scarichi ovvero degli usi delle acque. I tempi e gli
obiettivi, nonche’ le relative misure, sono rivisti almeno ogni sei
anni ed ogni eventuale modifica deve essere inserita come
aggiornamento del piano.
Art. 6.
Obiettivo di qualita’ per specifica destinazione
1. Sono acque a specifica destinazione funzionale:
a) le acque dolci superficiali destinate alla produzione di acqua
potabile;
b) le acque destinate alla balneazione;
c) le acque dolci che richiedono protezione e miglioramento per
essere idonee alla vita dei pesci;
d) le acque destinate alla vita dei molluschi.
2. Fermo restando quanto disposto dall’articolo 4, commi 4 e 5, per
le acque indicate al comma 1, e’ perseguito, per ciascun uso,
l’obiettivo di qualita’ per specifica destinazione stabilito
nell’allegato 2, fatta eccezione per le acque di balneazione.
3. Le regioni, al fine di un costante miglioramento dell’ambiente
idrico, stabiliscono programmi, che vengono recepiti nel piano di
tutela, per mantenere, ovvero adeguare, la qualita’ delle acque di
cui al comma 1, all’obiettivo di qualita’ per specifica
destinazione.
Relativamente alle acque di cui al comma 2, le regioni
predispongono apposito elenco che provvedono ad aggiornare
periodicamente.
Capo II
ACQUE A SPECIFICA DESTINAZIONE
Art. 7.
Acque superficiali destinate alla produzione di acqua potabile
1. Le acque dolci superficiali per essere utilizzate o destinate
alla produzione di acqua potabile, sono classificate dalle regioni
nelle categorie A1, A2 e A3 secondo le caratteristiche fisiche,
chimiche e microbiologiche di cui alla tabella 1/A dell’allegato 2.
2. A seconda della categoria di appartenenza, le acque dolci
superficiali di cui al comma 1 sono sottoposte ai seguenti
trattamenti:
a) categoria A1: trattamento fisico semplice e disinfezione;
b) categoria A2: trattamento fisico e chimico normale e
disinfezione;
c) categoria A3: trattamento fisico e chimico spinto, affinazione e
disinfezione.
3. Le regioni inviano i dati relativi al monitoraggio e
classificazione delle acque di cui ai commi 1 e 2 al Ministero
della sanita’, che provvede al successivo inoltro alla Commissione
europea.
4. Le acque dolci superficiali che presentano caratteristiche
fisiche, chimiche e microbiologiche qualitativamente inferiori ai
valori limite imperativi della categoria A3 possono essere
utilizzate, in via eccezionale, solo nel caso in cui non sia
possibile ricorrere ad altre fonti di approvvigionamento e a
condizione che le acque siano sottoposte ad opportuno trattamento
che consenta di rispettare le norme di qualita’ delle acque
destinate al consumo umano.
Art. 8.
Deroghe
1. Per le acque superficiali destinate alla produzione di acqua
potabile, le regioni possono derogare ai valori dei parametri di
cui alla tabella 1/A dell’allegato 2:
a) in caso di inondazioni o di catastrofi naturali;
b) limitatamente ai parametri contraddistinti nell’allegato 2
tabella 1/A dal simbolo (o) in caso di circostanze meteorologiche
eccezionali o condizioni geografiche particolari;
c) quando le acque superficiali si arricchiscono naturalmente di
talune sostanze con superamento dei valori fissati per le categorie
A1, A2 e A3;
d) nel caso di laghi poco profondi e con acque quasi stagnanti, per
i parametri indicati con un asterisco nell’allegato 2, tabella 1/A,
fermo restando che tale deroga e’ applicabile unicamente ai laghi
aventi una profondita’ non superiore ai 20 metri, che per rinnovare
le loro acque impieghino piu’ di un anno e nel cui specchio non
defluiscano acque di scarico.
2. Le deroghe di cui al comma 1 non sono ammesse se ne derivi
concreto pericolo per la salute pubblica.
Art. 9.
Acque di balneazione
1. Le acque destinate alla balneazione devono rispondere ai
requisiti di cui al decreto del Presidente della Repubblica 8
giugno 1982, n. 470 (a), e successive modificazioni.
2. Per le acque che risultano ancora non idonee alla balneazione ai
sensi del citato decreto Presidente della Repubblica n. 470 del
1982 le regioni, entro l’inizio della stagione balneare successiva
alla data di entrata in vigore del presente decreto e,
successivamente, prima dell’inizio della stagione balneare, con
periodicita’ annuale, comunicano al Ministero dell’ambiente,
secondo le modalita’ indicate con il decreto di cui all’articolo 3,
comma 7, tutte le informazioni relative alle cause ed alle misure
che intendono adottare.
Riferimenti normativi:
(a) Il decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 1982, n.
470, recante “Attuazione della direttiva (CEE) n. 76/160 relativa
alla qualita’ delle acque di balneazione” e’ pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale – serie generale – del 26 luglio 1982, n. 203.
Art. 10.
Acque dolci idonee alla vita dei pesci
1. Al fini della designazione delle acque dolci che richiedono
protezione o miglioramento per esser idonee alla vita dei pesci,
sono privilegiati:
a) i corsi d’acqua che attraversano il territorio di parchi
nazionali e riserve naturali dello Stato, nonche’ di parchi e
riserve naturali regionali;
b) i laghi naturali ed artificiali, gli stagni ed altri corpi
idrici, situati nei predetti ambiti territoriali;
c) le acque dolci superficiali comprese nelle zone umide dichiarate
“di importanza internazionale” ai sensi della convenzione di Ramsar
del 2 febbraio 1971, resa esecutiva con il decreto del Presidente
della Repubblica del 13 marzo 1976, n. 448, (a) sulla protezione
delle zone umide, nonche’ quelle comprese nelle “oasi di protezione
della fauna”, istituite dalle regioni e province autonome ai sensi
della legge 11 febbraio 1992, n. 157; (b);
d) le acque dolci superficiali che, ancorche’ non comprese nelle
precedenti categorie, presentino un rilevante interesse
scientifico, naturalistico, ambientale e produttivo in quanto
costituenti habitat di specie animali o vegetali rare o in via di
estinzione, ovvero in quanto sede di complessi ecosistemi acquatici
meritevoli di conservazione o, altresi’, sede di antiche e
tradizionali forme di produzione ittica, che presentano un elevato
grado di sostenibilita’ ecologica ed economica.
2. Sono escluse dall’applicazione del presente articolo e degli
articoli 11, 12 e 13, le acque dolci superficiali dei bacini
naturali o artificiali utilizzati per l’allevamento intensivo delle
specie ittiche, nonche’ i canali artificiali adibiti a uso plurimo,
di scolo o irriguo, e quelli appositamente costruiti per
l’allontanamento dei liquami e di acque reflue industriali.
3. Le acque dolci superficiali che presentino valori dei parametri
di qualita’ conformi con quelli imperativi previsti dalla tabella
1/B dell’allegato 2, sono classificate, entro quindici mesi dalla
designazione, come acque dolci “salmonicole” o “ciprinicole”.
4. La designazione e la classificazione ai sensi dei commi 1 e 3
sono effettuate dalle regioni, ricorrendone le condizioni, devono
essere gradualmente estese sino a coprire l’intero corpo idrico,
ferma restando la possibilita’ di designare e classificare
nell’ambito del medesimo, tratti come “acqua salmonicola” e tratti
come “acqua ciprinicola”.
5. Qualora sia richiesto da eccezionali ed urgenti necessita’ di
tutela della qualita’ delle acque, il presidente della giunta
regionale o il presidente della provincia, nell’ambito delle
rispettive competenze, adottano provvedimenti specifici e motivati,
integrativi o restrittivi degli scarichi ovvero degli usi delle
acque.
Riferimenti normativi:
(a) Il decreto del Presidente della Repubblica 13 marzo 1976, n.
448, recante “Esecuzione della convenzione relativa alle zone umide
d’importanza internazionale, soprattutto come habitat degli uccelli
acquatici, firmata a Ramsar il 2 febbraio 1971”, e’ pubblicata
nella Gazzetta Ufficiale – serie generale – n. 173 del 3 luglio
1976.
(b) La legge 11 febbraio 1992, n. 157 recante “Norme per la
protezione della fauna omeoterma e per il prelievo venatorio” e’
pubblicata nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale –
serie generale – n. 46 del 25 febbraio 1992.
Art. 11
Successive designazioni e revisioni
1. Le regioni sottopongono a revisione la designazione e la
classificazione di alcune acque dolci idonee alla vita dei pesci in
funzione di elementi imprevisti o sopravvenuti.
Art. 12
Accertamento della qualita’ delle acque idonee alla vita dei pesci
1. Le acque designate e classificate si considerano idonee alla
vita dei pesci se rispondono ai requisiti riportati nella tabella
1/B dell’allegato 2.
2. Se dai campionamenti risulta che non sono rispettati uno o piu’
valori dei parametri riportati nella tabella 1/B dell’allegato 2,
le autorita’ competenti al controllo accertano se l’inosservanza
sia dovuta a fenomeni naturali, a causa fortuita, ad apporti
inquinanti o a eccessivi prelievi e propongono all’autorita’
competente le misure appropriate.
3. Ai fini di una piu’ completa valutazione delle qualita’ delle
acque, le regioni promuovono la realizzazione di idonei programmi
di analisi biologica delle acque designate e classificate.
Art. 13
D e r o g h e
1. Per le acque dolci superficiali designate o classificate per
essere idonee alla vita dei pesci, le regioni possono derogare al
rispetto dei parametri indicati nella tabella 1/B dell’allegato 2,
dal simbolo (o), in caso di circostanze meteorologiche eccezionali
o speciali condizioni geografiche e, quanto al rispetto dei
parametri riportati nella medesima tabella, per arricchimento
naturale del corpo idrico da sostanze provenienti dal suolo senza
intervento diretto dell’uomo.
Art. 14
Acque destinate alla vita dei molluschi
1. Le regioni designano, nell’ambito delle acque marine costiere e
salmastre, che sono sede di banchi e popolazioni naturali di
molluschi bivalvi e gasteropodi, quelle richiedenti protezione e
miglioramento per consentire la vita e lo sviluppo degli stessi e
per contribuire alla buona qualita’ dei prodotti della
molluschicoltura direttamente commestibili per l’uomo.
2. Le regioni possono procedere a designazioni complementari,
oppure alla revisione delle designazioni gia’ effettuate, in
funzione dell’esistenza di elementi imprevisti al momento della
designazione.
3. Qualora sia richiesto da eccezionali ed urgenti necessita’ di
tutela della qualita’ delle acque, il presidente della giunta
regionale, il presidente della provincia e il sindaco, nell’ambito
delle rispettive competenze, adottano provvedimenti specifici e
motivati, integrativi o restrittivi degli scarichi ovvero degli usi
delle acque.
Art. 15.
Accertamento della qualita’ delle acque destinate alla vita dei
molluschi
1. Le acque designate ai sensi dell’articolo 14 devono rispondere
ai requisiti di qualita’ di cui alla tabella 1/C dell’allegato 2.
2. Qualora le acque designate non risultano conformi ai requisiti
di cui alla tabella 1/C dell’allegato 2, le regioni stabiliscono
programmi per ridurre l’inquinamento.
3. Se da un campionamento risulta che uno o piu’ valori di
parametri di cui alla tabella 1/C dell’allegato 2, non sono
rispettati, le autorita’ competenti al controllo accertano se
l’inosservanza sia dovuta a fenomeni naturali, a causa fortuita o
ad altri fattori di inquinamento. In tali casi le regioni adottano
misure appropriate.
Art. 16.
Deroghe
1. Per le acque destinate alla vita dei molluschi, le regioni
possono derogare ai requisiti alla tabella 1/C dell’allegato 2, in
caso di condizioni meteorologiche o geografiche eccezionali.
Art. 17.
Norme sanitarie
1. Le attivita’ di cui agli articoli 14, 15 e 16 lasciano
impregiudicata l’attuazione delle norme sanitarie relative alla
classificazione delle zone di produzione e di stabulazione dei
molluschi bivalvi vivi, effettuata ai sensi del decreto legislativo
30 dicembre 1992, n. 530 (a).
Riferimenti normativi:
(a) Il decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 530, recante
“Attuazione della direttiva 91/492/CEE che stabilisce le norme
sanitarie applicabili alla produzione e commercializzazione dei
molluschi bivalvi vivi” e’ pubblicato nel supplemento ordinario
alla Gazzetta Ufficiale – serie generale – n. 7 dell’11 gennaio
1993.
Titolo III
TUTELA DEI CORPI IDRICI E DISCIPLINA DEGLI SCARICHI
Capo I
Aree richiedenti specifiche misure di prevenzione dall’inquinamento
e di risanamento
Art. 18
Aree sensibili
1. Le aree sensibili sono individuate secondo i criteri
dell’allegato 6.
2. Ai fini della prima individuazione sono designate aree
sensibili:
a) i laghi di cui all’allegato 6, nonche’ i corsi d’acqua a esse
afferenti per un tratto di 10 chilometri dalla linea di costa;
b) le aree lagunari di Orbetello, Ravenna e Piallassa-Baiona, le
Valli di Comacchio, i laghi salmastri e il delta del Po;
c) le zone umide individuate ai sensi della convenzione di Ramsar
del 2 febbraio 1971, resa esecutiva con decreto del Presidente
della Repubblica 13 marzo 1976, n. 448 (a);
d) le aree costiere dell’Adriatico-Nord Occidentale dalla foce
dell’Adige al confine meridionale del comune di Pesaro e i corsi
d’acqua ad essi afferenti per un tratto di 10 chilometri dalla
linea di costa.
3. Resta fermo quanto disposto dalla legislazione vigente
relativamente alla tutela di Venezia.
4. Sulla base dei criteri stabiliti nell’allegato 6 e sentita
l’Autorita’ di bacino, le regioni, entro un anno dalla data di
entrata in vigore del presente decreto, possonodesignare ulteriori
aree sensibili ovvero individuano all’interno delle aree indicate
nel comma 2, i corpi idrici che non costituiscono aree sensibili.
5. Le regioni, sulla base dei criteri previsti dall’allegato 6,
delimitano i bacini drenanti nelle aree sensibili che
contribuiscono all’inquinamento di tali aree.
6. Ogni quattro anni si provvede alla reidentificazione delle aree
sensibili e dei rispettivi bacini drenanti che contribuiscono
all’inquinamento delle aree sensibili.
7. Le nuove aree sensibili identificate ai sensi dei commi 4 e 6
devono soddisfare i requisiti dell’articolo 32 entro sette anni
dalla identificazione.
Riferimenti normativi:
(a) Il titolo del decreto del Presidente della Repubblica 13 marzo
1976, n. 448 e’ riportato nelle note all’art. 10.
Art. 19.
Zone vulnerabili da nitrati di origine agricola
1. Le zone vulnerabili sono individuate secondo i criteri di cui
all’allegato 7/A-I.
2. Ai fini della prima individuazione sono designate zone
vulnerabili le aree elencate nell’allegato 7/A-III.
3. Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del presente
decreto, sulla base dei dati disponibili, e per quanto possibile
sulla base delle indicazioni stabilite nell’allegato 7/A-I, le
regioni, sentita l’Autorita’ di bacino, possono individuare
ulteriori zone vulnerabili ovvero, all’interno delle zone indicate
nell’allegato 7/A-III, le parti che non costituiscono zone
vulnerabili.
4. Almeno ogni quattro anni le regioni, sentita l’Autorita’ di
bacino, rivedono o completano le designazioni delle zone
vulnerabili per tener conto dei cambiamenti e fattori imprevisti al
momento della precedente designazione. A tal fine le regioni
predispongono e attuano, ogni quattro anni, un programma di
controllo per verificare le concentrazioni dei nitrati nelle acque
dolci per il periodo di un anno, secondo le prescrizioni di cui
all’allegato 7/A-I, nonche’ riesaminano lo stato eutrofico causato
da azoto delle acque dolci superficiali, delle acque di transizione
e delle acque marine costiere.
5. Nelle zone individuate ai sensi dei commi 2, 3 e 4 devono essere
attuati i programmi di azione di cui al comma 6, nonche’ le
prescrizioni contenute nel codice di buona pratica agricola di cui
al decreto del Ministro per le politiche agricole in data 19 aprile
1999, pubblicato nel S.O. alla Gazzetta Ufficiale n. 102 del 4
maggio 1999.
6. Entro un anno dall’entrata in vigore del presente decreto per le
zone designate ai sensi dei commi 2 e 3, ed entro un anno dalla
data di designazione per le ulteriori zone di cui al comma 4, le
regioni, sulla base delle indicazioni e delle misure di cui
all’allegato 7/A-IV, definiscono ovvero rivedono, se gia’ posti in
essere, programmi d’azione obbligatori per la tutela e il
risanamento delle acque dall’inquinamento causato da nitrati di
origine agricola, e provvedono alla loro attuazione nell’anno
successivo per le zone vulnerabili di cui ai commi 2 e 3 e nei
successivi quattro anni per le zone di cui al comma 4.
7. Le regioni provvedono, inoltre, a:
a) integrare, se del caso, in relazione alle esigenze locali, il
codice di buona pratica agricola, stabilendone le modalita’ di
applicazione;
b) predisporre ed attuare interventi di formazione e di
informazione degli agricoltori sul programma di azione e sul codice
di buona pratica agricola;
c) elaborare ed applicare entro quattro anni a decorrere dalla
definizione o revisione dei programmi di cui al comma 6, i
necessari strumenti di controllo e verifica dell’efficacia dei
programmi stessi sulla base dei risultati ottenuti; ove necessario,
modificare o integrare tali programmi individuando tra le ulteriori
misure possibili, quelle maggiormente efficaci, tenuto conto dei
costi di attuazione delle misure stesse.
8. Le variazioni apportate alle designazioni, i programmi di
azione, i risultati delle verifiche dell’efficacia degli stessi e
le revisioni effettuate devono essere comunicati al Ministero
dell’ambiente, secondo le modalita’ indicate nel decreto di cui
all’articolo 3, comma 7. Al Ministero per le politiche agricole e’
data tempestiva notizia delle integrazioni apportate al codice di
buona pratica agricola di cui al comma 7, lettera a) nonche’ degli
interventi di formazione e informazione.
9. Al fine di garantire un generale livello di protezione delle
acque il codice di buona pratica agricola e’ di raccomandata
applicazione al di fuori delle zone vulnerabili.
Art. 20.
Zone vulnerabili da prodotti fitosanitari e altre zone vulnerabili
1. Con le modalita’ previste dall’articolo 19 e sulla base delle
indicazioni contenute nell’allegato 7/B, le regioni identificano le
aree di cui all’articolo 5, com-ma 21, del decreto legislativo 17
marzo 1995, n. 194 (a), allo scopo di proteggere le risorse idriche
o altri comparti ambientali dall’inquinamento derivante dall’uso di
prodotti fitosanitari.
2. Le regioni e le Autorita’ di bacino verificano la presenza nel
territorio di competenza di aree soggette o minacciate da fenomeni
di siccita’, degrado del suolo e processi di desertificazione e le
designano quali aree vulnerabili alla desertificazione.
3. Per le aree di cui al comma 2, nell’ambito della pianificazione
di bacino e della sua attuazione, sono adottate specifiche misure
di tutela, secondo i criteri previsti nel piano d’azione nazionale
di cui alla delibera CIPE del 22 dicembre 1998, pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale n. 39 del 17 febbraio 1999.
Riferimenti normativi:
(a) Il testo dell’art. 5, comma 21, del decreto legislativo 17
marzo 1995, n. 194, recante “Attuazione della direttiva 91/414/CEE
in materia di immissione in commercio di prodotti fitosanitari”
pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale –
serie generale – n. 122 del 27 maggio 1995, e’ il seguente:
“21. Entro un anno dalla data di entrata in vigore del presente
decreto il Ministro dell’ambiente, sentite le regioni e le province
autonome, definisce i criteri per l’individuazione delle aree
vulnerabili, nelle quali le regioni e le province autonome possono
chiedere l’applicazione, delle limitazioni e delle esclusioni di
impiego di cui al comma 20”.
Art. 21
Disciplina delle aree di salvaguardia delle acque superficiali e
sotterranee destinate al consumo umano
1. Su proposta delle autorita’ d’ambito, le regioni, per mantenere
e migliorare le caratteristiche qualitative delle acque
superficiali e sotterranee destinate al consumo umano erogate a
terzi mediante impianto di acquedotto che riveste carattere di
pubblico interesse, nonche’ per la tutela dello stato delle
risorse, individuano le aree di salvaguardia distinte in zone di
tutela assoluta e zone di rispetto, nonche’, all’interno dei bacini
imbriferi e delle aree di ricarica della falda, le zone di
protezione.
2. Per gli approvvigionamenti diversi da quelli di cui al comma 1,
le autorita’ competenti impartiscono, caso per caso, le
prescrizioni necessarie per la conservazione, la tutela della
risorsa ed il controllo delle caratteristiche qualitative delle
acque destinate al consumo umano.
3. Per la gestione delle aree di salvaguardia si applicano le
disposizioni dell’articolo 13 della legge 5 gennaio 1994, n. 36
(a), e le disposizioni dell’articolo 24 della stessa legge (b),
anche per quanto riguarda eventuali indennizzi per le attivita’
preesistenti.
4. La zona di tutela assoluta e’ costituita dall’area
immediatamente circostante le captazioni o derivazioni; essa deve
avere una estensione in caso di acque sotterranee e, ove possibile
per le acque superficiali, di almeno dieci metri di raggio dal
punto di captazione, deve essere adeguatamente protetta e adibita
esclusivamente ad opere di captazione o presa e ad infrastrutture
di servizio.
5. La zona di rispetto e’ costituita dalla porzione di territorio
circostante la zona di tutela assoluta da sottoporre a vincoli e
destinazioni d’uso tali da tutelare qualitativamente e
quantitativamente la risorsa idrica captata e puo’ essere suddivisa
in zona di rispetto ristretta e zona di rispetto allargata in
relazione alla tipologia dell’opera di presa o captazione e alla
situazione locale di vulnerabilita’ e rischio della risorsa. In
particolare nella zona di rispetto sono vietati l’insediamento dei
seguenti centri di pericolo e lo svolgimento delle seguenti
attivita’:
a) dispersione di fanghi ed acque reflue, anche se depurati;
b) accumulo di concimi chimici, fertilizzanti o pesticidi;
c) spandimento di concimi chimici, fertilizzanti o pesticidi, salvo
che l’impiego di tali sostanze sia effettuato sulla base delle
indicazioni di uno specifico piano di utilizzazione che tenga conto
della natura dei suoli, delle colture compatibili, delle tecniche
agronomiche impiegate e della vulnerabilita’ delle risorse idriche;
d) dispersione nel sottosuolo di acque meteoriche proveniente da
piazzali e strade;
e) aree cimiteriali;
f) apertura di cave che possono essere in connessione con la falda;
g) apertura di pozzi ad eccezione di quelli che estraggono acque
destinate al consumo umano e di quelli finalizzati alla variazione
della estrazione ed alla protezione delle caratteristiche quali-
quantitative della risorsa idrica;
h) gestione di rifiuti;
i) stoccaggio di prodotti ovvero sostanze chimiche pericolose e
sostanze radioattive;
l) centri di raccolta, demolizione e rottamazione di autoveicoli;
m) pozzi perdenti;
n) pascolo e stabulazione di bestiame che ecceda i 170 chilogrammi
per ettaro di azoto presente negli effluenti, al netto delle
perdite di stoccaggio e distribuzione. E’ comunque vietata la
stabulazione di bestiame nella zona di rispetto ristretta.
6. Per gli insediamenti o le attivita’ di cui al comma 5,
preesistenti, ove possibile e comunque ad eccezione delle aree
cimiteriali, sono adottate le misure per il loro allontanamento; in
ogni caso deve essere garantita la loro messa in sicurezza. Le
regioni e le provincie autonome disciplinano, all’interno delle
zone di rispetto, le seguenti strutture od attivita’:
a) fognature;
b) edilizia residenziale e relative opere di urbanizzazione;
c) opere viarie, ferroviarie ed in genere infrastrutture di
servizio;
d) le pratiche agronomiche e i contenuti dei piani di utilizzazione
di cui alla lettera c) del comma 5.
7. In assenza dell’individuazione da parte della regione della zona
di rispetto ai sensi del comma 1, la medesima ha un’estensione di
200 metri di raggio rispetto al punto di captazione o di
derivazione.
8. Le zone di protezione devono essere delimitate secondo le
indicazioni delle regioni per assicurare la protezione del
patrimonio idrico. In esse si possono adottare misure relative alla
destinazione del territorio interessato, limitazioni e prescrizioni
per gli insediamenti civili, produttivi, turistici, agroforestali e
zootecnici da inserirsi negli strumenti urbanistici comunali,
provinciali, regionali, sia generali sia di settore.
9. Le regioni, al fine della protezione delle acque sotterranee,
anche di quelle non ancora utilizzate per l’uso umano, individuano
e disciplinano, all’interno delle zone di protezione, le seguenti
aree:
a) aree di ricarica della falda;
b) emergenze naturali ed artificiali della falda;
c) zone di riserva.
Riferimenti normativi.
(a) L’art. 13 della legge 5 gennaio 1994, n. 36, pubblicata nel
supplemento ordinario n. 14 alla Gazzetta Ufficiale – serie
generale – del 19 gennaio 1994 e’ il seguente:
“Art. 13 (Tariffa del servizio idrico). – 1. La tariffa costituisce
il corrispettivo del servizio idrico come definito all’articolo 4,
comma 1, lettera f).
2. La tariffa e’ determinata tenendo conto della qualita’ della
risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli
adeguamenti necessari, dell’entita’ dei costi di gestione delle
opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito
e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, in modo che sia
assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di
esercizio.
3. Il Ministro dei lavori pubblici, di intesa con il Ministro
dell’ambiente, su proposta del comitato di vigilanza di cui
all’art. 21, sentite le Autorita’ di bacino di rilievo nazionale,
nonche’ la conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le
regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, elabora un
metodo normalizzato per definire le componenti di costo e
determinare la tariffa di riferimento. La tariffa di riferimento e’
articolata per fasce di utenza e territoriali, anche con
riferimento a parcolari situazioni idrogeologiche ed in funzione
del contenimento del consumo.
4. La tariffa di riferimento costituisce la base per la
determinazione della tariffa nonche’ per orientare e graduare nel
tempo gli adeguamenti tariffari derivanti dall’applicazione della
presente legge.
5. La tariffa e’ determinata dagli enti locali, anche in relazione
al piano finanziario degli interventi relativi al servizio idrico
di cui all’articolo 11, comma 3.
6. La tariffa e’ applicata dai soggetti gestori, nel rispetto della
convenzione e del relativo disciplinare.
7. Nella modulazione della tariffa sono assicurate agevolazioni per
i consumi domestici essenziali nonche’ per i consumi di determinate
categorie secondo prefissati scaglioni di reddito. Per conseguire
obiettivi di equa redistribuzione dei costi sono ammesse
maggiorazioni di tariffa per le residenze secondarie e per gli
impianti ricettivi stagionali.
8. Per le successive determinazioni della tariffa si tiene conto
degli obiettivi di miglioramento della produttivita’ e della
qualita’ del servizio fornito e del tasso di inflazione
programmato.
9. L’eventuale modulazione della tariffa tra i comuni tiene conto
degli investimenti effettuati dai comuni medesimi che risultino
utili ai fini dell’organizzazione del servizio idrico integrato”.
(b) il testo dell’art. 24 della citata legge 5 gennaio 1994, n. 36
e’ il seguente:
“Art. 24 (Gestione delle aree di salvaguardia). – 1. Per assicurare
la tutela delle aree di salvaguardia delle risorse idriche
destinate al consumo umano, il gestore del servizio idrico
integrata puo’ stipulare convenzioni con lo Stato, le regioni, gli
enti locali, le associazioni e le universita’ agrarie titolari di
demani collettivi, per la gestione diretta dei demani pubblici o
collettivi ricadenti nel perimetro delle predette aree, nel
rispetto della protezione della natura e tenuta conto dei diritti
di uso civico esercitati.
2. La quota di tariffa riferita ai costi per la gestione delle aree
di salvaguardia, in caso di trasferimenti di acqua da un ambito
territoriale ottimale all’altro, e’ versata alla comunita’ montana,
ove costituita, o agli enti locali nel cui territorio ricadono le
derivazioni; i relativi proventi sono utilizzati ai fitti della
tutela e del recupero delle risorse ambientali”.
Capo II
Tutela quantitativa della risorsa e risparmio idrico
Art. 22.
Pianificazione del bilancio idrico
1. La tutela quantitativa della risorsa concorre al raggiungimento
degli obiettivi di qualita’ attraverso una pianificazione delle
utilizzazioni delle acque volta ad evitare ripercussioni sulla
qualita’ delle stesse e a consentire un consumo idrico sostenibile.
2. Nei piani di tutela sono adottate le misure volte ad assicurare
l’equilibrio del bilancio idrico come definito dall’Autorita’ di
bacino, nel rispetto delle priorita’ della legge 5 gennaio 1994, n.
36, e tenendo conto dei fabbisogni, delle disponibilita’, del
minimo deflusso vitale, della capacita’ di ravvenamento della falda
e delle destinazioni d’uso della risorsa compatibili con le
relative caratteristiche qualitative e quantitative.
3. Le regioni definiscono, sulla base delle linee guida di cui al
comma 4 e dei criteri adottati dai Comitati istituzionali delle
Autorita’ di bacino, gli obblighi di installazione e manutenzione
in regolare stato di funzionamento di idonei dispositivi per la
misurazione delle portate e dei volumi d’acqua pubblica derivati,
in corrispondenza dei punti di prelievo e, ove presente, di
restituzione, nonche’ gli obblighi e le modalita’ di trasmissione
dei risultati delle misurazioni all’Autorita’ concedente per il
loro successivo inoltro alla regione ed alle Autorita’ di bacino
competenti. Le Autorita’ di bacino provvedono a trasmettere i dati
in proprio possesso all’Agenzia nazionale per la protezione
dell’ambiente secondo le modalita’ di cui all’articolo 3, comma 7.
4. Il Ministro dei lavori pubblici provvede entro sei mesi dalla
data di entrata in vigore del presente decreto a definire, di
concerto con gli altri Ministri competenti e previa intesa con la
Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le
provincie autonome di Trento e di Bolzano, le linee guida per la
predisposizione del bilancio idrico di bacino, comprensive dei
criteri per il censimento delle utilizzazioni in atto e per la
definizione del minimo deflusso vitale.
5. Salvo quanto previsto al comma 6, tutte le derivazioni di acqua
comunque in atto alla data di entrata in vigore del presente
decreto sono regolate dall’Autorita’ concedente mediante la
previsione di rilasci volti a garantire il minimo deflusso vitale
nei corpi idrici come previsto dall’articolo 3, comma 1, lettera
i), della legge 18 maggio 1989, n. 183 (a) e dall’articolo 3, comma
3, della legge 5 gennaio 1994, n. 36 (b) senza che cio’ possa dar
luogo alla corresponsione di indennizzi da parte della pubblica
amministrazione, fatta salva la relativa riduzione del canone
demaniale di concessione.
6. Per le finalita’ di cui ai commi 1 e 2 le autorita’ concedenti,
a seguito del censimento di tutte le utilizzazioni in atto nel
medesimo corpo idrico provvedono, ove necessario, alla loro
revisione, disponendo prescrizioni o limitazioni temporali o
quantitative, senza che cio’ possa dar luogo alla corresponsione di
indennizzi da parte della pubblica amministrazione, fatta salva la
relativa riduzione del canone demaniale di concessione.
6-bis. Nel provvedimento di concessione prefereziale, rilasciato ai
sensi dell’articolo 4 dei regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775
(c), sono previsti i rilasci volti a garantire il minimo deflusso
vitale nei corpi idrici e le prescrizioni necessarie ad assicurare
l’equilibrio del bilancio idrico.
Riferimenti normativi.
(a) Il testo dell’art. 3, comma 1, lettera i) della legge 18 maggio
1989, n. 183, e’ il seguente:
Art. 3 (Le attivita’ di pianficaziane, di programmazione e di
attuazione). – 1. La attivita’ di programmazione, di pianificazione
e di attuazione degli interventi destinati a realizzare le
finalita’ indicate all’art. 1 curano in particolare:
a) – h) (Omissis).
i) la razionale utilizzazione delle risorse idriche superficiali e
profonde, con una efficiente rete idraulica, irrigua ed idrica
garantendo, comunque, che l’insieme delle derivazioni non
pregiudichi il minimo deflusso costante vitale negli alvei sottesi
nonche’ la pulizia delle acque;”.
(b) il testo dell’art. 3, comma 3, della legge 5 gennaio 1994, n.
36, e’ il seguente:
“Art. 3 (Equilibrio del bacino idrico). – (Omissis).
3. Nei bacini idrografici caratterizzati da consistenti prelievi o
da trasferimenti sia a valle che oltre la linea di displuvio, le
derivazioni, sono regolate in modo da garantire il livello di
deflusso necessario alla vita negli alvei sottesi e tale da non
danneggiare gli equilibri degli ecosistemi interessati”.
(c) il testo dell’art. 4 del regio decreto 11 dicembre 1933, n.
1775, recante “testo unico delle disposizioni di legge sulle acque
e impianti elettrici”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 8
gennaio 1984, n. 5, e’ il seguente:
4. Per le acque pubbliche, le quali, non comprese in precedenti
elenchi, siano incluse in elenchi suppletivi, gli utenti che non
siano in grado di chiedere il riconoscimento del diritto all’uso
dell’acqua ai termini dell’art. 3, hanno diritto alla concessione
limitatamente al quantitativo di acqua e di forza motrice
effettivamente utilizzata, con esclusione di qualunque concorrente,
salvo quanto e’ disposto dall’art. 45.
La domanda deve essere presentata entro i termini stabiliti
dall’art. 3 per i riconoscimenti e sara’ istruita con la procedura
delle concessioni.
Art. 23.
Modifiche al regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775
1. Il secondo comma dell’articolo 7 del testo unico delle
disposizioni di legge sulle acque e impianti elettrici approvato
con regio decreto 11 dicembre 1933, n. 175 (a) introdotto
dall’articolo 3 del decreto legislativo 12 luglio 1993, n. 275 (b)
e’ sostituito dal seguente:
“Le domande di cui al primo comma relative sia alle grandi sia alle
piccole derivazioni sono altresi’ trasmesse alle Autorita’ di
bacino territorialmente interessate che, nel termine massimo di
quaranta giorni dalla ricezione, comunicano il proprio parere
all’ufficio istruttore in ordine alla compatibiita’ della
utilizzazione con le previsioni del piano di tutela e, anche in
attesa di approvazione dello stesso, ai fini del controllo
sull’equilibrio del bilancio idrico o idrologico. Decorso il
predetto termine senza che sia intervenuta alcuna pronuncia, il
parere si intende espresso in senso favorevole”.
2. Il comma 1 dell’articolo 9 del regio decreto 11 dicembre 1933,
n. 1775, cosi’ come sostituito dall’articolo 4 del decreto
legislativo 12 luglio 1993, n. 275 (c) sostituito dal seguente:
“1. Tra piu’ domande concorrenti, completata l’istruttoria di cui
agli articoli 7 e 8, e’ preferita quella che da sola o in
connessione con altre utenze concesse o richieste presenti la piu’
razionale utilizzazione delle risorse idriche in relazione ai
seguenti criteri:
a) l’attuale livello di soddisfacimento delle esigenze essenziali
dei concorrenti anche da parte dei servizi pubblici di acquedotto o
di irrigazione, evitando ogni spreco e destinando
preferenzialinente le risorse qualificate all’uso potabile;
b) le effettive possibilita’ di migliore utilizzo delle fonti in
relazione all’uso;
c) le caratteristiche quantitative e qualitative del corpo idrico;
d) la quantita’ e la qualita’ dell’acqua restituita rispetto a
quella prelevata.
1-bis. E’ preferita la domanda che, per lo stesso tipo di uso,
garantisce la maggior restituzione d’acqua in rapporto agli
obiettivi di qualita’ dei corpi idrici. In caso di piu’ domande
concorrenti per usi industriali e’ altresi’ preferita quella del
richiedente che aderisce al sistema ISO 14001 ovvero al sistema di
cui al regolamento CEE n. 1836/1993 del Consiglio del 29 giugno
1993 (d) sull’adesione volontaria delle imprese del settore
industriale a un sistema comunitario di ecogestione e audit.”.
3. L’articolo 12 bis del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775
(a) introdotto dall’articolo 5 del decreto legislativo 12 luglio
1993, n. 275 (b) e’ sostituito dal seguente:
“Art. 12-bis. – 1. Il provvedimento di concessione e’ rilasciato se
non pregiudica il mantenimento o il raggiungimento degli obiettivi
di qualita’ definiti per il corso d’acqua interessato e se e’
garantito il minimo deflusso vitale, tenuto conto delle
possibilita’ di utilizzo di acque reflue depurate o di quelle
provenienti dalla raccolta di acque piovane, sempre che cio’
risulti economicamente sostenibile. Nelle condizioni del
disciplinare sono fissate, ove tecnicamente possibile, la quantita’
e le caratteristiche qualitative dell’acqua restituita.
Analogamente, nei casi di prelievo da falda si tiene conto della
necessita’ di assicurare l’equilibrio complessivo tra i prelievi e
la capacita’ di ricarica dell’acquifero, anche al fine di evitare
fenomeni di intrusione di acque salate o inquinate, e quant’altro
sia utile in funzione del controllo del miglior regime delle acque.
2. L’utilizzo di risorse qualificate con riferimento a quelle
prelevate da sorgenti o falde o comunque riservate al consumo
umano, puo’ essere assentito per usi diversi da quello potabile
sempre che non vi sia possibilita’ di riutilizzo di acque reflue
depurate o provenienti dalla raccolta di acque piovane, ovvero se
il riutilizzo sia economicamente insostenibile, solo nei casi di
ampia disponibilita’ delle risorse predette, di accertata carenza
qualitativa e quantitativa di fonti alternative di
approvvigionamento; in tal caso, il canone di utenza per uso
diverso da quello potabile e’ triplicato.
3. Sono escluse le concessioni ad uso idroelettrico i cui impianti
sono posti in serie con gli impianti di acquedotto.”.
4. L’articolo 17 del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775 (a) e’
sostituito dal seguente:
“Art. 17. – 1. Salvo quanto previsto dall’articolo 93 (e) e
dall’articolo 28, commi 3 e 4, della legge 5 gennaio 1994, n. 36
(f) e’ vietato derivare o utilizzare acqua pubblica senza un
provvedimento autorizzativo o concessorio dell Autorita’
competente.
Nel caso di violazione del disposto del comma 1, l’amministrazione
competente dispone la cessazione dell`utenza abusiva ed il
contravventore, fatti salvi ogni altro adempimento o comminatoria
previsti dalle leggi vigenti, e’ tenuto al pagamento di una
sanzione amministrativa pecuniaria da lire cinque milioni a lire
cinquanta milioni. Nei casi di particolare tenuita’ si applica la
sanzione amministrativa pecuniaria da lire cinquecentomila a lire
tre milioni.
Alla sanzione prevista dal presente articolo non si applica il
pagamento in misura ridotta di cui all’articolo 16 della legge 24
novembre 1981, n. 689 (g). E ‘in ogni caso dovuta una somma pari ai
canoni non corrisposti. L’autorita’ competente, con espresso
provvedimento nel quale sono stabilite le necessarie cautele, puo’
eccezionalmente consentire la continuazione provvisoria del
prelievo in presenza di particolari ragioni di interesse pubblico
generale, purche’ l’utilizzazione non risulti in palese contrasto
con i diritti di terzi e con il buon regime delle acque”.
5. E’ soppresso il secondo comma dell’articolo 54 del regio decreto
11 dicembre 1933, n. 1775 (a).
6. Fatta salva la normativa transitoria di attuazione dell’articolo
1 della legge 5 gennaio 1994, n. 36 (h) per le derivazioni o
utilizzazioni di acqua pubblica, in tutto o in parte abusivamente
in atto, la sanzione di cui all’articolo 17 del regio decreto 11
dicembre 1933, n. 1775, come modificato dal presente articolo, e’
ridotta ad un quinto qualora sia presentata domanda in sanatoria
entro il 31 dicembre 2000. Non sono soggetti a tale adempimento ne’
al pagamento della sanzione coloro che abbiano presentato comunque
domanda prima della data di entrata in vigore del presente decreto.
La concessione in sanatoria e’ rilasciata nel rispetto della
legislazione vigente e delle utenze regolarmente assentite. In
pendenza del procedimento istruttorio della concessione in
sanatoria, l’utilizzazione puo’ proseguire, fermo restando
l’obbligo del pagamento del canone per l’uso effettuato e il potere
dell’autorita’ concedente di sospendere in qualsiasi momento
l`utilizzazione qualora in contrasto con i diritti di terzi o con
il raggiungimento o il mantenimento degli obiettivi di qualita’.
6-bis. I termini previsti dall’articolo 1, comma 4, del decreto del
Presidente della Repubblica 18 febbraio 1999, n. 238 (i) per la
presentazione delle domande di riconoscimento o la concessione
preferenziale di cui all’articolo 4 del regio decreto 11 dicembre
1933, n. 1775 (l) e dell’articolo 2 della legge 17 agosto 1999, n.
290 (m) per le denunce dei pozzi, sono prorogati al 31 dicembre
2000.
In tali casi i canoni demaniali decorrono dal 10 agosto 1999.
7. Il primo comma dell’articolo 21 del regio decreto 11 dicembre
1933, n. 1775, come modificato dal comma 1, dell’articolo 29 della
legge 5 gennaio 1994, n. 36 (n) e’ sostituito dal seguente:
“Tutte le concessioni di derivazione sono temporanee. La durata
delle concessioni, salvo quanto disposto al secondo comma, non puo’
eccedere i trenta anni ovvero quaranta per uso irriguo. Resta ferma
la disciplina di cui all’articolo 12, commi 6, 7 e 8 del decreto
legislativo 16 marzo 1999, n. 79 (o)”.
8. Il comma 7 si applica anche alle concessioni di derivazione gia’
rilasciate. Qualora la scadenza di queste ultime, per effetto dello
stesso comma 7, risulti anticipata rispetto a quella
originariamente fissata nel provvedimento di concessione, le
relative derivazioni possono continuare ad essere esercitate sino
alla data di scadenza originaria, purche’ venga presentata domando
entro il 31 dicembre 2000, fatta salva l’applicazione di quanto
previsto all’articolo 22, e sempre che alla prosecuzione della
derivazione non osti uno specifico motivo di interesse pubblico. Le
piccole derivazioni ad uso idroelettrico di pertinenza dell’ENEL,
per le quali risulti decorso il termine di trenta anni fissato dal
comma 7, sono prorogate per ulteriori trenta anni a far data
dall’entrata in vigore del decreto legislativo 16 marzo 1999, n.
79, previa presentazione della relativa domanda entro il 31
dicembre 2000. Le regioni, anche su richiesta o parere dell’ente
gestore qualora la concessione ricada in area protetta, ove si
verifichino la mancanza dei presupposti di cui al comma 1
procedono, senza indennizzo, alla modifica delle condizioni fissate
dal relativo disciplinare ai fini di rendere compatibile il
prelievo, ovvero alla revoca.
9. Dopo il terzo comma dell’articolo 21 del regio decreto 11
dicembre 1933, n. 1775 (q) e’ inserito il seguente:
“Le concessioni di derivazioni per uso irriguo devono tener conto
delle tipologie delle colture in funzione della disponibilita’
della risorsa idrica, della quantita’ minima necessaria alla
coltura stessa, prevedendo se necessario specifiche modalita’ di
irrigazione;
le stesse sono assentite o rinnovate solo qualora non risulti
possibile soddisfare la domanda d’acqua attraverso le strutture
consortili gia’ operanti sul territorio.”.
9-bis. Fatta salva l’efficacia delle norme piu’ restrittive tutto
il territorio nazionale e’ assoggettato a tutela ai sensi
dell’articolo 94 del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775 (a).
9-ter. Le regioni disciplinano i procedimenti di rilascio delle
concessioni di derivazione di acque pubbliche nel rispetto delle
direttive sulla gestione del demanio idrico emanate, entro il 30
settembre 2000, ai sensi dell’artico-lo 88, comma 1, lettera p),
del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112 (s), su proposta del
Ministro dei lavori pubblici, nelle quali sono indicate anche le
possibilita’ di libero utilizzo di acque superficiali scolanti su
suoli o in fossi o in canali di proprieta’ privata. Le regioni,
sentite le Autorita’ di bacino, disciplinano forme di regolazione
dei prelievi delle acque sotterranee per gli usi domestici, come
definiti dall’articolo 93 del regio decreto 11 dicembre 1933, n.
1775 (r) laddove sia necessario garantire l’equilibrio del bilancio
idrico di cui all’artico-lo 3 della legge 5 gennaio 1994, n. 36
(s).
9-quater. Il comma 2 dell’articolo 25 della legge 5 gennaio 1994,
n. 36, come modificato dall’articolo 28, comma 2, della legge 30
aprile 1999, n. 136 (t) e’ sostituito dal seguente:
“2. Il riconoscimento e la concessione preferenziale delle acque
superficiali o sorgentizie che hanno assunto natura pubblica per
effetto dell’articolo 1, nonche’ le concessioni in sanatoria, sono
rilasciati su parere dell’ente gestore dell’area naturale protetta.
Gli enti gestori di aree protette verificano le captazioni e le
derivazioni gia’ assentite all’interno delle aree protette e
richiedono all’autorita’ competente la modifica delle quantita’ di
rilascio qualora riconoscano alterazioni degli equilibri biologici
dei corsi d’acqua oggetto di captazione, senza che cio’ possa dar
luogo alla corresponsione di indennizzi da parte della Pubblica
Amministrazione, fatta salva la relativa riduzione del canone
demaniale di concessione.”.
9-quinquies. Il comma 3 dell’articolo 25 della legge 5 gennaio
1994, n. 36 (u) e’ abrogato”.
Riferimenti normativi.
(a) Il testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e
impianti elettrici, approvato con regio decreto 11 dicembre 1933,
n. 1775, e’ pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 8 gennaio 1934, n.
5.
Si riporta il testo dell’art. 7 del suddetto testo unico, come
modificato dal decreto legislativo n. 152/1999.
“Art. 7. – Le domande per nuove concessioni e utilizzazioni
corredate dei progetti di massima delle opere da eseguire per la
raccolta, regolazione, estrazione, derivazione, condotta, uso,
restituzione e scolo delle acque sono dirette al Ministro dei
lavori pubblici e presentate all’ufficio del Genio civile alla cui
circoscrizione appartengono le opere di presa.
Le domande di cui al primo comma relative sia alle grandi sia alle
piccole derivazioni sono altresi’ trasmesse alle Autorita’ di
bacino territorialmente interessate che, nel termine massimo di
quaranta giorni dalla ricezione, comunicano il proprio parere
all’ufficio istruttore in ordine alla compatibilita’ della
utilizzazione con le previsioni del piano di tutela e, anche in
attesa di approvazione dello stesso, ai fini del controllo
sull’equilibrio del bilancio idrico o idrologico. Decorso il
predetto termine senza che sia intervenuta alcuna pronuncia, il
parere si intende espresso in senso favorevole.
Ogni richiedente di nuove concessioni deve depositare, con la
domanda, una somma pari ad un quarantesimo del canone annuo e in
ogni caso non inferiore a lire cinquanta.
Le somme cosi’ raccolte sono versate in tesoreria in conto entrate
dello Stato.
L’ufficio del Genio civile ordina la pubblicazione della domanda
mediante avviso nel foglio degli annunzi legali delle province nel
cui territorio ricadono le opere di presa e di restituzione delle
acque.
Nell’avviso sono indicati il nome del richiedente e i dati
principali della richiesta derivazione, e cioe’:
luogo di presa, quantita’ di acqua, luogo di restituzione ed uso
della derivazione.
L’avviso e’ pubblicato anche nella Gazzetta Ufficiale del Regno.
Nei territori che ricadono nella circoscrizione del magistrato alle
acque per le province venete e di Mantova, questo deve essere
sentito sull’ammissibilita’ delle istanze prima della loro
istruttoria.
Se il Ministro ritiene senz’altro inammissibile una domanda perche’
inattuabile o contraria al buon regime delle acque o ad altri
interessi generali, la respinge con suo decreto sentito il parere
del Consiglio superiore dei lavori pubblici.
Le domande che riguardano derivazioni tecnicamente incompatibili
con quelle previste da una o piu’ domande anteriori, sono accettate
e dichiarate concorrenti con queste, se presentate non oltre trenta
giorni dall’avviso nella Gazzetta Ufficiale relativo alla prima
delle domande pubblicate incompatibili con la nuova. Di tutte le
domande accettate si da’ pubblico avviso nei modi sopra indicati.
Dopo trenta giorni dall’avviso, la domanda viene pubblicata, col
relativo progetto, mediante ordinanza del Genio civile.
In ogni caso l’ordinanza stabilisce il termine, non inferiore a
quindici e non superiore a trenta giorni, entro il quale possono
presentarsi le osservazioni e le opposizioni scritte avverso la
derivazione richiesta.
Se le opere di derivazione interessano la circoscrizione di piu’
uffici del Genio civile, l’ordinanza di istruttoria e’ emessa dal
Ministro dei lavori pubblici.
Nel caso di domande concorrenti la istruttoria e’ estesa a tutte le
domande se esse sono tutte incompatibili con la prima; se invece
alcune furono accettate al di la’ dei termini relativi alla prima,
per essere compatibili con questa e non con le successive,
l’istruttoria e’ intanto limitata a quelle che sono state
presentate ed accettate entro novanta giorni dalla pubblicazione
nella Gazzetta Ufficiale dell’avviso relativo alla prima domanda”.
(b) Il decreto legislativo 12 luglio 1993 n. 275, recante “riordino
in materia di concessione di acque pubbliche” pubblicato nella
Gazzetta Ufficiale – serie generale – n. 182 del 5 agosto 1993.
(c) Il testo dell’art. 9 del regio decreto 11 dicembre 1933, n.
1775, gia’ modificato dall’art. 4 del decreto legislativo 12 luglio
1993, n. 275, come ulteriormente modificato dal decreto legislativo
n. 152/1999, e’ il seguente:
“Art. 9. – 1. Tra piu’ domande concorrenti, completata
l’istruttoria di cui agli articoli 7 e 8, e’ preferita quella che
da sola o in connessione con altre utenze concesse o richieste
presenti la piu’ razionale utilizzazione delle risorse idriche in
relazione ai seguenti criteri:
a) l’attuale livello di soddisfacimento delle esigenze essenziali
dei concorrenti anche da parte dei servizi pubblici di acquedotto o
di irrigazione, evitando ogni spreco e destinando preferenzialmente
le risorse qualificate all’uso potabile;
b) le effettive possibilita’ di migliore utilizzo delle fonti in
relazione all’uso;
c) le caratteristiche quantitative e qualitative del corpo idrico;
d) la quantita’ e la qualita’ dell’acqua restituita rispetto a
quella prelevata.
1-bis. E’ preferita la domanda che, per lo stesso tipo di uso,
garantisce la maggior restituzione d’acqua in rapporto agli
obiettivi di qualita’ dei corpi idrici. In caso di piu’ domande
concorrenti per usi industriali e’ altresi’ preferita quella del
richiedente che aderisce al sistema ISO 14001 ovvero al sistema di
cui al regolamento CEE n. 1836/1993 del Consiglio del 29 giugno
1993 sull’adesione volontaria delle imprese del settore industriale
a un sistema comunitario di ecogestione e audit.
A parita’ di tali condizioni e’ prescelta quella che offra maggiori
ed accertate garanzie tecnico-finanziarie ed economiche d’immediata
esecuzione ed utilizzazione. In mancanza di altre condizioni di
preferenza, vale il criterio della priorita’ di presentazione.
Qualora tra piu’ domande concorrenti si riscontri che i progetti
sono sostanzialmente equivalenti, quantunque in alcuna di quelle
posteriormente presentate la utilizzazione sia piu’ vasta, e’ di
regola preferita la prima domanda quando non ostino motivi
prevalenti d’interesse pubblico e il primo richiedente si obblighi
ad attuare la piu’ vasta utilizzazione.
Sulla preferenza da darsi all’una od all’altra domanda decide
definitivamente il Ministro dei lavori pubblici sentito il
Consiglio superiore. Il Consiglio indica, per la domanda prescelta,
gli elementi essenziali che devono essere contenuti nel
disciplinare.
Nelle concessioni a prevalente scopo irriguo, a parita’ di
utilizzazione, e’ preferita fra piu’ concorrenti la domanda di chi
abbia la proprieta’ dei terreni da irrigare o del relativo
consorzio dei proprietari”.
(d) Il regolamento CEE n. 1836/1993 del Consiglio del 29 giugno
1993 sull’adesione volontaria delle imprese del settore industriale
ad un sistema comunitario di ecogostione e audit e pubblicato nella
G.U.C.E. n. 168 del 10 luglio 1993.
(e) Si riporta il testo dell’art. 93 del regio decreto 11 dicembre
1993, n. 1775:
“Art. 93. – Il proprietario di un fondo, anche nelle zone soggette
a tutela della pubblica amministrazione, a norma degli articoli
seguenti, ha facolta’, per gli usi domestici, di estrarre ed
utilizzare liberamente, anche con mezzi meccanici, le acque
sotterranee nel suo fondo, purche’ osservi le distanze e le cautele
prescritte dalla legge.
Sono compresi negli usi domestici l’innaffiamento di giardini ed
orti inservienti direttamente al proprietario ed alla sua famiglia
e l’abbeveraggio del bestiame”.
(f) I commi 3 e 4 dell’articolo 28 della legge 5 gennaio 1994, n.
36, sono i seguenti:
“3. La raccolta di acque piovane in invasi e cisterne al servizio
di fondi agricoli o di singoli edifici e’ libera.
4. La raccolta di cui al comma 3 non richiede licenza o concessione
di derivazione di acque; la realizzazione dei relativi manufatti e’
regolata alle leggi in materia di edilizia, di costruzioni nelle
zone sismiche, di dighe e sbarramenti e dalle altre leggi
speciali”.
(g) L’art. 16 della legge 24 novembre 1981, n. 689 recante
“modifiche al sistema penale” pubblicata nel supplemento ordinario
alla Gazzetta Ufficiale – serie generale – n. 329 del 30 novembre
1981 e’ il seguente:
“Art. 16 (Pagamento in misura ridotta). – E’ ammesso il pagamento
di una somma in misura ridotta pari alla terza parte del massimo
della sanzione prevista per la violazione commessa o, se piu’
favorevole e qualora sia stabilito il minimo della sanzione
edittale, pari al doppio del relativo importo, oltre alle spese del
procedimento, entro il termine di sessanta giorni dalla
contestazione immediata o, se questa non vi e’ stata, dalla
notificazione degli estremi della violazione.
Nei casi di violazione [del testo unico delle norme sulla
circolazione stradale e] dei regolamenti comunali e provinciali
continuano ad applicarsi, [rispettivamente l’art. 138 dei testo
unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 15
giugno 1959, n. 393, con le modifiche apportate dall’art. 11 della
legge 14 febbraio 1974, n. 62, e] l’art. 107 del testo unico delle
leggi comunali e provinciali approvato con regio decreto 3 marzo
1934, n. 383.
Il pagamento in misura ridotta e’ ammesso anche nei casi in cui le
norme antecedenti all’entrata in vigore della presente legge non
consentivano l’oblazione”.
(h) L’art. 1 della citata legge 5 gennaio 1994, n. 36 e’ il
seguente:
“Art. 1 (Tutela e uso delle risorse idriche). – 1. Tutte le acque
superficiali e sotterranee, ancorche’ non estratte dal sottosuolo,
sono pubbliche e costituiscono una risorsa che e’ salvaguardata ed
utilizzata secondo criteri di solidarieta’.
2. Qualsiasi uso delle acque e’ effettuato salvaguardando le
aspettative ed i diritti delle generazioni future a fruire di un
integro patrimonio ambientale.
3. Gli usi delle acque sono indirizzati al risparmio e al rinnovo
delle risorse per non pregiudicare il patrimonio idrico, la
vivibilita’ dell’ambiente, l’agricoltura. la fauna e la flora
acquatiche, i processi geomorfologici e gli equilibri idrologici.
4. Le acque termali, minerali e per uso geotermico sono
disciplinate da leggi speciali”.
(i) L’art. 1, del decreto del Presidente della Repubblica 18
febbraio 1999, n. 238, recante “regolamento recante norme per
l’attivazione di talune disposizioni della legge 5 gennaio 1994, n.
36, in materia di risorse idriche”, pubblicato nella Gazzetta
Ufficiale 26 luglio 1999, n. 173, e’ il seguente:
“Art. 1 (Demanio idrico). – 1. Appartengono allo Stato e fanno
parte del demanio pubblico tutte le acque sotterranee e le acque
superficiali, anche raccolte in invasi o cisterne.
2. La disposizione di cui al comma 1 non si applica a tutte le
acque piovane non ancora convogliate in un corso d’acqua o non
ancora raccolte in invasi o cisterne.
3. Ai sensi dell’art. 28, commi 3 e 4, della legge 5 gennaio 1994,
n. 36, la raccolta delle acque di cui al comma 2 in invasi e
cisterne al servizio di fondi agricoli o di singoli edifici e’
libera e non e’ soggetta a licenza o concessione di derivazione,
ferma l’osservanza delle norme edilizie e di sicurezza e di altre
norme speciali per la realizzazione dei relativi manufatti, nonche’
delle discipline delle regioni e delle province autonome di Trento
e di Bolzano in materia di trattamento e di depurazione delle
acque.
4. Per le acque pubbliche di cui all’art. 1, della legge 5 gennaio
1994, n. 36, e al presente regolamento non iscritte negli elenchi
delle acque pubbliche, pua’ essere chiesto il riconoscimento o la
concessione preferenziale di cui all’art. 4 del regio decreto 11
dicembre 1933, n. 1775, entro un anno dalla data di entrata in
vigore del presente regolamento”.
(l) L’art. 4 del citato decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, e’ il
seguente:
“Art. 4. – Per le acque pubbliche, le quali, non comprese in
precedenti elenchi, siano incluse in elenchi suppletivi, gli utenti
che non siano in grado di chiedere il riconoscimento del diritto
all’uso dell’acqua ai termini dell’art. 3, hanno diritto alla
concessione limitatamente al quantitativo di acqua e di forza
motrice effettivamente utilizzata, con esclusione di qualunque
concorrente, salvo quanto e’ disposto dall’art. 45.
La domanda deve essere presentata entro i termini stabiliti
dall’art. 3 per i riconoscimenti e sara’ istruita con la procedura
delle concessioni”.
(m) L’art. 2 della legge 17 agosto 1999, n. 290, recante “proroga
di termini nel settore agricolo” pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale n. 195 20 agosto 1999, e’ il seguente:
“Art. 2 (Denuncia dei pozzi – Modifica all’art. 11 del decreto-
legge n. 507 del 1994). – 1. Il termine per le denunce dei pozzi di
cui all’art. 10 del decreto legislativo 12 luglio 1993, n. 275,
come modificato dall’art. 14 del decreto-legge 8 agosto 1994, n.
507, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 ottobre 1994, n.
584, e’ riaperto e fissato in dodici mesi dalla data di entrata in
vigore della presente legge; in caso di richiesta di riconoscimento
o concessione, i canoni di derivazione irrigua sono dovuti dalla
data di accoglimento della relativa domanda. Le regioni adottano,
entro quattro mesi dalla data di entrata m vigore della presente
legge, provvedimenti finalizzati alla semplificazione degli
adempimenti, con particolare riferimento alle utenze minori. La
disposizione di cui al presente comma ha efficacia dal 1o luglio
1995.
2. Per i pozzi ad uso domestico o agricola, la denuncia e la
richiesta di concessione possono effettuarsi anche mediante
autocertificazione ai sensi della legge 4 gennaio 1968, n. 15, e
successive modificazioni. La presentazione di tale denuncia, da
effettuarsi presso le amministrazioni provinciali competenti nel
termine di cui al comma 1, estingue ogni illecito amministrativo
eventualmente commesso per la mancata tempestiva denuncia.
3. Al comma 1 dell’art. 11 del decreto-legge 8 agosto 1994, n. 507,
convertito, con modificazioni, dalla legge 21 ottobre 1994, n. 584,
le parole: “periodo non superiore a due anni” sono sostituite dalle
seguenti: ” periodo non superiore a quattro anni”.
(n) Il testo vigente dell’art. 21 del regio decreto 11 dicembre
1933, n. 1775, gia’ modificato dalla legge 5 gennaio 1994, n. 36,
come ulteriormente modificato dal decreto legislativo 18 agosto
2000, n. 258, e’ il seguente:
“Art. 21. – Tutte le concessioni di derivazione sono temporanee. La
durata delle concessioni, salvo quanto disposto al secondo comma,
non puo’ eccedere i trenta anni ovvero quaranta per uso irriguo.
Resta ferma la disciplina di cui all’art. 12, commi 6, 7 e 8 del
decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79.
Le concessioni di grandi derivazioni ad uso industriale sono
stipulate per una durata non superiore ad anni quindici e possono
essere condizionate alla attuazione di risparmio idrico mediante il
riciclo o il riuso dell’acqua, nei termini quantitativi e temporali
che dovranno essere stabiliti in sede di concessione, tenuto conto
delle migliori tecnologie applicabili al caso specifico.
Il Ministro dei lavori pubblici, sentito il Consiglio superiore,
tenuto conto dello scopo prevalente, determina la specie e la
durata di ciascuna concessione.
Le concessioni di derivazioni per uso irriguo devono tener conto
delle tipologie delle colture in funzione della disponibilita’
della risorsa idrica, della quantita’ minima necessaria alla
coltura stessa, prevedendo se necessario specifiche modalita’ di
irrigazione; le stesse sono assentite o rinnovate solo qualora non
risulti possibile soddisfare la domanda d’acqua attraverso le
strutture consortili gia’ operanti sul territorio.
Giusta il disposto dell’art. 8 del testo unico sulle ferrovie
concesse alla industria privata, approvato con regio decreto 9
maggio 1912, n. 1447; le derivazioni posteriori alla legge 12
luglio 1908, n. 444, accordate ad un concessionario di ferrovia
pubblica per la applicazione della trazione elettrica, conservano
la durata della concessione della ferrovia e ne costituiscono parte
integrante.
La stessa disposizione e’ applicabile alle tramvie a trazione
meccanica in virtu’ dell’art. 273 del citato testo unico e alle
derivazioni concesse per trazione elettrica di funicolari, funivie,
filovie ed ascensori in servizio pubblico”.
(o) Il decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79 recanta “attuazione
della direttiva 96/92/CE recante norme comuni per il mercato
interno dell’energia elettrica” e pubblicato nella Gazzetta
Ufficiale 31 marzo 1999, n. 75.
Si riporta il testo dell’art. 12, commi 6, 7 e 8, del suddetto
decreto:
“6. Le concessioni rilasciate all’Enel S.p.a. per le grandi
derivazioni idroelettriche scadono al termine del trentesimo anno
successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto.
7. Le concessioni scadute o in scadenza entro il 31 dicembre 2010
sono prorogate a quest’ultima data e i titolari di concessione
interessati, senza necessita’ di alcun atto amministrativo,
proseguono l’attivita’ dandone comunicazione all’amministrazione
concedente entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del
presente decreto fatto salvo quanto previsto al comma 2 del
successivo art. 16.
8. Per le concessioni la cui scadenza sia fissata a dopo il 31
dicembre 2010 si applicano i termini di scadenza stabiliti
nell’atto di concessione”.
(p) Si riporta il testo dell’art. 21 del regio decreto 11 dicembre
1933, n. 1775, come modificato dal decreto legislativo n. 152/1999:
“Art. 21. – Salvo quanto disposto dal secondo comma, tutte le
concessioni di derivazione sono temporanee. La durata delle
concessioni ad eccezione di quelle di grande derivazione
idroelettrica, per le quali resta fermo quanto disposto dall’art.
36 della legge 24 aprile 1998, n. 128, e relativi decreti
legislativi di attuazione della direttiva 96/1992/CE, non puo’
eccedere i trenta anni ovvero quaranta per uso irriguo.
Le concessioni di grandi derivazioni ad uso industriale sono
stipulate per una durata non superiore ad anni quindici e possono
essere condizionate alla attuazione di risparmio idrico mediante il
riciclo o il riuso dell’acqua, nei termini quantitativi e temporali
che dovranno essere stabiliti in sede di concessione, tenuto conto
delle migliori tecnologie applicabili al caso specifico.
Il Ministro dei lavori pubblici, sentito il Consiglio superiore,
tenuto conto dello scopo prevalente, determina la specie e la
durata di ciascuna concessione.
Le concessioni di derivazioni per uso irriguo devono tener conto
delle tipologie delle colture in funzione della disponibilita’
della risorsa idrica, della quantita’ minima necessaria alla
coltura stessa, prevedendo se necessario specifiche modalita’ di
irrigazione; le stesse sono assentite o rinnovate solo qualora non
risulti possibile soddisfare la domanda d’acqua attraverso le
strutture consortili gia’ operanti sul territorio.
Giusta il disposto dell’art. 8 del testo unico sulle ferrovie
concesse alla industria privata, approvato con regio decreto 9
maggio 1912 n. 1447 (16); le derivazioni posteriori alla legge 12
luglio 1908, n. 444, accordate ad un concessionario di ferrovia
pubblica per la applicazione della trazione elettrica, conservano
la durata della concessione della ferrovia e ne costituiscono parte
integrante.
La stessa disposizione e’ applicabile alle tramvie a trazione
meccanica in virtu’ dell’art. 273 del citato testo unico e alle
derivazioni concesse per trazione elettrica di funicolari, funivie,
filovie ed ascensori in servizio pubblico”.
(q) L’art. 94 del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775 e’ il
seguente:
“Art. 94. – Il Governo del Re e’ autorizzato a stabilire con
successivi decreti, da emanarsi su proposta del Ministro dei lavori
pubblici di concerto con quello dell’agricoltura, i comprensori nei
quali la ricerca, l’estrazione e l’utilizzazione di tutte le acque
sotterranee sono soggette alla tutela della pubblica
amministrazione.
(r) L’art. 88, comma 1, lettera p) del decreto legislativo 31 marzo
1998, n.112, e’ il seguente.
“1. Ai sensi dell’art. 1, comma 4, lettera c), della legge 15 marzo
1997, n. 59, hanno rilievo nazionale i compiti relativi:
a)-q) omissis p) alle direttive sulla gestione del demanio idrico
anche volte a garantire omogeneita’, a parita’ di condizioni, nel
rilascio delle concessioni di derivazione di acqua, secondo i
principi stabiliti dall’art. 1 della legge 5 gennaio 1994, n. 36”.
(s) L’art. 93 del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, e’ il
seguente:
“Art. 93. – Il proprietario di un fondo, anche nelle zone soggette
a tutela della pubblica amministrazione, a norma degli articoli
seguenti, ha facolta’, per gli usi domestici, di estrarre ed
utilizzare liberamente, anche con mezzi meccanici, le acque
sotterranee nel suo fondo, purche’ osservi le distanze e le cautele
prescritte dalla legge. Sono compresi negli usi domestici
l’innaffiamento di giardini ed orti inservienti direttamente al
proprietario ed alla sua famiglia e l’abbeveraggio del bestiame”.
(t) L’art. 3 della legge 5 gennaio 1994, n. 36, e’ il seguente:
“Art. 3 (Equilibrio del bilancio idrico). – 1. L’autorita’ di
bacino competente definisce ed aggiorna periodicamente il bilancio
idrico diretto ad assicurare l’equilibrio fra le disponibilita’ di
risorse reperibili o attivabili nell’area di riferimento ed i
fabbisogni per i diversi usi, nel rispetto dei criteri e degli
obiettivi di cui agli articoli 1 e 2.
2. Per assicurare l’equilibrio tra risorse e fabbisogni,
l’autorita’ di bacino competente adotta, per quanto di competenza,
le misure per la pianificazione dell’economia idrica in funzione
degli usi cui sono destinate le risorse.
3. Nei bacini idrografici caratterizzati da consistenti prelievi o
da trasferimenti, sia a valle che oltre la linea di displuvio, le
derivazioni sono regolate in modo da garantire il livello di
deflusso necessario alla vita negli alvei sottesi e tale da non
danneggiare gli equilibri degli ecosistemi interessati”.
(u) Il testo vigente dell’art. 25 della citata legge 5 gennaio
1994, n. 36, gia’ modificato dalla legge 30 aprile 1999, n. 136,
come ulteriormente modificato dal decreto legislativo 18 agosto
2000, n. 258, e’ il seguente:
“Atr. 25 (Disciplina delle acque nelle aree protette).
– 1. Nell’ambito delle aree naturali protette nazionali e
regionali, l’ente gestore dell’area protetta, sentita l’autorita’
di bacino, definisce le acque sorgive, fluenti e sotterranee
necessarie alla conservazione degli ecosistemi, che non possono
essere captate.
2. Il riconoscimento e la concessione preferenziale delle acque
superficiali o sorgentizie che hanno assunto natura pubblica per
effetto dell’art. 1, nonche’ le concessioni in sanatoria, sono
rilasciati su parere dell`ente gestore dell`area naturale protetta.
Gli enti gestori di aree protette verificano le captazioni e le
derivazioni gia’ assentite all’interno delle aree protette e
richiedono alle autorita’ competente la modifica delle quantita’ di
rilascio qualora riconoscano alterazioni degli equilibri biologici
dei corsi d’acqua oggetto di captazione, senza che cio’ possa dar
luogo alla corresponsione di indennizzi da parte della pubblica
amministrazione, fatta salva la relativa riduzione del canone
demaniale di concessione.
3. (abrogato)”.
Art. 24.
Acque minerali naturali e di sorgenti
1. Le concessioni di utilizzazione delle acque minerali naturali e
delle acque di sorgente sono rilasciate tenuto conto delle esigenze
di approvvigionamento e distribuzione delle acque potabili e delle
previsioni del piano di tutela.
Art. 25.
Risparmio idrico
1. Coloro che gestiscono o utilizzano la risorsa idrica adottano le
misure necessarie all’eliminazione degli sprechi ed alla riduzione
dei consumi e ad incrementare il riciclo ed il riutilizzo, anche
mediante l’utilizzazione delle migliori tecniche disponibili.
2. Il comma 1 dell’articolo 5 della legge 5 gennaio 1994, n. 36,
(a) e’ sostituito dal seguente:
“1. Le regioni prevedono norme e misure volte a favorire la
riduzione dei consumi e l’eliminazione degli sprechi ed in
particolare a:
a) migliorare la manutenzione delle reti di adduzione e di
distribuzione di acque a qualsiasi uso destinate al fine di ridurre
le perdite;
b) realizzare, in particolare nei nuovi insediamenti abitativi,
commerciali e produttivi di rilevanti dimensioni, reti duali di
adduzione al fine dell’utilizzo di acque meno pregiate per usi
compatibili;
c) promuovere l’informazione e la diffusione di metodi e tecniche
di risparmio idrico domestico e nei settori industriale, terziario
ed agricolo;
d) installare contatori per il consumo dell’acqua in ogni singola
unita’ abitativa nonche’ contatori differenziati per le attivita’
produttive e del settore terziario esercitate nel contesto urbano;
e) realizzare nei nuovi insediamenti sistemi di collettamento
differenziati per le acque piovane e per le acque reflue.”.
3. All’articolo 5 della legge 5 gennaio 1994, n. 36 dopo il comma
1, e’ inserito il seguente:
“1-bis. Gli strumenti urbanistici, compatibilmente con l’assetto
urbanistico e territoriale e con le risorse finanziarie
disponibili, prevedono reti duali al fine dell’utilizzo di acque
meno pregiate, nonche’ tecniche di risparmio della risorsa. Il
comune rilascia la concessione edilizia se il progetto prevede
l’installazione di contatori per ogni singola unita’ abitativa,
nonche’ il collegamento a reti duali, ove gia’ disponibili.”.
4. All’articolo 13, comma 3, della legge 5 gennaio 1994, n. 36, (b)
sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: “ed in funzione del
contenimento del consumo.”.
5. Le regioni, sentita le autorita’ di bacino, approvano specifiche
norme sul risparmio idrico in agricoltura, basato sulla
pianificazione degli usi, sulla corretta individuazione dei
fabbisogni nel settore, e sui controlli degli effettivi
emungimenti.
Riferimenti normativi:
(a) Il testo vigente dell’articolo 5 della legge 5 gennaio 1994, n.
36, come modificato dal decreto legislativo n. 152/99, e’ il
seguente:
“Art. 5 (Risparmio idrico). – 1. Le regioni prevedono norme e
misure volte a favorire la riduzione dei consumi e l’eliminazione
degli sprechi ed in particolare a:
a) migliorare la manutenzione delle reti di adduzione e di
distribuzione di acque a qualsiasi uso destinate al fine di ridurre
le perdite;
b) realizzare, in particolare nei nuovi insediamenti abitativi,
commerciali e produttivi di rilevanti dimensioni, reti duali di
adduzione al fine dell’utilizzo di acque meno pregiate per usi
compatibili;
c) promuovere l’informazione e la diffusione di metodi e tecniche
di risparmio idrico domestico e nei settori industriale, terziario
ed agricolo;
d) installare contatori per il consumo dell’acqua in ogni singola
unita’ abitativa nonche’ contatori differenziali per le attivita’
produttive e del settore terziario esercitate nel contesto urbano;
e) realizzare nei nuovi insediamenti sistemi di collettamento
differenziali per le acque piovane e per le acque reflue.
1-bis. Gli strumenti urbanistici, compatibilmente con l’assetto
urbanistico e territoriale e con le risorse finanziarie
disponibili, prevedono reti duali al fine dell’utilizzo di acque
meno pregiate, nonche’ tecniche di risparmio della risorsa. Il
comune rilascia la concessione edilizia se il progetto prevede
l’installazione di contatori per ogni singola unita’ abitativa,
nonche’ il collegamento a reti duali, ove gia’ disponibili.
2. Entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente
legge, con decreto del Ministro dei lavori pubblici, emanato ai
sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n.
400, e’adottato un regolamento per la definizione dei criteri e del
metodo in base ai quali valutare le perdite degli acquedotti e
delle fognature.
Entro il mese di febbraio di ciascun anno, i soggetti gestori dei
servizi idrici trasmettono al Ministero dei lavori pubblici i
risultati delle rilevazioni eseguite con la predetta metodologia”.
(b) Si riporta il testo dell’art. 13 della legge 5 gennaio 1994, n.
36, come modificato dal decreto legislativo n. 152/99:
“Art. 13 (Tariffa del servizio idrico). – 1. La tariffa costituisce
il corrispettivo del servizio idrico come definito all’articolo 4,
comma 1, lettera f).
2. La tariffa e’ determinata tenendo conto della qualita’ della
risorsa idrica e del servizio fomito, delle opere e degli
adeguamenti necessari, dell’entita’ dei costi di gestione delle
opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito
e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, in modo che sia
assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di
esercizio.
3. Il Ministro dei lavori pubblici, di intesa con il Ministro
dell’ambiente, su proposta del comitato di vigilanza di cui
all’articolo 21, sentite le Autorita’ di bacino di rilievo
nazionale, nonche’ la Conferenza permanente per i rapporti tra lo
Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano,
elabora un metodo normalizzato per definire le componenti di costo
e determinare la tariffa di riferimento. La tariffa di riferimento
e’ articolata per fasce di utenza e territoriali, anche con
riferimento a particolari situazioni idrogeologiche ed in funzione
del contenimento del consumo.
4. La tariffa di riferimento costituisce la base per la
determinazione della tariffa nonche’ per orientare e graduare nel
tempo gli adeguamenti tariffari derivanti dall’applicazione della
presente legge.
5. La tariffa e’ determinata dagli enti locali, anche in relazione
al piano finanziario degli interventi relativi al servizio idrico
di cui all’articolo 11, comma 3.
6. La tariffa e’ applicata dai soggetti gestori, nel rispetto della
convenzione e del relativo disciplinare.
7. Nella modulazione della tariffa sono assicurate agevolazioni per
i consumi domestici essenziali nonche’ per i consumi di determinate
categorie secondo prefissati scaglioni di reddito. Per conseguire
obiettivi di equa redistribuzione dei costi sono ammesse
maggiorazioni di tariffa per le residenze secondarie e per gli
impianti ricettivi stagionali.
8. Per le successive determinazioni della tariffa si tiene conto
degli obiettivi di miglioramento della produttivita’ e della
qualita’ del servizio fornito e del tasso di inflazione
programmato.
9. L’eventuale modulazione della tariffa tra i comuni tiene conto
degli investimenti effettuati dai comuni medesimi che risultino
utili ai fini dell’organizzazione del servizio idrico integrato”.
Art. 26.
Riutilizzo dell’acqua
1. All’articolo 14 della legge 5 gennaio 1994, n. 36, (a) dopo il
comma 4, e’, in fine, aggiunto il seguente:
“4-bis. Allo scopo di incentivare il riutilizzo di acqua reflua o
gia’ usata nel ciclo produttivo, la tariffa per le utenze
industriali e’ ridotta in funzione dell’utilizzo nel processo
produttivo di acqua reflua o gia’ usata. La riduzione si determina
applicando alla tariffa un correttivo che tiene conto della
quantita’ di acqua riutilizzata e della quantita’ delle acque
primarie impiegate.”.
2. L’articolo 6 della legge 5 gennaio 1994, n. 36 (b), e’
sostituito dal seguente:
“Art. 6 (Modalita’ per il riutilizzo delle acque reflue). – 1. Con
decreto del Ministro dell’ambiente, di concerto con il Ministro per
le politiche agricole, della sanita’, dell’industria, del commercio
e dell’artigianato, dei lavori pubblici e d’intesa con la
Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le
provincie autonome di Trento e di Bolzano sono definite norme
tecniche per il riutilizzo delle acque reflue.
2. Le regioni adottano norme e misure volte a favorire il riciclo
dell’acqua e il riutilizzo delle acque reflue depurate mediante le
quali sono in particolare:
a) indicate le migliori tecniche disponibili per la progettazione e
l’esecuzione delle infrastrutture nel rispetto delle norme tecniche
emanate ai sensi del comma 1;
b) indicate le modalita’ del coordinamento interregionale anche al
fine di servire vasti bacini di utenza ove vi siano grandi impianti
di depurazione di acque reflue;
c) previsti incentivi e agevolazioni alle imprese che adottano
impianti di riciclo o riutilizzo.”.
3. Il decreto di cui all’articolo 6, comma 1, della legge 5 gennaio
1994, n. 36 (b), come sostituito dal comma 2, e’ emanato entro sei
mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto.
4. Con decreto del Ministro dei lavori pubblici, di concerto con i
Ministri dell’ambiente e dell’industria, del commercio e
dell’artigianato e d’intesa la Conferenza permanente per i rapporti
tra lo Stato, le regioni e le provincie autonome di Trento e di
Bolzano sono definite le modalita’ per l’applicazione della
riduzione di canone prevista dall’articolo 18, comma 1, lettere a)
e d), della legge 5 gennaio 1994, n. 36 (c).
Riferimenti normativi:
(a) Il testo vigente dell’art. 14 della legge 5 gennaio 1994, n.
36, come modificato dal decreto legislativo n. 152/99, e’ il
seguente:
“Art. 14 (Tariffa del servizio di fognatura e depurazione). – 1. La
quota di tariffa riferita al servizio di pubblica fognatura e di
depurazione e’ dovuta dagli utenti anche nel caso in cui la
fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o
questi siano temporaneamente inattivi. I relativi proventi
affluiscono in un fondo vincolato e sono destinati esclusivamente
alla realizzazione e alla gestione delle opere e degli impianti
centralizzati di depurazione.
1-bis. I comuni gia’ provvisti di impianti centralizzati di
depurazione funzionanti, che non si trovino in condizione di
dissesto, destinano i proventi derivanti dal canone di depurazione
e fognatura prioritariamente alla gestione e manutenzione degli
impianti medesimi.
2. Gli utenti tenuti all’obbligo di versamento della tariffa
riferita al servizio di pubblica fognatura, di cui al comma 1, sono
esentati dal pagamento di qualsivoglia altra tariffa eventualmente
dovuta al medesimo titolo ad altri enti.
3. Al fine della determinazione della quota tariffaria di cui al
presente articolo, il volume dell’acqua scaricata e’ determinato in
misura pari al volume di acqua fornita, prelevata o comunque
accumulata.
4. Per le utenze industriali la quota tariffaria di cui al presente
articolo e’ determinata sulla base della qualita’ e della quantita’
delle acque reflue scaricate. E’ fatta salva la possibilita’ di
determinare una quota tariffaria ridotta per le utenze che
provvedono direttamente alla depurazione e che utilizzano la
pubblica fognatura.
4-bis. Allo scopo di incentivare il riutilizzo di acqua reflua o
gia’ usata nel ciclo produttivo, la tariffa per le utenze
industriali e’ ridotta in funzione dell’utilizzo nel processo
produttivo di acqua reflua o gia’ usata. La riduzione si determina
applicando alla tariffa un correttivo che tiene conto della
quantita’ di acqua riutilizzata e della quantita’ delle acque
primarie impiegate”.
(b) Per l’argomento della legge 5 gennaio 1994, n. 36 si veda nella
nota (a) dell’art. 1.
(c) Il testo dell’art. 18, comma 1, lettere a) e d), della legge 5
gennaio 1994, n. 36, e’ il seguente:
“Art. 18 (Canoni per le utenze di acqua pubblica). – 1. Ferme
restando le esenzioni vigenti, dal 10 gennaio 1994 i canoni annui
relativi alle utenze di acqua pubblica, previsti dall’articolo 35
del testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e sugli
impianti elettrici, approvato con regio decreto 11 dicembre 1933,
n.
1775, e successive modificazioni, costituiscono il corrispettivo
per gli usi delle acque prelevate e sono cosi’ stabiliti:
a) per ogni modulo di acqua ad uso di irrigazione, lire 70.400,
ridotte alla meta’ se le colature ed i residui di acqua sono
restituiti anche in falda;
b) e c) (omissis);
d) per ogni modulo di acqua assentito ad uso industriale, lire 22
milioni, assumendosi ogni modulo pari a tre milioni di metri cubi
annui. Il canone e’ ridotto del 50 per cento se il concessionario
attua un riuso delle acque a ciclo chiuso reimpiegando le acque
risultanti a valle del processo produttivo o se restituisce le
acque di scarico con le modesime caratteristiche qualitative di
quelle prelevate. Le disposizioni di cui al comma 5 dell’articolo
12 del decreto-legge 27 aprile 1990, n. 90, convertito, con
modificazioni, dalla legge 26 giugno 1990, n. 165, e successive
modificazioni, non si applicano limitatamente al canone di cui alla
presente lettera;”.
Capo III
Tutela qualitativa della risorsa: disciplina degli scarichi
Art. 27.
Reti fognarie
1. Gli agglomerati devono essere provvisti di reti fognarie per le
acque reflue urbane:
a) entro il 31 dicembre 2000 per quelli con un numero di abitanti
equivalenti superiore a 15.000;
b) entro il 31 dicembre 2005 per quelli con un numero di abitanti
equivalenti compreso tra 2.000 e 15.000.
2. Per le acque reflue urbane che si immettono in acque recipienti
considerate “aree sensibili” gli agglomerati con oltre 10.000
abitanti equivalenti devono essere provvisti di rete fognaria.
3. La progettazione, la costruzione e la manutenzione delle reti
fognarie si effettuano adottando le tecniche migliori che non
comportino costi eccessivi, tenendo conto in particolare:
a) del volume e delle caratteristiche delle acque reflue urbane;
b) della prevenzione di eventuali fuoriuscite;
c) della limitazione dell’inquinamento delle acque recipienti,
dovuto a tracimazioni causate da piogge violente.
4. Per gli insediamenti, installazioni o edifici isolati che
scaricano acque reflue domestiche le Regioni identificano sistemi
individuali o altri sistemi pubblici o privati adeguati secondo i
criteri di cui alla delibera indicata al comma 7 dell’articolo 62,
che raggiungano lo stesso livello di protezione ambientale,
indicando i tempi di adeguamento.
Art. 28.
Criteri generali della disciplina degli scarichi
1. Tutti gli scarichi sono disciplinati in funzione del rispetto
degli obiettivi di qualita’ dei corpi idrici e devono comunque
rispettare i valori limite di emissione previsti nell’allegato 5.
2. Ai fini di cui al comma 1, le Regioni, nell’esercizio della loro
autonomia, tenendo conto dei carichi massimi ammissibili, delle
migliori tecniche disponibili, definiscono i valori-limite di
emissione, diversi da quelli di cui all’allegato 5, sia in
concentrazione massima ammissibile sia in quantita’ massima per
unita’ di tempo in ordine ad ogni sostanza inquinante e per gruppi
o famiglie di sostanze affini. Le Regioni non possono stabilire
valori limite meno restrittivi di quelli fissati nell’allegato 5:
a) nella tabella 1 relativamente allo scarico di acque reflue
urbane in corpi idrici superficiali;
b) nella tabella 2 relativamente allo scarico di acque reflue
urbane in corpi idrici superficiali ricadenti in aree sensibili;
c) nelle tabella 3/A per i cicli produttivi ivi indicati;
d) nelle tabelle 3 e 4, per quelle sostanze indicate nella tabella
5 del medesimo allegato.
3. Gli scarichi devono essere resi accessibili per il campionamento
da parte dell’autorita’ competente per il controllo nel punto
assunto per la misurazione. La misurazione degli scarichi, salvo
quanto previsto al comma 3 dell’articolo 34, si intende effettuata
subito a monte del punto di immissione in tutte le acque
superficiali e sotterranee, interne e marine, nonche’ in fognature,
sul suolo e nel sottosuolo.
4. L’autorita’ competente per il controllo e’ autorizzata ad
effettuare tutte le ispezioni che ritenga necessarie per
l’accertamento delle condizioni che danno luogo alla formazione
degli scarichi. Essa puo’ richiedere che scarichi parziali
contenenti le sostanze di cui ai numeri 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9,
10, 12, 15, 16, 17 e 18 della tabella 5 dell’allegato 5, subiscano
un trattamento particolare prima della loro confluenza nello
scarico generale.
5. I valori limite di emissione non possono in alcun caso essere
conseguiti mediante diluizione con acque prelevate esclusivamente
allo scopo. Non e’ comunque consentito diluire con acque di
raffreddamento, di lavaggio o prelevate esclusivamente allo scopo
gli scarichi parziali di cui al comma 4, prima del trattamento
degli scarichi parziali stessi per adeguarli ai limiti previsti dal
presente decreto. L’autorita’ competente, in sede di autorizzazione
puo’ prescrivere che lo scarico delle acque di raffreddamento, di
lavaggio, ovvero impiegate per la produzione di energia, sia
separato dallo scarico terminale di ciascun stabilimento.
6. Qualora le acque prelevate da un corpo idrico superficiale
presentino parametri con valori superiori ai valori-limite di
emissione, la disciplina dello scarico e’ fissata in base alla
natura delle alterazioni e agli obiettivi di qualita’ del corpo
idrico ricettore, fermo restando che le acque devono essere
restituite con caratteristiche qualitative non peggiori di quelle
prelevate e senza maggiorazioni di portata allo stesso corpo idrico
dal quale sono state prelevate.
7. Salvo quanto previsto dall’articolo 38, ai fini della disciplina
degli scarichi e delle autorizzazioni, sono assimilate alle acque
reflue domestiche le acque reflue:
a) provenienti da imprese dedite esclusivamente alla coltivazione
del fondo o alla silvicoltura;
b) provenienti da imprese dedite ad allevamento di bestiame che
dispongono di almeno un ettaro di terreno agricolo funzionalmente
connesso con le attivita’ di allevamento e di coltivazione del
fondo, per ogni 340 chilogrammi di azoto presente negli effluenti
di allevamento prodotti in un anno da computare secondo le
modalita’ di calcolo stabilite alla tabella 6 dell’allegato 5. Per
gli allevamenti esistenti il nuovo criterio di assimilabilita’ si
applica a partire dal 13 giugno 2002;
c) provenienti da imprese dedite alle attivita’ di cui alle lettere
a) e b) che esercitano anche attivita’ di trasformazione o di
valorizzazione della produzione agricola, inserita con carattere di
normalita’ e complementarieta’ funzionale nel ciclo produttivo
aziendale e con materia prima lavorata proveniente per almeno due
terzi esclusivamente dall’attivita’ di coltivazione dei fondi di
cui si abbia a qualunque titolo la disponibilita’;
d) provenienti da impianti di acquacoltura e di piscicoltura che
diano luogo a scarico e si caratterizzino per una densita’ di
allevamento pari o inferiore a 1 kg per metro quadrato di specchio
di acqua o in cui venga utilizzata una portata d’acqua pari o
inferiore a 50 litri al minuto secondo.
e) aventi caratteristiche qualitative equivalenti a quelle
domestiche e indicate dalla normativa regionale.
8. Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del presente
decreto, e successivamente ogni due anni, le regioni trasmettono
all’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente le
informazioni relative alla funzionalita’ dei depuratori, nonche’
allo smaltimento dei relativi fanghi, secondo le modalita’ indicate
nel decreto di cui all’articolo 3, comma 7.
9. Al fine di assicurare la piu’ ampia divulgazione delle
informazioni sullo stato dell’ambiente le Regioni pubblicano ogni
due anni una relazione sulle attivita’ di smaltimento delle acque
reflue urbane nelle aree di loro competenza, secondo le modalita’
indicate nel decreto di cui all’articolo 3, comma 7.
10. Le autorita’ competenti possono promuovere e stipulare accordi
e contratti di programma con i soggetti economici interessati, al
fine di favorire il risparmio idrico, il riutilizzo delle acque di
scarico ed il recupero come materia prima dei fanghi di
depurazione, con la possibilita’ di ricorrere a strumenti
economici, di stabilire agevolazioni in materia di adempimenti
amministrativi e di fissare, per le sostanze ritenute utili, limiti
agli scarichi in deroga alla disciplina generale, nel rispetto
comunque delle norme comunitarie e delle misure necessarie al
conseguimento degli obiettivi di qualita’.
Art. 29.
Scarichi sul suolo
1. E’ vietato lo scarico sul suolo o negli strati superficiali del
sottosuolo fatta eccezione:
a) per i casi previsti dall’articolo 27, comma 4;
b) per gli scaricatori di piena a servizio delle reti fognarie;
c) per gli scarichi di acque reflue urbane e industriali per i
quali sia accertata l’impossibilita’ tecnica o l’eccessiva
onerosita’ a fronte dei benefici ambientali conseguibili, a
recapitare in corpi idrici superficiali, purche’ gli stessi siano
conformi ai criteri ed ai valori limite di emissione fissati a tal
fine dalle regioni ai sensi dell’articolo 28, comma 2. Sino
all’emanazione di nuove norme regionali si applicano i valori
limite di emissione della tabella 4 dell’allegato 5;
d) per gli scarichi di acque provenienti dalla lavorazione di rocce
naturali nonche’ dagli impianti di lavaggio delle sostanze
minerali, purche’ i relativi fanghi siano costituiti esclusivamente
da acqua e inerti naturali e non comportino danneggiamento delle
falde acquifere o instabilita’ dei suoli.
e) Per gli scarichi di acque meteoriche convogliate in reti
fognarie separate.
2. Al di fuori delle ipotesi previste al comma 1, gli scarichi sul
suolo esistenti alla data di entrata in vigore del presente decreto
devono, entro tre anni dalla data di entrata in vigore del presente
decreto, essere convogliati in corpi idrici superficiali, in reti
fognarie ovvero destinati al riutilizzo in conformita’ alle
prescrizioni fissate con il decreto di cui all’articolo 6, comma 1,
della legge 5 gennaio 1994, n. 36, cosi’ come sostituito
dall’articolo 26, comma 2 (a). In caso di mancata ottemperanza agli
obblighi indicati, l’autorizzazione allo scarico si considera a
tutti gli effetti revocata.
3. Gli scarichi di cui alla lettera c) del comma 1, esistenti alla
data di entrata in vigore del presente decreto, devono conformarsi
ai limiti della tabella 4 dell’allegato 5 entro tre, anni dalla
data di entrata in vigore del presente decreto. Sino a tale data
devono essere rispettati i limiti fissati dalle normative regionali
vigenti o, in mancanza di questi, i limiti della tabella 3
dell’allegato 5.
Resta comunque fermo il divieto di scarico sul suolo delle sostanze
indicate al punto 2.1 dell’allegato 5.
Riferimenti normativi:
(a) Per l’argomento della legge 5 gennaio 1994, n. 36, si veda la
nota (a) dell’art. 1.
Art. 30.
Scarichi nel sottosuolo e nelle acque sotterranee
1. E’ vietato lo scarico diretto nelle acque sotterranee e nel
sottosuolo.
2. In deroga a quanto previsto al comma 1 l’autorita’ competente,
dopo indagine preventiva, puo’ autorizzare gli scarichi nella
stessa falda delle acque utilizzate per scopi geotermici, delle
acque di infiltrazione di miniere o cave o delle acque pompate nel
corso di determinati lavori di ingegneria civile, ivi comprese
quelle degli impianti di scambio termico.
3. In deroga a quanto previsto dal comma 1 il Ministero
dell’ambiente per i giacimenti a mare e le regioni per i giacimenti
a terra possono altresi’ autorizzare lo scarico di acque risultanti
dall’estrazione di idrocarburi nelle unita’ geologiche profonde da
cui gli stessi idrocarburi sono stati estratti ovvero in unita’
dotate delle stesse caratteristiche, che contengano o abbiano
contenuto idrocarburi, indicando le modalita’ dello scarico. Lo
scarico non deve contenere altre acque di scarico o altre sostanze
pericolose diverse, per qualita’ e quantita’, da quelle derivanti
dalla separazione degli idrocarburi. Le relative autorizzazioni
sono rilasciate con la prescrizione delle precauzioni tecniche
necessarie a garantire che le acque di scarico non possano
raggiungere altri sistemi idrici o nuocere ad altri ecosistemi.
4. Per le perforazioni in mare con le quali e’ svolta attivita’ di
prospezione, ricerca e coltivazione di giacimenti di idrocarburi
liquidi o gassosi, lo scarico delle acque diretto in mare avviene
secondo le modalita’ previste dal decreto 28 luglio 1994 del
Ministro dell’ambiente, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 190
del 16 agosto 1994, e successive modifiche, purche’ la
concentrazione di olii minerali sia inferiore a 40 mg/l. Lo scarico
diretto a mare e’ progressivamente sostituito dalla iniezione o
reiniezione in unita’ geologiche profonde, non appena disponibili
pozzi non piu’ produttivi, e deve avvenire comunque nel rispetto di
quanto previsto ai commi 2 e 3.
5. Lo scarico diretto in mare delle acque di cui al comma 4, e’
autorizzato previa presentazione di un piano di monitoraggio volto
a verificare l’assenza di pericoli per le acque e per gli
ecosistemi acquatici.
6. Al di fuori delle ipotesi previste dai commi 2, 3, 4 e 5, gli
scarichi nel sottosuolo e nelle acque sotterranee, esistenti e
debitamente autorizzati alla data di entrata in vigore del presente
decreto, devono essere convogliati in corpi idrici superficiali
ovvero destinati, ove possibile, al riciclo, al riutilizzo o
all’utilizzazione agronomica entro tre anni dalla data di entrata
in vigore del presente decreto. In caso di mancata ottemperanza
agli obblighi indicati, l’autorizzazione allo scarico e’ a tutti
gli effetti revocata.
Art. 31
Scarichi in acque superficiali
1. Gli scarichi di acque reflue industriali in acque superficiali
devono rispettare i valori-limite di emissione fissati ai sensi
dell’art. 28, commi 1 e 2, in funzione del perseguimento degli
obiettivi di qualita’.
2. Gli scarichi di acque reflue urbane che confluiscono nelle reti
fognarie, provenienti da agglomerati con meno di 2.000 abitanti
equivalenti e recapitanti in acque dolci ed in acque di transizione
e gli scarichi provenienti da agglomerati con meno di 10.000
abitanti equivalenti, recapitanti in acque marino-costiere,
sonosottoposti ad un trattamento appropriato, in conformita’ con le
indicazioni dell’allegato 5, entro il 31 dicembre 2005.
3. Le acque reflue urbane devono essere sottoposte, prima dello
scarico, ad un trattamento secondario o ad un trattamento
equivalente in conformita’ con le indicazioni dell’allegato 5 e
secondo le seguenti cadenze temporali:
a) entro il 31 dicembre 2000, per gli scarichi provenienti da
agglomerati con oltre 15.000 abitanti equivalenti;
b) entro il 31 dicembre 2005, per gli scarichi provenienti da
agglomerati con un numero di abitanti equivalenti compreso tra
10.000 e 15.000;
c) entro il 31 dicembre 2005, per gli scarichi in acque dolci ed in
acque di transizione, provenienti da agglomerati con un numero di
abitanti equivalenti compreso tra 2.000 e 10.000.
4. Gli scarichi previsti al comma 3 devono rispettare, altresi’, i
valori-limite di emissione fissati ai sensi dell’art. 28, commi 1 e
2.
5. Le regioni dettano specifica disciplina per gli scarichi di reti
fognarie provenienti da agglomerati a forte fluttuazione stagionale
degli abitanti, tenuto conto di quanto disposto ai commi 2 e 3 e
fermo restando il conseguimento degli obiettivi di qualita’.
6. Gli scarichi di acque reflue urbane in acque situate in zone
d’alta montagna, al di sopra dei 1.500 metri sul livello del mare,
dove a causa delle basse temperature e’ difficile effettuare un
trattamento biologico efficace, possono essere sottoposti ad un
trattamento meno spinto di quello previsto al comma 3, purche’
studi dettagliati comprovino che essi non avranno ripercussioni
negative sull’ambiente.
Art. 32
Scarichi di acque reflue urbane in corpi idrici ricadenti in aree
sensibili
1. Ferme restando le disposizioni dell’art. 28, commi 1 e 2, le
acque reflue urbane provenienti da agglomerati con oltre 10.000
abitanti equivalenti, che scaricano in acque recipienti individuate
quali aree sensibili, devono essere sottoposte ad un trattamento
piu’ spinto di quello previsto dall’art. 31, comma 3, secondo i
requisiti specifici indicati nell’allegato 5.
2. Le disposizioni di cui al comma 1, non si applicano nelle aree
sensibili in cui puo’ essere dimostrato che la percentuale minima
di riduzione del carico complessivo in ingresso a tutti gli
impianti di trattamento delle acque reflue urbane e’ pari almeno al
75% per il fosforo totale ovvero per almeno il 75% per l’azoto
totale.
3. Le regioni individuano tra gli scarichi provenienti dagli
impianti di trattamento delle acque reflue urbane situati
all’interno dei bacini drenanti afferenti alle aree sensibili,
quelli che, contribuendo all’inquinamento di tali aree, sono da
assoggettare al trattamento di cui ai commi 1 e 2 in funzione del
raggiungimento dell’obiettivo di qualita’ dei corpi idrici
ricettori.
Art. 33
Scarichi in reti fognarie
1. Ferma restando l’inderogabilita’ dei valori-limite di emissione
di cui alla tabella 3/A e, limitatamente ai parametri di cui alla
nota 2 della tabella 5 dell’allegato 5, alla tabella 3 gli scarichi
di acque reflue industriali che recapitano in reti fognarie sono
sottoposti alle norme tecniche, alle prescrizioni regolamentari ed
ai valori-limite adottati dal gestore del servizio idrico integrato
e approvati dall’amministrazione pubblica responsabile in base alla
caratteristiche dell’impianto ed in modo che sia assicurato il
rispetto della disciplina degli scarichi di acque reflue urbane
definita ai sensi dell’art. 28, commi 1 e 2.
2. Gli scarichi di acque reflue domestiche che recapitano in reti
fognarie sono sempre ammessi purche’ osservino i regolamenti
emanati dal gestore del servizio idrico integrato.
3. Non e’ ammesso lo smaltimento dei rifiuti, anche se triturati,
in fognatura.
Art. 34
Scarichi di sostanze pericolose
1. Le disposizioni relative agli scarichi di sostanze pericolose si
applicano agli stabilimenti nei quali si svolgono attivita’ che
comportano la produzione, la trasformazione o l’utilizzazione delle
sostanze di cui alle tabelle 3/A e 5 dell’allegato 5 e nei cui
scarichi sia accertata la presenza di tali sostanze in quantita’ o
concentrazioni superiori ai limiti di rilevabilita’ delle metodiche
di rilevamento in essere all’entrata in vigore del presente decreto
o degli aggiornamenti messi a punto ai sensi del punto 4
dell’allegato 5.
2. Tenendo conto della tossicita’, della persistenza e della
bioaccumulazione della sostanza considerata nell’ambiente in cui e’
effettuato lo scarico, l’autorita’ competente in sede di rilascio
dell’autorizzazione puo’ fissare, in particolari situazioni di
accertato pericolo per l’ambiente anche per la coopresenza di altri
scarichi di sostanze pericolose, valori-limite di emissione piu’
restrittivi di quelli fissati ai sensi dell’art. 28, commi 1 e 2.
3. Per le sostanze di cui alla tabella 3/A dell’allegato 5,
derivanti dai cicli produttivi indicati nella medesima tabella, le
autorizzazioni stabiliscono altresi’ la quantita’ massima della
sostanza espressa in unita’ di peso per unita’ di elemento
caratteristico dell’attivita’ inquinante e cioe’ per materia prima
o per unita’ di prodotto, in conformita’ con quanto indicato nella
stessa tabella.
4. Per le acque reflue industriali contenenti le sostanze della
tabella 5 dell’allegato 5, il punto di misurazione dello scarico si
intende fissato subito dopo l’uscita dallo stabilimento o
dall’impianto di trattamento che serve lo stabilimento medesimo.
L’autorita’ competente puo’ richiedere che gli scarichi parziali
contenenti le sostanze della tabella 5 dell’allegato 5 siano tenuti
separati dallo scarico generale e disciplinati come rifiuti, ai
sensi del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 (a), e
successive modifiche e integrazioni. Qualora, nel caso di cui
all’art. 45, comma 2, secondo periodo, l’impianto di trattamento di
acque reflue industriali che tratta le sostanze pericolose di cui
alla tabella 5 dell’allegato 5, riceva scarichi provenienti da
altri stabilimenti o scarichi di acque reflue urbane, contenenti
sostanze diverse non utili ad una modifica o riduzione delle
sostanze pericolose, in sede di autorizzazione l’autorita’
competente dovra’ ridurre opportunamente i valori limite di
emissione indicati nella tabella 3 dell’allegato 5 per ciascuna
delle predette sostanze pericolose indicate in tabella 5, tenendo
conto della diluizione operata dalla miscelazione dei diversi
scarichi.
5. L’autorita’ che rilascia l’autorizzazione per le sostanze di cui
alla tabella 3/A dell’allegato 5 derivanti dai cicli produttivi
indicati nella stessa tabella, redige un elenco delle
autorizzazioni rilasciate, degli scarichi e dei controlli
effettuati, ai fini del successivo inoltro alla Commissione
europea.
Riferimenti normativi:
(a) il decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, reca:
“Attuazione delle direttive 91/156/CEE sui rifiuti, 91/689/CEE sui
rifiuti pericolosi e 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti di
imballaggio”.
Capo IV
Ulteriori misure per la tutela dei corpi idrici
Art. 35
Immersione in mare di materiale derivante da attivita’ di escavo e
attivita’ di posa in mare di cavi e condotte
1. Al fine della tutela dell’ambiente marino ed in conformita’ alle
disposizioni delle convenzioni internazionali vigenti in materia,
e’ consentita l’immersione deliberata in mare da navi ovvero
aeromobili e da strutture ubicate nelle acque del mare o in ambiti
ad esso contigui, quali spiagge, lagune e stagni salmastri e
terrapieni costieri, dei seguenti materiali:
a) materiali di escavo di fondali marini o salmastri o di terreni
litoranei emersi;
b) inerti, materiali geologici inorganici e manufatti al solo fine
di utilizzo, ove ne sia dimostrata la compatibilita’ ambientale e
l’innocuita’;
c) materiale organico e inorganico di origine marina o salmastra,
prodotto durante l’attivita’ di pesca effettuata in mare o laguna o
stagni salmastri.
2. L’autorizzazione all’immersione in mare dei materiali di cui al
comma 1, lettera a), e’ rilasciata dall’autorita’ competente solo
quando e’ dimostrata, nell’ambito dell’istruttoria,
l’impossibilita’ tecnica o economica del loro utilizzo ai fini di
ripascimento o di recupero ovvero lo smaltimento alternativo in
conformita’ alle modalita’ stabilite con decreto del Ministro
dell’ambiente, di concerto con i Ministri dei lavori pubblici, dei
trasporti e della navigazione, per le politiche agricole e
forestali nonche’ dell’industria, del commercio e dell’artigianato,
previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo
Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, da
emanarsi entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del
presente decreto.
3. L’immersione in mare di materiale di cui al comma 1, lettera b),
e’ soggetta ad autorizzazione con esclusione dei nuovi manufatti
soggetti alla valutazione di impatto ambientale. Per le opere di
ripristino, che non comportino aumento della cubatura delle opere
preesistenti, e’ dovuta la sola comunicazione all’autorita’
competente.
4. L’immersione in mare dei materiali di cui al comma 1, lettera
c), non e’ soggetta ad autorizzazione.
5. L’attivita’ di posa in mare di cavi e condotte e l’eventuale
relativa movimentazione dei fondali marini e’ soggetta ad
autorizzazione regionale rilasciata, in conformita’ alle modalita’
tecniche stabilite con decreto del Ministro dell’ambiente, di
concerto con i Ministri dell’industria del commercio e
dell’artigianato e dei lavori pubblici per quanto di competenza, da
emanarsi entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del
presente decreto. Qualora la movimentazione abbia carattere
internazionale, l’autorizzazione e’ rilasciata dal Ministero
ambiente d’intesa con le regioni interessate.
Art. 36
Autorizzazione al trattamento di rifiuti costituiti da acque reflue
1. Salvo quanto previsto ai commi 2 e 3 e’ vietato l’utilizzo degli
impianti di trattamento di acque reflue urbane per lo smaltimento
di rifiuti.
2. In deroga al comma 1, l’autorita’ competente ai sensi del
decreto legislativo del 5 febbraio 1997, n. 22 (a) relazione a
particolari esigenze e nei limiti della capacita’ residua di
trattamento puo’ autorizzare il gestore del servizio idrico
integrato a smaltire nell’impianto di trattamento di acque reflue
urbane rifiuti liquidi limitatamente alle tipologie compatibili con
il processo di depurazione.
3. Il gestore del servizio idrico integrato, previa comunicazione
all’autorita’ competente ai sensi dell’art. 45, e’, comunque,
autorizzato ad accettare in impianti con caratteristiche e
capacita’ depurative adeguate che rispettino i valori limite di cui
all’art.
28, commi 1 e 2 e purche’ provenienti dal medesimo ambito ottimale
di cui alla legge 5 gennaio 1994, n. 36 (b):
a) rifiuti costituiti da acque reflue che rispettino i valori-
limite stabiliti per lo scarico in fognatura;
b) rifiuti costituiti dal materiale proveniente dalla manutenzione
ordinaria di sistemi di trattamento di acque reflue domestiche
previsti ai sensi del comma 4 dell’art. 27;
c) materiali derivanti dalla manutenzione ordinaria della rete
fognaria nonche’ quelli derivanti da altri impianti di trattamento
delle acque reflue urbane, nei quali l’ulteriore trattamento dei
medesimi risulti tecnicamente o economicamente irrealizzabile.
4. L’attivita’ di cui ai commi 2 e 3 puo’ essere consentita purche’
non sia compromesso il riutilizzo delle acque reflue e dei fanghi.
5. Nella comunicazione prevista al comma 3, il gestore del servizio
idrico integrato deve indicare la capacita’ residua dell’impianto e
le caratteristiche e quantita’ dei rifiuti che intende trattare.
L’autorita’ competente puo’ indicare quantita’ diverse o vietare il
trattamento di specifiche categorie di rifiuti. L’autorita’
competente provvede altresi’ all’iscrizione in appositi elenchi dei
gestori di impianti di trattamento che hanno effettuato la
comunicazione di cui al comma 3;
6. Allo smaltimento dei rifiuti di cui al comma 3, si applica la
tariffa prevista per il servizio di depurazione di cui all’art. 14
della legge 5 gennaio 1994, n. 36 c).
7. Il produttore dei rifiuti di cui al comma 2 e 3, ed il
trasportatore dei rifiuti sono tenuti al rispetto della normativa
in materia di rifiuti prevista dal decreto legislativo del 5
febbraio 1997, n. 22 (a), e successive modifiche ed integrazioni,
fatta eccezione per il produttore dei rifiuti di cui al comma 3,
lettera (b), che e’ tenuto al rispetto dei soli obblighi di cui
all’art. 10 del medesimo decreto. Il gestore del servizio idrico
integrato che, ai sensi dei precedenti commi 3 e 5, tratta rifiuti
e’ soggetto ai soli obblighi di cui all’art. 12 del decreto
legislativo del 5 febbraio 1997, n. 22 (a).
Riferimenti normativi:
(a) l’argomento del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e’
riportato nella nota a) all’art. 35.
(b) l’argomento della legge 5 gennaio 1994, n. 36, e’ riportato
nella nota a) dell’art. 26.
(c) il testo vigente dell’art. 14 della legge 5 gennaio 1994, n.
36, e’ riportato nella nota a) dell’art. 26.
(d) il testo dell’art. 12 del decreto legislativo 5 febbraio 1997,
n. 22, e’ il seguente:
“Art. 12 (Registri di carico e scarico). – 1. I soggetti di cui
all’art. 11, comma 3, hanno l’obbligo di tenere un registro di
carico e scarico, con fogli numerati e vidimati dall’Ufficio del
registro, su cui devono annotare, le informazioni sulle
caratteristiche qualitative e quantitative dei rifiuti, da
utilizzare ai fini della comunicazione annuale al catasto. Le
annotazioni devono essere effettuate:
a) per i produttori almeno entro una settimana dalla produzione del
rifiuto e dallo scarico del medesimo;
b) per i soggetti che effettuano la raccolta e il trasporto almeno
entro una settimana dalla effettuazione del trasporto;
c) per i commercianti e gli intermediari almeno entro una settimana
dalla effettuazione della transazione relativa;
d) per i soggetti che effettuano le operazioni di recupero e di
smaltimento entro ventiquattro ore dalla presa in carico dei
rifiuti.
2. Il registro tenuto dagli stabilimenti e dalle imprese che
svolgono attivita’ di smaltimento e di recupero di rifiuti deve,
inoltre, contenere:
a) l’origine, la quantita’, le caratteristiche e la destinazione
specifica dei rifiuti;
b) la data, del carico e dello scarico dei rifiuti ed il mezzo di
trasporto utilizzato;
c) il metodo di trattamento impiegato.
3. I registri sono tenuti presso ogni impianto di produzione, di
stoccaggio, di recupero e di smaltimento di rifiuti nonche’ presso
la sede delle imprese che effettuano attivita’ di raccolta e
trasporto, e presso la sede dei commercianti e degli intermediari.
I registri integrati con i formulari relativi al trasporto dei
rifiuti sono conservati per cinque anni dalla data dell’ultima
registrazione, ad eccezione dei registri relativi alle operazioni
di smaltimento dei rifiuti in discarica, che devono essere
conservati a tempo indeterminato ed al termine dell’attivita’
devono essere consegnati all’autorita’ che ha rilasciato
l’autorizzazione.
3-bis. I registri di carico e scarico relativi ai rifiuti prodotti
dalle attivita’ di manutenzione delle reti e delle utenze diffuse
svolte dai soggetti pubblici e privati titolari di diritti speciali
o esclusivi ai sensi della direttiva 93/38/CE attuata con il
decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 158, che installano e
gestiscono, direttamente o mediante appaltatori, reti ed impianti
per l’erogazione di forniture e servizi di interesse pubblico,
possono essere tenuti, nell’ambito della provincia dove l’attivita’
e’ svolta, presso le sedi di coordinamento organizzativo o altro
centro equivalente comunicato preventivamente alla provincia
medesima.
4. I soggetti la cui produzione annua di rifiuti non eccede le
cinque tonnellate di rifiuti non pericolosi ed una tonnellata di
rifiuti pericolosi, possono adempiere all’obbligo della tenuta dei
registri di carico scarico dei rifiuti anche tramite le
organizzazioni di categoria interessate o loro societa’ di servizi
che provvedono ad annotare i dati previsti con cadenza mensile,
mantenendo presso la sede dell’impresa copia dei dati trasmessi.
5. Le informazioni contenute nel registro sono rese in qualunque
momento all’autorita’ di controllo che ne fa richiesta.
6. In attesa dell’individuazione del modello uniforme di registro
di carico e scarico e degli eventuali documenti sostitutivi,
nonche’ delle modalita’ di tenuta degli stessi, continuano ad
applicarsi le disposizioni vigenti che disciplinano le predette
modalita’ di tenuta dei registri”.
Art. 37
Impianti di acquacoltura e piscicoltura
l. Con decreto del Ministro dell’ambiente, di concerto con i
Ministri per le politiche agricole, dei lavori pubblici,
dell’industria, del commercio e dell’artigianato, della sanita’ e,
previa intesa con Conferenza permanente per i rapporti tra lo
Stato, le regioni e le provincie autonome di Trento e di Bolzano,
sono individuati i criteri relativi al contenimento dell’impatto
sull’ambiente derivante dalle attivita’ di acquacoltura e di
piscicoltura.
Art. 38
Utilizzazione agronomica
1. Fermo restando quanto previsto dall’art. 19 per le zone
vulnerabili e dal decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 372 (a),
per gli impianti di allevamento intensivo di cui al punto 6.6
dell’allegato 1 al predetto decreto, l’utilizzazione agronomica
degli effluenti di allevamento, delle acque di vegetazione dei
frantoi oleari, sulla base di quanto previsto dalla legge 11
novembre 1996, n. 574 (b), nonche’ dalle acque reflue provenienti
dalle aziende di cui all’art. 28, comma 7, lettere a), b) e c) e da
altre piccole aziende agroalimentari ad esse assimilate, cosi’ come
individuate in base al decreto del Ministro delle politiche
agricole e forestali di cui al comma 2, e’ soggetta a comunicazione
all’autorita’ competente di cui all’art. 3, commi 1 e 2 del
presente decreto, fatti salvi i casi di esonero di cui al comma 3,
lettera b).
2. Le regioni disciplinano le attivita’ di utilizzazione agronomica
di cui al comma 1, sulla base dei criteri e delle norme tecniche
generali adottati con decreto del Ministro per le politiche
agricole e forestali di concerto con i Ministri dell’ambiente,
dell’industria, del commercio e dell’artigianato, della sanita’ e
dei lavori pubblici, di intesa con la Conferenza permanente per i
rapporti tra lo Stato, le Regioni e le province autonome di Trento
e di Bolzano, entro centottanta giorni dalla data di entrata in
vigore del predetto decreto ministeriale, garantendo nel contempo
la tutela dei corpi idrici potenzialmente interessati ed in
particolare il raggiungimento o il mantenimento degli obiettivi di
qualita’ di cui al presente decreto.
3. Nell’ambito della normativa di cui al comma 2, sono disciplinati
in particolare:
a) le modalita’ di attuazione degli articoli 3 (c), 5 (d), 6 (e) e
9 (f) della legge 11 novembre 1996, n. 574;
b) i tempi e le modalita’ di effettuazione della comunicazione,
prevedendo procedure semplificate nonche’ specifici casi di esonero
dall’obbligo di comunicazione per le attivita’ di minor impatto
ambientale;
c) le norme tecniche di effettuazione delle operazioni di utilizzo
agronomico;
d) i criteri e le procedure di controllo, ivi compresi quelle
inerenti l’imposizione di prescrizioni da parte dell’autorita’
competente, il divieto di esercizio ovvero la sospensione a tempo
determinato dell’attivita’ di cui al comma 1 nel caso di mancata
comunicazione o mancato rispetto delle norme tecniche e delle
prescrizioni impartite;
e) le sanzioni amministrative pecuniarie, fermo restando quanto
disposto dall’art. 59, comma 11-ter.
Riferimenti normativi:
(a) Il decreto legislativo 10 agosto 1999, n. 372, recante
“Attuazione della direttiva 96/61/CE relativa alla prevenzione e
riduzione integrale dell’inquinamento”, e’ pubblicato nella
Gazzetta Ufficiale del 26 ottobre 1999, n. 252.
(b) la legge 11 novembre 1996, n. 574, recante “Nuove norme in
materia di utilizzazione agronomica delle acque di vegetazione e di
scarichi dei frantoi oleari”, e’ pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale del 12 novembre 1996, n. 265.
(c) l’art. 3 della legge 11 novembre 1996, n. 574, e’ il seguente:
“Art. 3 (Comunicazione preventiva). – 1. L’utilizzazione agronomica
delle acque di vegetazione e’ subordinata alla comunicazione da
parte dell’interessato al sindaco del comune in cui sono ubicati i
terreni, almeno entro trenta giorni prima della distribuzione, di
una relazione redatta da un agronomo, perito agrario o agrotecnico
o geologo iscritto nel rispettivo albo professionale, sull’assetto
pedogeomorfologico, sulle condizioni idrologiche e sulle
caratteristiche in genere dell’ambiente ricevitore, con relativa
mappatura, sui tempi di spandimento previsti e sui mezzi meccanici
per garantire un’idonea distribuzione.
2. L’autorita’ competente puo’, con specifica motivazione, chiedere
ulteriori accertamenti o disporre direttamente controlli e
verifiche”.
(d) l’art. 5 della legge 11 novembre 1996, n. 574, e’ il seguente:
“Art. 5 (Esclusione di talune categorie di terreni). – 1. E’
vietato in ogni caso lo spandimento delle acque di vegetazione e
delle sanse, ai sensi dell’art. 1, sulle seguenti categorie di
terreni:
a) i terreni situati a distanza inferiore a trecento metri dalle
aree di salvaguardia delle captazioni di acque destinate al consumo
umano ai sensi dell’art. 4 del decreto del presidente della
Repubblica 24 maggio 1988, n. 236;
b) i terreni situati a distanza inferiore a duecento metri dai
centri abitati;
c) i terreni investiti da colture orticole in atto;
d) i terreni in cui siano localizzate falde che possono venire a
contatto con le acque di percolazione del suolo e comunque i
terreni in cui siano localizzate falde site ad una profondita’
inferiore a dieci metri;
e) terreni gelati, innevati, saturi d’acqua e inondati”.
(e) L’art. 6 della legge 11 novembre 1996, n. 574, e’ il seguente:
“Art. 6 (Stoccaggio). – 1. Lo stoccaggio delle acque di vegetazione
deve essere effettuato per un termine non superiore a trenta giorni
in silos, cisterne o vasche interrate o sopraelevate all’interno
del frantoio o in altra localita’, previa comunicazione al sindaco
del luogo ove ricadono.
2. Restano ferme le disposizioni in materia di edificabilita’ dei
suoli”.
(f) L’art. 9 della legge 11 novembre 1996, n. 574, e’ il seguente:
“Art. 9 (Controlli). – 1. L’Agenzia nazionale per la protezione
dell’ambiente e le agenzie regionali per la protezione
dell’ambiente, laddove esistenti, procedono alla verifica periodica
delle operazioni di spandimento delle acque di vegetazione a fini
di tutela ambientale.
2. Ogni tre anni a partire dalla data di entrata in vigore della
presente legge, il Ministro delle risorse agricole, alimentari e
forestali, sentito il Ministro dell’ambiente per le parti di
competenza, trasmette, entro il 31 dicembre, al Parlamento una
relazione sulla applicazione della presente legge, sullo stato
delle acque, del suolo, del sottosuolo e delle altre risorse
ambientali venute a contatto con le acque di vegetazione, nonche’
sulle piu’ recenti acquisizioni scientifiche in materia di
utilizzazione agronomica delle acque di vegetazione e di scarichi
dei frantoi oleari”.
Art. 39
Acque di prima pioggia e di lavaggio di aree esterne
1. Ai fini della prevenzione di rischi idraulici ed ambientali, le
regioni disciplinano:
a) le forme di controllo degli scarichi di acque meteoriche di
dilavamento provenienti da reti fognarie separate;
b) i casi in cui puo’ essere richiesto che le immissioni delle
acque meteoriche di dilavamento, effettuate tramite altre condotte
separate, siano sottoposte a particolari prescrizioni, ivi compresa
l’eventuale autorizzazione.
2. Le acque meteori che non disciplinate a sensi del comma
precedente non sono soggette a vincoli o prescrizioni derivanti dal
presente decreto.
3. Le Regioni disciplinano altresi’ i casi in cui puo’ essere
richiesto che le acque di prima pioggia e di lavaggio delle aree
esterne siano convogliate e opportunamente trattate in impianti di
depurazione per particolari casi nelle quali, in relazione alle
attivita’ svolte, vi sia il rischio di dilavamento dalle superfici
impermeabili scoperte di sostanze pericolose o di sostanze che
creano pregiudizio per il raggiungimento degli obiettivi di
qualita’ dei corpi idrici.
4. E’ comunque vietato lo scarico di acque meteoriche nelle acque
sotterranee.
Art. 40
D i g h e
1. Le regioni adottano apposita disciplina in materia di
restituzione delle acque utilizzate per la produzione
idroelettrica, per scopi irrigui e in impianti di potabilizzazione,
nonche’ delle acque derivanti da sondaggi o perforazioni diversi da
quelli relativi alla ricerca ed estrazione di idrocarburi, alfine
di garantire il mantenimento o il raggiungimento degli obiettivi di
qualita’ di cui al Titolo II.
2. Al fine di assicurare il mantenimento della capacita’ di invaso
e la salvaguardia sia della qualita’ dell’acqua invasata, sia del
corpo recettore, le operazioni di svaso, sghiaiamento e sfangamento
delle dighe sono effettuate sulla base di un progetto di gestione
di ciascun impianto. Il progetto di gestione e’ finalizzato a
definire sia il quadro previsionale di dette operazioni connesse
con le attivita’ di manutenzione da eseguire sull’impianto sia le
misure di prevenzione e tutela del corpo ricettore, dell’ecosistema
acquatico, delle attivita’ di pesca e delle risorse idriche
invasate e rilasciate a valle dello sbarramento durante le
operazioni stesse.
3. Il progetto di gestione individua altresi’ eventuali modalita’
di manovra degli organi di scarico, anche al fine di assicurare la
tutela del corpo ricettore. Restano valide in ogni caso le
disposizioni fissate tal decreto del Presidente della Repubblica 1o
novembre 1959, n. 1363 (a), volte a garantire la sicurezza di
persone e cose.
4. Il progetto di gestione di cui al comma 2, e’ predisposto dal
gestore sulla base dei criteri fissati con decreto del Ministro dei
lavori pubblici e del Ministro dell’ambiente di concerto con i
Ministri dell’industria del commercio e dell’artigianato, per le
politiche agricole e il Ministro delegato della Protezione Civile,
previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo
Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, da
emanarsi entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore del
presente decreto.
5. Il progetto di gestione e’ approvato dalle regioni, con
eventuali prescrizioni, entro sei mesi dalla sua presentazione,
sentiti, ove necessario, gli enti gestori delle aree protette
direttamente interessate; e’ trasmesso al Registro italiano dighe
per l’inserimento come parte integrante del foglio condizioni per
l’esercizio e la manutenzione di cui all’articolo 6 del decreto del
Presidente della Repubblica 1o novembre 1959, n. 1363, (b) e
relative disposizioni di attuazione. Il progetto di gestione si
intende approvato e diviene operativo trascorsi sei mesi dalla data
di presentazione senza che sia intervenuta alcuna pronuncia da
parte della regione competente, fermo restando il potere di tali
enti di dettare eventuali prescrizioni, anche trascorso tale
termine.
6. Con l’approvazione del progetto il gestore e’ autorizzato ad
eseguire le operazioni di svaso, sghiaiamento e sfangamento in
conformita’ ai limiti indicati nel progetto stesso e alle relative
prescrizioni.
7. Nella definizione dei canoni di concessione di inerti ai sensi
dell’articolo 89, comma 1, lettera d), del decreto legislativo 31
marzo 1998, n. 112, (c), le amministrazioni determinano specifiche
modalita’ ed importi per favorire lo sghiaiamento e sfangamento
degli invasi per asporto meccanico.
8. I gestori degli invasi esistenti sono tenuti a presentare il
progetto di cui al comma 2 entro sei mesi dal l’emanazione del
decreto di cui al comma 4. Fino all’approvazione o alla
operativita’ del progetto di gestione, e comunque non oltre dodici
mesi dalla data di entrata in vigore del decreto di cui al comma 4,
le operazioni periodiche di manovre prescritte ai sensi
dell’articolo 17 del decreto del Presidente della Repubblica 1o
novembre 1959, n. 1363 (d), volte a controllare la funzionalita’
degli organi di scarico, sono svolte in conformita’ ai fogli di
condizione per l’esercizio e la manutenzione.
9. Le operazioni di svaso, sghiaiamento e sfangamento degli invasi
non devono pregiudicare gli usi in atto a valle dell’invaso, ne’ il
rispetto degli obiettivi di qualita’ ambientale e degli obiettivi
di qualita’ per specifica destinazione.
Riferimenti normativi:
(a) Il D.P.R. 1o novembre 1959, n. 1363, recante:
“Approvazione del regolamento per la compilazione dei progetti, la
costruzione e l’esercizio delle dighe di ritenuta” e’ pubblicato
nella Gazzetta Ufficiale – serie generale – del 24 marzo 1960, n.
72.
(b) Si riporta il testo vigente dell’articolo 6 del citato decreto
del Presidente della Repubblica 1o novembre 1959, n. 1363:
“Art. 6 (Foglio di condizioni). – Il foglio di condizioni,
all’osservanza del quale e’ vincolata l’esecuzione dell’opera, e’
predisposto con riferimento al progetto esecutivo e contiene le
norme:
a) per l’esecuzione e la manutenzione degli accessi allo
sbarramento durante la costruzione e il successivo esercizio;
b) per la deviazione provvisoria del corso d’acqua durante i lavori
di costruzione;
c) per l’esecuzione dell’opera, specificando le modalita’ di
costruzione, i lavori da eseguire per l’impermeabilizzazione e
l’eventuale consolidamento della fondazione, le caratteristiche e
le provenienze dei materiali da adoperare e le prove di controllo
alle quali questi dovranno essere sottoposti durante i lavori, sia
nell’eventuale laboratorio di cantiere, sia presso laboratori
specializzati, con indicazione del numero e della frequenza dei
saggi da prelevare sotto il controllo dell’Amministrazione;
d) per le osservazioni e misure da compiere per il controllo del
comportamento dello sbarramento, con indicazione degli apparecchi
dei vari tipi da disporre nella struttura e fuori di essa;
e) per la vigilanza dell’opera da parte del richiedente la
concessione o concessionario, e il controllo dell’Amministrazione
durante la costruzione e l’esercizio;
f) per le prestazioni relative al collaudo;
g) per il collegamento della casa dei guardiani con i centri
abitati a valle e con la piu’ prossima sede del richiedente la
concessione o concessionario, e per le segnalazioni da fare in caso
di temuto pericolo e di ordine di immediato svaso del serbatoio;
h) per gli altri provvedimenti che fossero eventualmente ritenuti
necessari per la buona riuscita e la sicurezza dell’opera.
Lo schema del foglio di condizioni, approvato dalla Presidenza
della competente Sezione del Consiglio superiore dei lavori
pubblici, sara’ restituito al Genio civile per la firma da parte
del richiedente la concessione o concessionario e per il successivo
perfezionamento amministrativo”.
(c) L’art. 89, comma 1, lettera d), del citato decreto legislativo
31 marzo 1998, n. 112, e’ il seguente:
“Art. 89 (Funzioni conferite alle regioni e agli enti locali). – 1.
Sono conferite alle regioni e agli enti locali, ai sensi
dell’articolo 4, comma 1 della legge 15 mazzo 1997, n. 59, tutte le
funzioni non espressamente indicate nell’articolo 88 e tra queste
in particolare, sono trasferite le funzioni relative:
a) – c) (omissis);
d) alle concessioni di estrazione di materiale litoide dai corsi
d’acqua”.
(d) Si riporta il testo vigente dell’articolo 17 del citato decreto
del Presidente della Repubblica 1o novembre 1959, n. 1363:
“Art. 17 (Accertamenti periodici di controllo). – 1. L’ingegnere
del Genio civile incaricato della vigilanza dell’opera e’ tenuto a
visitarla almeno due volte all’anno e possibilmente negli stati di
massimo e di minimo invaso.
A cura dell’ufficio del Genio civile competente saranno inoltre
eseguite periodiche visite di controllo dell’efficienza dei
collegamenti telefonici e radio, nonche’ degli eventuali altri
sistemi di segnalazione e d’allarme.
Delle risultanze di ogni visita e di ogni verifica sara’ redatto
apposito verbale che sara’ trasmesso al Servizio dighe.
Art. 41
Tutela delle aree di pertinenza dei corpi idrici
1. Ferme restando le disposizioni di cui al Capo VII del regio
decreto 25 luglio 1904, n. 523 (a), al fine di assicurare il
mantenimento o il ripristino della vegetazione spontanea nella
fascia immediatamente adiacente i corpi idrici, con funzioni di
filtro per i solidi sospesi e gli inquinanti di origine diffusa, di
stabilizzazione delle sponde e di conservazione della biodiversita’
da contemperarsi con le esigenze di funzionalita’ dell’alveo, entro
un anno dalla data di entrata in vigore del presente decreto, le
regioni disciplinano gli interventi di trasformazione e di gestione
del suolo e del soprassuolo previsti nella fascia di almeno 10
metri dalla sponda di fiumi, laghi, stagni e lagune comunque
vietando la copertura dei corsi d’acqua, che non sia imposta da
ragioni di tutela della pubblica incolumita’ e la realizzazione di
impianti di smaltimento dei rifiuti.
2. Gli interventi di cui al comma 1 sono comunque soggetti
all’autorizzazione prevista dal regio decreto 25 luglio 1904, n.
523 (a), salvo quanto previsto per gli interventi a salvaguardia
della pubblica incolumita’.
3. Per garantire le finalita’ di cui al comma 1, le aree demaniali
dei fiumi, dei torrenti, dei laghi e delle altre acque possono
essere date in concessione allo scopo di destinarle a riserve
naturali, a parchi fluviali o lacuali o comunque a interventi di
ripristino e recupero ambientale. Qualora le aree demaniali siano
gia’ comprese in aree naturali protette statali o regionali
inserite nell’elenco ufficiale di cui all’articolo 3, comma 4,
lettera c), della legge 6 dicembre 1991, n. 394 (b), la concessione
e’ gratuita.
4. Le aree del demanio fluviale di nuova formazione ai sensi della
legge 5 gennaio 1994, n. 37 (c), non possono essere oggetto di
sdemanializzazione.
Riferimenti normativi:
(a) Il regio decreto 25 luglio 1904, n. 523 recante “Testo unico
delle disposizioni di legge intorno alle opere idrauliche delle
diverse categorie” e’ pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 7
ottobre 1904.
(b) L’art. 3, comma 4, lettera c) della legge 6 dicembre 1991, n.
394 recante “legge quadro sulle aree protette” pubblica nel
supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale – serie generale –
del 13 dicembre 1991, n. 292, e’ il seguente:
“Art. 3 (Comitato per la aree naturali protette e Consulta tecnica
per le aree naturali protette). – 4. Il Comitato, svolge, in
particolare, i seguenti compiti:
a – b) (omissis);
c) approva l’elenco ufficiale delle aree naturali protette”.
(c) La legge 5 gennaio 1994, n. 37, recante: “Norme per la tutela
ambientale della aree demaniali, dei fiumi dei torrenti, dei laghi
e delle acque pubbliche”, e’ pubblicata nel supplemento ordinario
alla Gazzetta Ufficiale – serie generale – del 19 gennaio 1994, n.
14.
Titolo IV
STRUMENTI DI TUTELA
Capo I
Piani di tutela delle acque
Art. 42
Rilevamento delle caratteristiche del bacino idrografico ed analisi
dell’impatto esercitato dall’attivita’ antropica
1. Al fine di garantire l’acquisizione delle informazioni
necessarie alla redazione del piano di tutela, le regioni
provvedono ad elaborare programmi di rilevamento dei dati utili a
descrivere le caratteristiche del bacino idrografico e a valutare
l’impatto antropico esercitato sul medesimo.
2. I programmi di cui al comma 1 sono adottati in conformita’ alle
indicazioni di cui all’allegato 3 e sono resi operativi entro il 31
dicembre 2000 e sono aggiornati ogni sei anni.
3. Nell’espletamento dell’attivita’ conoscitiva di cui al comma 1,
le amministrazioni sono tenute ad utilizzare i dati e le
informazioni gia’ acquisite, con particolare riguardo a quelle
preordinate alla redazione dei piani di risanamento delle acque di
cui alla legge 10 maggio 1976, n. 319 (a), nonche’ a quelle
previste dalla legge l8 maggio 1989, n. 183 (b).
Riferimenti normativi:
(a) La legge 10 maggio 1976, n. 319, recante “Norme per la tutela
delle acque dall’inquinamento” e’ pubblicata nella Gazzetta
UfficiaIe – serie generale – del 29 maggio 1976, n. 141.
(b) La legge 18 maggio 1989, n. 183, reca: “Norme per il riassetto
organizzativo e funzionale della difesa del suolo”.
Art. 43
Rilevamento dello stato di qualita’ dei corpi idrici
1. Le regioni elaborano programmi per la conoscenza e la verifica
dello stato qualitativo e quantitativo delle acque superficiali e
sotterranee all’interno di ciascun bacino idrografico.
2. I programmi di cui al comma 1 sono adottati in conformita’ alle
indicazioni di cui all’allegato 1 e resi operativi entro il 31
dicembre 2000. Tali programmi devono essere integrati con quelli
gia’ esistenti per gli obiettivi a specifica destinazione stabiliti
in conformita’ all’allegato 2.
3. Al fine di evitare sovrapposizioni e di garantire il flusso
delle informazioni raccolte e la loro compatibilita’ con il Sistema
informativo nazionale dell’ambiente, nell’esercizio delle
rispettive competenze, le regioni possono promuovere accordi di
programma con le strutture definite ai sensi dell’articolo 92 del
decreto legislativo del 31 marzo 1998 n. 112 (a), con l’Agenzia
nazionale per la protezione dell’ambiente, le agenzie regionali e
provinciali dell’ambiente, le province, le autorita’ d’ambito, i
consorzi di bonifica e gli altri enti pubblici interessati. Nei
programmi devono essere definite altresi’ le modalita’ di
standardizzazione dei dati e di interscambio delle informazioni.
Riferimenti normativi:
a) Si riporta il testo dell’art. 92 del citato decreto legislativo
31 marzo 1998, n. 112.
“Art. 92 (Riordino di strutture). – 1. Nell’ambito del riordino di
cui all’articolo 9, sono ricompresi in particolare:
a) gli uffici del Ministero dei lavori pubblici competenti in
materie di acque e difesa del suolo;
b) il Magistrato per il Po e l’ufficio del genio civile per il Po
di Parma;
c) l’ufficio per il Tevere e l’Agro romano;
d) il Magistrato alle acque di Venezia, definendone le funzioni in
materia di salvaguardia di Venezia e della sua laguna.
2. Con decreti da emanarsi ai sensi dell’articolo 9 del presente
decreto legislativo, si provvede, previa intesa con la Conferenza
unificata, al riordino degli organismi e delle strutture operanti
nel settore della difesa del suolo nonche’ all’adeguamento delle
procedure di intesa e leale cooperazione tra lo Stato e le regioni
previste dalla legge l8 maggio 1989, n. 183, in conformita’ ai
principi e agli obiettivi nella stessa stabiliti.
3. Con uno o piu’ decreti da emanarsi ai sensi degli articoli 11 e
12 della legge 15 marzo 1997, n. 59, si provvede al riordino del
Dipartimento dei servizi tecnici nazionali presso la Presidenza del
Consiglio dei Ministri.
4. Gli uffici periferici del Dipartimento dei servizi tecnici
nazionali sono trasferiti alle regioni ed incorporati nelle
strutture operative regionali competenti in materia”.
Art. 44
Piani di tutela delle acque
1. Il piano di tutela delle acque costituisce un piano stralcio di
settore del piano di bacino ai sensi dell’articolo 17, comma 6-ter,
della legge l8 maggio 1989, n. 183, ed e’ articolato secondo le
specifiche indicate nell’allegato 4.
2. Entro il 31 dicembre 2001 le autorita’ di bacino di rilievo
nazionale ed interregionale, sentite le province e le autorita’
d’ambito, definiscono gli obiettivi su scala di bacino, cui devono
attenersi i piani di tutela delle acque, nonche’ le priorita’ degli
interventi. Entro il 31 dicembre 2003, le regioni, sentite le
province, previa adozione delle eventuali misure di salvaguardia,
adottano il piano di tutela delle acque e lo trasmettono alle
competenti autorita’ di bacino.
3. Il piano di tutela contiene, oltre agli interventi volti a
garantire il raggiungimento o il mantenimento degli obiettivi di
cui al presente decreto, le misure necessarie alla tutela
qualitativa e quantitativa del sistema idrico.
4. A tal fine il piano di tutela contiene in particolare:
a) i risultati dell’attivita’ conoscitiva;
b) l’individuazione degli obiettivi di qualita’ ambientale e per
specifica destinazione;
c) l’elenco dei corpi idrici a specifica destinazione e delle aree
richiedenti specifiche misure di prevenzione dall’inquinamento e di
risanamento;
d) le misure di tutela qualitative e quantitative tra loro
integrate e coordinate per bacino idrografico;
e) l’indicazione della cadenza temporale degli interventi e delle
relative priorita’;
f) il programma di verifica dell’efficacia degli interventi
previsti;
g) gli interventi di bonifica dei corpi idrici.
5. Entro novanta giomi dalla trasmissione del piano di cui al comma
2 le autorita’ di bacino nazionali o interregionali verificano la
conformita’ del piano agli obiettivi e alle priorita’ del comma 2
esprimendo parere vincolante. Il piano di tutela e’ approvato dalle
regioni entro i successivi sei mesi e comunque non oltre il 31
dicembre 2004.
6. Per i bacini regionali le regioni approvano il piano entro sei
mesi dall’adozione e comunque non oltre il 31 dicembre 2004.
Capo II
Autorizzazione agli scarichi
Art. 45
Criteri generali
1. Tutti gli scarichi devono essere preventivamente autorizzati.
2. L’autorizzazione e’ rilasciata al titolare dell’attivita’ da cui
origina lo scarico. Ove tra piu’ stabilimenti sia costituito un
consorzio per l’effettuazione in comune dello scarico delle acque
reflue provenienti dalle attivita’ dei consorziati,
l’autorizzazione e’ rilasciata in capo al consorzio medesimo, ferme
restando le responsabilita’ dei singoli consorziati e del gestore
del relativo impianto di depurazione in caso di violazione delle
disposizioni del presente decreto. Si applica l’articolo 62, comma
11, secondo periodo, del presente decreto.
3. Il regime autorizzatorio degli scarichi di acque reflue
domestiche e di reti fognarie, servite o meno da impianti di
depurazione delle acque reflue urbane, e’ definito dalle regioni
nell’ambito della disciplina di cui all’articolo 28, commi 1 e 2.
4. In deroga al comma 1 gli scarichi di acque reflue domestiche in
reti fognarie sono sempre ammessi nell’osservanza dei regolamenti
fissati dal gestore del servizio idrico integrato.
5. Le regioni disciplinano le fasi di autorizzazione provvisoria
agli scarichi degli impianti di depurazione delle acque reflue per
il tempo necessario al loro avvio.
6. Salvo diversa disciplina regionale, la domanda di autorizzazione
e’ presentata alla provincia ovvero al comune se lo scarico e’ in
pubblica fognatura. L’autorita’ competente provvede entro novanta
giorni dalla recezione della domanda.
7. Salvo quanto previsto dal decreto legislativo 4 agosto 1999, n.
372 (a), l’autorizzazione e’ valida per i quattro anni dal momento
del rilascio. Un anno prima della scadenza ne deve essere chiesto
il rinnovo. Lo scarico puo’ essere provvisoriamente mantenuto in
funzione nel rispetto delle prescrizioni contenute nella precedente
autorizzazione, fino all’adozione di un nuovo provvedimento, se la
domanda di rinnovo e’ stata tempestivamente presentata. Per gli
scarichi contenenti sostanze pericolose di cui all’articolo 34, il
rinnovo deve essere concesso in modo espresso entro e non oltre sei
mesi dalla data di scadenza; trascorso inutilmente tale termine, lo
scarico dovra’ cessare immediatamente. La disciplina regionale di
cui al comma 3 puo’ prevedere per specifiche tipologie di scarichi
di acque reflue domestiche, ove soggetti ad autorizzazione, forme
di rinnovo tacito della medesima.
8. Per gli scarichi in un corso d’acqua che ha portata naturale
nulla per oltre centoventi giorni ovvero in un corpo idrico non
significativo, l’autorizzazione tiene conto del periodo di portata
nulla e della capacita’ di diluizione del corpo idrico e stabilisce
prescrizioni e limiti al fine di garantire le capacita’
autodepurative del corpo ricettore e la difesa delle acque
sotterranee.
9. In relazione alle caratteristiche tecniche dello scarico, alla
sua localizzazione e alle condizioni locali dell’ambiente
interessato, l’autorizzazione contiene le ulteriori prescrizioni
tecniche volte a garantire che gli scarichi, ivi comprese le
operazioni ad esso funzionalmente connesse, siano effettuati in
conformita’ alle disposizioni del presente decreto e senza
pregiudizio per il corpo ricettore, per la salute pubblica e
l’ambiente.
10. Le spese occorrenti per effettuare i rilievi, gli accertamenti,
i controlli e i sopralluoghi necessari per l’istruttoria delle
domande d’autorizzazione previste dal presente decreto sono a
carico del richiedente. L’autorita’ competente determina, in via
provvisoria, la somma che il richiedente e’ tenuto a versare, a
titolo di deposito, quale condizione di procedibilita’ della
domanda.
L’autorita’ stessa, completata l’istruttoria, provvede alla
liquidazione definitiva delle spese sostenute.
11. Per gli insediamenti, edifici o installazioni la cui attivita’
sia trasferita in altro luogo ovvero per quelli soggetti a diversa
destinazione, ad ampliamento o a ristrutturazione da cui derivi uno
scarico avente caratteristiche qualitativamente o quantitativamente
diverse da quelle dello scarico preesistente deve essere richiesta
una nuova autorizzazione allo scarico, ove prevista. Nelle ipotesi
in cui lo scarico non abbia caratteristiche qualitative o
quantitative diverse, deve essere data comunicazione all’Autorita’
competente, la quale verificata la compatibilita’ dello scarico con
il corpo ricettore, puo’ adottare i provvedimenti che si rendessero
eventualmente necessari.
Riferimenti normativi:
(a) Il decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 372, reca:
“Attuazione della direttiva 96/61/CE relativa alla prevenzione e
riduzione integrate dell’inquadramento”.
Art. 46
Domanda di autorizzazione agli scarichi di acque reflue industriali
1. La domanda di autorizzazione agli scarichi di acque reflue
industriali deve essere accompagnata dall’indicazione delle
caratteristiche quantitative e qualitative dello scarico, della
quantita’ di acqua da prelevare nell’anno solare, del corpo
ricettore e del punto previsto per il prelievo al fine del
controllo, dalla descrizione del sistema complessivo di scarico,
ivi comprese le operazioni ad esso funzionalmente connesse,
dall’eventuale sistema di misurazione del flusso degli scarichi ove
richiesto, dalla indicazione dei mezzi tecnici impiegati nel
processo produttivo e nei sistemi di scarico, nonche’
dall’indicazione dei sistemi di depurazione utilizzati per
conseguire il rispetto dei valori limite di emissione.
2. Nel caso di scarichi di sostanze di cui alla tabella 3/A
dell’allegato 5 derivanti dai cicli produttivi indicati nella
medesima tabella 3/A, la domanda di cui al comma 1 deve altresi’
indicare:
a) la capacita’ di produzione del singolo stabilimento industriale
che comporta la produzione ovvero la trasformazione ovvero
l’utilizzazione delle sostanze di cui alla medesima tabella ovvero
la presenza di tali sostanze nello scarico. La capacita’ di
produzione deve essere indicata con riferimento alla massima
capacita’ oraria moltiplicata per il numero massimo di ore
lavorative giornaliere e per il numero massimo di giorni
lavorativi;
b) il fabbisogno orario di acque per ogni specifico processo
produttivo.
Art. 47
Approvazione degli impianti di trattamento delle acque reflue
urbane
1. Salve le disposizioni in materia di valutazione di impatto
ambientale, le regioni disciplinano le modalita’ di approvazione
dei progetti degli impianti di depurazione di acque reflue urbane
che tengono conto dei criteri di cui all’allegato 5 e della
corrispondenza tra la capacita’ dell’impianto e le esigenze delle
aree asservite, nonche’ delle modalita’ delle gestioni che devono
assicurare il rispetto dei valori limite degli scarichi, e
definiscono le relative fasi di autorizzazione provvisoria
necessaria all’avvio dell’impianto ovvero in caso di realizzazione
per lotti funzionali.
Art. 48
Fanghi derivanti dal trattamento delle acque reflue
1. Ferma restando la disciplina di cui al decreto legislativo 27
gennaio 1992, n. 99 (a), e successive modifiche, i fanghi derivanti
dal trattamento delle acque reflue sono sottoposti alla disciplina
dei rifiuti. I fanghi devono essere riutilizzati ogni qualvolta
cio’ risulti appropriato.
2. E’ comunque vietato lo smaltimento dei fanghi nelle acque
superficiali dolci e salmastre.
3. Lo smaltimento dei fanghi nelle acque marine mediante immersione
da nave, scarico attraverso condotte ovvero altri mezzi e’
autorizzato ai sensi dell’art. 18, comma 2, lettera p-bis) del
decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 (b), e deve comunque
cessare entro il 2003. Fino a tale data le quantita’ totali di
materie tossiche, persistenti ovvero bioaccumulabili, devono essere
progressivamente ridotte. In ogni caso le modalita’ di smaltimento
devono rendere minimo l’impatto negativo sull’ambiente.
Riferimenti normativi:
(a) Il decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99, recante
“Attuazione della direttiva 86/278/CEE concernente la protezione
dell’ambiente in particolare del suolo, nell’utilizzazione dei
fanghi di depurazione in agricoltura”, e’ pubblicato nel
supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale – serie generale –
del 15 febbraio 1992, n. 38.
(b) Si riporta il testo dell’articolo 18, comma 2, lettera p-bis)
del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22:
2. Sono inoltre di competenza dello Stato:
a) – p) (omissis).
p-bis) l’autorizzazione allo smaltimento di rifiuti nelle acque
marine in conformita’ alle disposizioni stabilite dalle norme
comunitarie e dalle convenzioni internazionali vigenti in materia;
tale autorizzazione e’ rilasciata dal Ministro dell’ambiente,
sentito il Ministro delle politiche agricole, su proposta
dell’autorita’ marittima nella cui zona di competenza si trova il
porto piu’ vicino al luogo dove deve essere effettuato lo
smaltimento ovvero si trova il porto da cui parte la nave con il
carico di rifiuti da smaltire.
Capo III
Controllo degli scarichi
Art. 49
Soggetti tenuti ai controllo
1. L’autorita’ competente effettua il controllo degli scarichi
sulla base di un programma che assicuri un periodico, diffuso,
effettivo ed imparziale sistema di controlli preventivi e
successivi.
2. Fermo restando quanto stabilito al comma 1, per gli scarichi in
pubblica fognatura l’ente gestore, ai sensi dell’art. 26 della
legge 5 gennaio 1994, n. 36 (a), organizza un adeguato servizio di
controllo secondo le modalita’ previste nella convenzione di
gestione.
Riferimenti normativi:
(a) Si riporta il testo dell’art. 26 della citata legge 15 gennaio
1994, n. 36:
“Art. 26 (Controlli). – 1. Per assicurare la fornitura di acqua di
buona qualita’ e per il controllo degli scarichi nei corpi
ricettori, ciascun gestore di servizio idrico si dota di un
adeguato servizio di controllo territoriale e di un laboratorio di
analisi per i controlli di qualita’ delle acque alla presa, nelle
reti di adduzione e di distribuzione, nei potabilizzatori e nei
depuratori, ovvero stipula apposita convenzione con altri soggetti
gestori di servizi idrici. Restano ferme le competenze
amministrative e le funzioni di controllo sulla qualita’ delle
acque e sugli scarichi nei corpi idrici stabilite dalla normativa
vigente e quelle degli organismi tecnici preposti a tali funzioni.
2. Coloro che si approvvigionano in tutto o in parte di acqua da
fonti diverse dal pubblico acquedotto sono tenuti a denunciare al
soggetto gestore del servizio idrico il quantitativo prelevato nei
termini e secondo le modalita’ previste dalla normativa per la
tutela delle acque dall’inquinamento.
3. Le sanzioni previste dall’art. 21 del decreto del Presidente
della Repubblica 24 maggio 1988, n. 236, si applicano al
responsabile della gestione dell’acquedotto soltanto nel caso in
cui, dopo la comunicazione dell’esito delle analisi, egli non abbia
tempestivamente adottato le misure idonee ad adeguare la qualita’
dell’acqua o a prevenire il consumo o l’erogazione di acqua non
idonea”.
Art. 50
Accessi ed ispezioni
1. Il soggetto incaricato del controllo e’ autorizzato a effettuare
le ispezioni, i controlli e i prelievi necessari all’accertamento
del rispetto dei valori limite di emissione, delle prescrizioni
contenute nei provvedimenti autorizzatori o regolamentari e delle
condizioni che danno luogo alla formazione degli scarichi. Il
titolare dello scarico e’ tenuto a fornire le informazioni
richieste e a consentire l’accesso ai luoghi dai quali origina lo
scarico.
Art. 51
Inosservanza delle prescrizioni dell’autorizzazione allo scarico
1. Ferma restando l’applicazione delle norme sanzionatorie di cui
al titolo V, in caso di inosservanza delle prescrizioni
dell’autorizzazione allo scarico, l’autorita’ competente al
controllo procede, secondo la gravita’ dell’infrazione:
a) alla diffida, stabilendo un termine entro il quale devono essere
eliminate le irregolarita’;
b) alla diffida e contestuale sospensione dell’autorizzazione per
un tempo determinato, ove si manifestano situazioni di pericolo per
la salute pubblica e per l’ambiente;
c) alla revoca dell’autorizzazione in caso di mancato adeguamento
alle prescrizioni imposte con la diffida e in caso di reiterate
violazioni che determinano situazione di pericolo per la salute
pubblica e per l’ambiente.
Art. 52
Controllo degli scarichi di sostanze pericolose
1. Per gli scarichi contenenti le sostanze di cui alla tabella 5
dell’allegato 5 l’autorita’ competente nel rilasciare
l’autorizzazione puo’ prescrivere, a carico del titolare,
l’installazione di strumenti di controllo in automatico, nonche’ le
modalita’ di gestione degli stessi e di conservazione dei relativi
risultati, che devono rimanere a disposizione dell’autorita’
competente al controllo per un periodo) non inferiore a tre anni
dalla data di effettuazione dei singoli controlli.
Art. 53
Interventi sostitutivi
1. Nel caso in cui non vengano effettuati i controlli ambientali
previsti dal presente decreto, il Ministro dell’ambiente diffida la
regione a provvedere nel termine di sei mesi ovvero nel termine
imposto dalle esigenze di tutela sanitaria e ambientale. In caso di
persistente inadempienza provvede il Ministro dell’ambiente, previa
deliberazione del Consiglio dei Ministri, in via sostitutiva, con
oneri a carico dell’ente inadempiente.
2. Nell’esercizio dei poteri sostitutivi, il Ministro dell’ambiente
nomina un commissario ad acta che pone in essere gli atti necessari
agli adempimenti previsti dalla normativa vigente a carico delle
regioni al fine dell’organizzazione del sistema dei controlli.
Titolo V
SANZIONI
Capo I
Sanzioni amministrative e danno ambientale
Art. 54
Sanzioni amministrative
1. Chiunque, salvo che il fatto costituisca reato,
nell’effettuazione di uno scarico supera i valori limite di
emissione fissati nelle tabelle di cui all’allegato 5, ovvero i
diversi valori limite stabiliti dalle regioni a norma dell’articolo
28, comma 2, ovvero quelli fissati dall’autorita’ competente a
norma dell’articolo 33, comma 1, o dell’articolo 34, comma 1, e’
punito con la sanzione amministrativa da lire cinque milioni a lire
cinquanta milioni. Se l’inosservanza dei valori limite riguarda
scarichi recapitanti nelle aree di salvaguardia delle risorse
idriche destinate al consumo umano di cui all’articolo 21 ovvero in
corpi idrici posti nelle aree protette di cui alla legge 6 dicembre
1991, n. 394 (a), si applica la sanzione amministrativa non
inferiore a lire trenta milioni.
2. Chiunque apre o comunque effettua scarichi di acque reflue
domestiche o di reti fognarie, servite o meno da impianti pubblici
di depurazione, senza l’autorizzazione di cui all’articolo 45,
ovvero continui ad effettuare o mantenere detti scarichi dopo che
l’autorizzazione sia stata sospesa o revocata, e’ punito con la
sanzione amministrativa da lire dieci milioni a lire cento milioni.
Nell’ipotesi di scarichi relativi ad edifici isolati adibiti ad uso
abitativo la sanzione e’ da uno a cinque milioni.
3. Chiunque, salvo che il fatto costituisca reato e al di fuori
delle ipotesi di cui al comma 1, effettua o mantiene uno scarico
senza osservare le prescrizioni indicate nel provvedimento di
autorizzazione ovvero fissate ai sensi dell’articolo 33, comma 1,
e’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire due
milioni a lire venticinque milioni.
4. Si applica la sanzione prevista al comma 3 a chi effettuando al
momento all’entrata in vigore del presente decreto scarichi di
acque reflue esistenti, non ottempera alle disposizioni di cui
all’articolo 62, comma 12.
5. (Soppresso).
6. Chiunque, salvo che il fatto costituisca reato, effettua
l’immersione in mare dei materiali indicati all’articolo 35, comma
1, lettere a) e b), ovvero svolge l’attivita’ di posa in mare cui
al comma 5 dello stesso articolo, senza autorizzazione, e’ punito
con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire due milioni a
lire venti milioni.
7. Salvo che il fatto non costituisca reato, fino all’emanazione
della disciplina regionale di cui all’articolo 38, comma 2,
chiunque non osserva le disposizioni di cui all’articolo 62, comma
10, e’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire un
milione a lire dieci milioni.
8. Chiunque, salvo che il fatto costituisca reato non osserva il
divieto di smaltimento dei fanghi previsto dall’articolo 48, comma
2, e’ punito con la sanzione ammmistrativa pecuniaria da lire dieci
milioni a lire cento milioni.
9. (Soppresso).
10. Salva che il fatto non costituisca reato, e’ punito con la
sanzione amministrativa pecuniaria da lire dieci milioni a lire
cento milioni, chiunque:
a) nell’effettuazione delle operazioni di svaso sghiaiamento o
sfangamento delle dighe, supera i limiti o non osserva le altre
prescrizioni contenute nello specifico progetto di gestione
dell’impianto di cui all’articolo 40, commi 2 e 3;
b) effettua le medesime operazioni prima dell’approvazione del
progetto di gestione;
10-bis. Chiunque viola le prescrizioni concernenti l’installazione
e la manutenzione dei dispositivi per la misurazione delle portate
e dei volumi ovvero l’obbligo di trasmissione dei risultati delle
misurazioni di cui al comma 3 dell’articolo 22 e’ punito con la
sanzione amministrativa pecuniaria da lire due milioni a lire dieci
milioni. Nei casi di particolare tenuita’ la sanzione e’ ridotta ad
un quinto.
10-ter. Chiunque non ottempera alla disciplina dettata dalle
regioni ai sensi dell’articolo 39, comma 1, lettera b), e’ punito
con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire due milioni a
lire venticinque milioni”.
Riferimenti normativi:
(a) La legge 6 dicembre 1991, n. 394, reca: “Legge quadro sulle
aree protette”.
Art. 55
Modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 24 maggio
1988, n. 236 (a)
1. L’inosservanza delle disposizioni relative alle attivita’ e
destinazioni vietate nelle aree di salvaguardia di cui all’articolo
21 e’ punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire un
milione a lire dieci milioni.
2. Il comma 3 dell’articolo 21, del decreto del Presidente della
Repubblica 24 maggio 1988, n. 236 (b), e’ sostituito dal seguente:
“3. L’inosservanza delle disposizioni dei piani di intervento di
cui all’art. 18 e’ punita con la sanzione amministrativa pecuniaria
da lire un milione a lire dieci milioni.
3. Il comma 4 dell’art. 21 del decreto del Presidente della
Repubblica 24 maggio 1988, n. 236 (b), e’ cosi’ modificato: “4. I
contravventori alle disposizioni di cui all’articolo 15 sono puniti
con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire un milione a lire
sei milioni.
Riferimenti normativi:
(a) Il decreto del Presidente della Repubblica 24 maggio 1988, n.
236; reca: “Attuazione della direttiva CEE n. 80/778, concernente
la qualita’ delle acque destinate al consumo umano, ai sensi
dell’art. 15 della legge 16 aprile 1987, n. 183.
(b) Si riporta il testo dell’art. 21 del decreto del Presidente
della Repubblica 24 maggio 1988, n. 236; come modificato dal
decreto legislativo n. 258 del 18 agosto 2000:
“Art. 21 (Sanzioni). – 1. Salvo che il fatto costituisca piu’ grave
reato, chiunque in violazione delle disposizioni del presente
decreto fornisce al consumo umano acque che non presentano i
requisiti di qualita’ previsti dall’allegato I e’ punito con
l’ammenda da lire duecentocinquantamila a lire duemilioni o con
l’arresto fino a tre anni.
2. La stessa pena si applica a chi utilizza acque che non
presentano i requisiti di qualita’ previsti dall’allegato I in
imprese alimentari, mediante incorporazione o contatto per la
fabbricazione, il trattamento, la conservazione, l’immissione sul
mercato di prodotti e sostanze destinate al consumo umano, se le
acque hanno conseguenze per la salubrita’ del prodotto alimentare
finale.
3 L’inosservanza delle disposizioni dei piani di intervento di cui
all’art. 18 e’ punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da
lire un milione a lire dieci milioni.
4. I contravventori alle disposizioni di cui all’art. 15 sono
puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire un milione
a lire sei milioni”.
Art. 56
Competenza e giurisdizione
1. In materia di accertamento degli illeciti amministrativi
all’irrogazione delle sanzioni amministrative pecuniarie provvede,
salvo diversa disposizione delle regioni o delle province autonome,
la regione o la provincia autonoma nel cui territorio e’ stata
commessa la violazione, a eccezione delle sanzioni previste
dall’articolo 54, commi 8 e 9, per le quali e’ competente il
comune, salve le attribuzioni affidate dalla legge ad altre
pubbliche autorita’.
1-bis. Fatto salvo quanto previsto dal decreto legislativo 31 marzo
1998, n. 112 (a), alla sorveglianza e all’accertamento degli
illeciti in violazione delle norme in materia di tutela delle acque
dall’inquinamento e del relativo danno ambientale concorre il Corpo
forestale dello Stato, in qualita’ di forza di polizia
specializzata in materia di danno ambientale.
2. Avverso le ordinanze-ingiunzione relative alle sanzioni
amministrative di cui al comma 1 e’ esperibile il giudizio di
opposizione di cui all’articolo 23 della legge 24 novembre 1981, n.
689 (b).
3. Per i procedimenti penali pendenti alla entrata in vigore del
presente decreto l’autorita’ giudiziaria, se non deve pronunziare
decreto di archiviazione o sentenza di proscioglimento, dispone la
trasmissione degli atti agli enti indicati al comma 1 ai fini
dell’applicazione delle sanzioni amministrative.
4. Alle sanzioni amministrative pecuniarie previste dal presente
decreto non si applica il pagamento in misura ridotta di cui
all’articolo 16 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (c).
Riferimenti normativi:
(a) L’argomento del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, e’
riportato nella nota a) dell’art. 3.
(b) Si riporta il testo dell’art. 23 della legge 24 novembre 1981,
n. 689:
“Art. 23 (Giudizio di opposizione). – Il giudice, se il ricorso e’
proposto oltre il termine previsto dal primo comma dell’art. 22, ne
dichiara l’inammissibilita’ con ordinanza ricorribile per
cassazione.
Se il ricorso e’ tempestivamente proposto, il giudice fissa
l’udienza di comparizione con decreto, steso in calce al ricorso,
ordinando all’autorita’ che ha emesso il provvedimento impugnato di
depositare in cancelleria, dieci giorni prima della udienza
fissata, copia del rapporto con gli atti relativi all’accertamento,
nonche’ alla contestazione o notificazione della violazione. Il
ricorso ed il decreto sono notificati, a cura della cancelleria,
all’opponente o, nel caso sia stato indicato, al suo procuratore, e
all’autorita’ che ha emesso l’ordinanza.
Tra il giorno della notificazione e l’udienza di comparizione
devono intercorrere i termini previsti dall’art. 163-bis del codice
di procedura civile.
L’opponente e l’autorita’ che ha emesso l’ordinanza possono stare
in giudizio personalmente; l’autorita’ che ha emesso l’ordinanza
puo’ avvalersi anche di funzionari appositamente delegati.
Se alla prima udienza l’opponente o il suo procuratore non si
presentano senza addurre alcun legittimo impedimento, il giudice,
con ordinanza ricorribile per cassazione, convalida il
provvedimento opposto, ponendo a carico dell’opponente anche le
spese successive all’opposizione.
Nel corso del giudizio il giudice dispone, anche d’ufficio, i mezzi
di prova che ritiene necessari e puo’ disporre la citazione di
testimoni anche senza la formulazione di capitoli.
Appena terminata l’istruttoria il giudice invita le parti a
precisare le conclusioni ed a procedere nella stessa udienza alla
discussione della causa, pronunciando subito dopo la sentenza
mediante lettura del dispositivo.
Tuttavia, dopo la precisazione delle conclusioni, il giudice, se
necessario, concede alle parti un termine non superiore a dieci
giorni per il deposito di note difensive e rinvia la causa
all’udienza immediatamente successiva alla scadenza del termine per
la discussione e la pronuncia della sentenza.
Il giudice puo’ anche redigere e leggere, unitamente al
dispositivo, la motivazione della sentenza, che e’ subito dopo
depositata in cancelleria.
A tutte le notificazioni e comunicazioni occorrenti si provvede
d’ufficio.
Gli atti del processo e la decisione sono esenti da ogni tassa e
imposta.
Con la sentenza il giudice puo’ rigettare l’opposizione, ponendo a
carico dell’opponente le spese del procedimento o accoglierla,
annullando in tutto o in parte l’ordinanza o modificandola anche
limitatamente all’entita’ della sanzione dovuta. Nel giudizio di
opposizione davanti al giudice di pace non si applica l’art. 113,
secondo comma, del codice di procedura civile.
Il giudice accoglie l’opposizione quando non vi sono prove
sufficienti della responsabilita’ dell’opponente.
La sentenza e’ inappellabile ma e’ ricorribile per cassazione”.
(c) Si riporta il testo dell’art. 16 della legge 24 novembre 1981,
n. 689:
“Art. 16 (Pagamento in misura ridotta). – E’ ammesso il pagamento
di una somma in misura ridotta pari alla terza parte del massimo
della sanzione prevista per la violazione commessa, o, se piu’
favorevole e qualora sia stabilito il minimo della sanzione
edittale, pari al doppio del relativo importo, oltre alle spese del
procedimento, entro il termine di sessanta giorni dalla
contestazione immediata o, se questa non vi e’ stata, dalla
notificazione degli estremi della violazione).
Nei casi di violazione (del testo unico delle norme sulla
circolazione stradale e) dei regolamenti comunali e provinciali
continuano ad applicarsi, (rispettivamente l’art. 138 del testo
unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 15
giugno 1959, n. 393, con le modifiche apportate dall’art. 11 della
legge 14 febbraio 1974, n. 62, e) l’art. 107 del testo unico delle
leggi comunali e provinciali approvato con regio decreto 3 marzo
1934, n. 383.
Il pagamento in misura ridotta e’ ammesso anche nei casi in cui le
norme antecedenti all’entrata in vigore della presente legge non
consentivano l’oblazione.
Art. 57
Proventi delle sanzioni amministrative pecuniarie
1. Le somme derivanti dai proventi delle sanzioni amministrative
previste dal presente decreto, sono versate all’entrata del
bilancio regionale per essere riassegnate ai capitoli di spesa
destinati alle opere di risanamento e di riduzione
dell’inquinamento dei corpi idrici. Le regioni provvedono alla
ripartizione delle somme riscosse fra gli interventi di prevenzione
e di risanamento.
Art. 58
Danno ambientale, bonfica e ripristino ambientale dei siti
inquinati
1. Chi con il proprio comportamento omissivo o commissivo in
violazione delle disposizioni del presente decreto provoca un danno
alle acque, al suolo, al sottosuolo e alle altre risorse
ambientali, ovvero determina un pericolo concreto ed attuale di
inquinamento ambientale, e’ tenuto a procedere a proprie spese agli
interventi di messa in sicurezza, di bonifica e di ripristino
ambientale delle aree inquinate e degli impianti dai quali e’
derivato il danno ovvero deriva il pericolo di inquinamento, ai
sensi e secondo il procedimento di cui all’articolo 17 del decreto
legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 (a).
2. Ai sensi dell’articolo 18 della legge 8 luglio 1986, n. 349 (b)
fatto salvo il diritto ad ottenere il risarcimento del danno non
eliminabile con la bonifica ed il ripristino ambientale di cui al
comma 1.
3. Nel caso in cui non sia possibile una precisa quantificazione
del danno di cui al comma 2, lo stesso si presume, salvo prova
contraria, di ammontare non inferiore alla somma corrispondente
alla sanzione pecuniaria amministrativa, ovvero alla sanzione
penale, in concreto applicata. Nel caso in cui sia stata irrogata
una pena detentiva, solo al fine della quantificazione del danno di
cui al presente comma, il ragguaglio fra la stessa e la pena
pecuniaria, ha luogo calcolando quattrocentomila lire, per un
giorno di pena detentiva. In caso di sentenza di condanna in sede
penale o di emanazione del provvedimento di cui all’art. 444 del
codice di procedura penale (c), la cancelleria del giudice che ha
emanato il provvedimento trasmette copia dello stesso al Ministero
dell’ambiente. Gli enti di cui al comma 1 dell’articolo 56 danno
prontamente notizia dell’avvenuta erogazione delle sanzioni
amministrative al Ministero dell’ambiente al fine del recupero del
danno ambientale.
4. Chi non ottempera alle prescrizioni di cui al comma 1, e’ punito
con l’arresto da sei mesi ad un anno e con l’ammenda da lire cinque
milioni a lire cinquanta milioni.
Riferimenti normativi:
(a) Si riporta il testo dell’art. 17 del decreto legislativo 5
febbraio 1997, n. 22:
“Art. 17 (Bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinati). –
1. Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente
decreto il Ministro dell’ambiente, avvalendosi dell’Agenzia
nazionale per la protezione dell’ambiente (ANPA), di concerto con i
Ministri dell’industria, del commercio e dell’artigianato e della
sanita’, sentita la conferenza permanente per i rapporti tra lo
Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano,
definisce:
a) i limiti di accettabilita’ della contaminazione dei suoli, delle
acque superficiali e delle acque sotterranee in relazione alla
specifica destinazione d’uso dei siti;
b) le procedure di riferimento per il prelievo e l’analisi dei
campioni;
c) i criteri generali per la messa in sicurezza, la bonifica ed il
ripristino ambientale dei siti inquinati, nonche’ per la redazione
dei progetti di bonifica;
c-bis) tutte le operazioni di bonifica di suoli e falde acquifere
che facciano ricorso a batteri, a ceppi batterici mutanti, a
stimolanti di batteri naturalmente presenti nel suolo al fine di
evitare i rischi di contaminazione del suolo e delle falde
acquifere.
1-bis. I censimenti di cui al decreto del Ministro dell’ambiente 16
maggio 1989, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 121 del 26
maggio 1989, sono estesi alle aree interne ai luoghi di produzione,
raccolta, smaltimento e recupero dei rifiuti, in particolare agli
impianti a rischio di incidente rilevante di cui al decreto del
Presidente della Repubblica 17 maggio 1988, n. 175, e successive
modificazioni. Il Ministro dell’ambiente dispone, eventualmente
attraverso accordi di programma con gli enti provvisti delle
tecnologie di rilevazione piu’ avanzate, la mappatura nazionale dei
siti oggetto dei censimenti e la loro verifica con le regioni.
2. Chiunque cagiona, anche in maniera accidentale, il superamento
dei limiti di cui al comma 1, lettera a), ovvero determina un
pericolo concreto ed attuale di superamento dei limiti medesimi, e’
tenuto a procedere a proprie spese agli interventi di messa in
sicurezza, di bonifica e di ripristino ambientale delle aree
inquinate e degli impianti dai quali deriva il pericolo di
inquinamento. A tal fine:
a) deve essere data, entro quarantotto ore, notifica al Comune,
alla provincia ed alla regione territorialmente competenti, nonche’
agli organi di controllo sanitario e ambientale, della situazione
di inquinamento ovvero del pericolo concreto ed attuale di
inquinamento del sito;
b) entro le quarantotto ore successive alla notifica di cui alla
lettera a), deve essere data comunicazione al comune ed alla
provincia ed alla regione territorialmente competenti degli
interventi di messa in sicurezza adottati per non aggravare la
situazione di inquinamento o di pericolo di inquinamento, contenere
gli effetti e ridurre il rischio sanitario ed ambientale;
c) entro trenta giorni dall’evento che ha determinato
l’inquinamento ovvero dalla individuazione della situazione di
pericolo, deve essere presentato al comune ed alla regione il
progetto di bonifica delle aree inquinate.
3. I soggetti e gli organi pubblici che nell’esercizio delle
proprie funzioni istituzionali individuano siti nei quali i livelli
di inquinamento sono superiori ai limiti previsti, ne danno
comunicazione al comune, che diffida il responsabile
dell’inquinamento a provvedere ai sensi del comma 2, nonche’ alla
provincia ed alla regione.
4. Il comune approva il progetto ed autorizza la realizzazione
degli interventi previsti entro novanta giorni dalla data di
presentazione del progetto medesimo e ne da’ comunicazione alla
regione. L’autorizzazione indica le eventuali modifiche ed
integrazioni del progetto presentato, ne fissa i tempi, anche
intermedi, di esecuzione, e stabilisce le garanzie finanziarie che
devono essere prestate a favore della Regione per la realizzazione
e l’esercizio degli impianti previsti dal progetto di bonifica
medesimo. Se l’intervento di bonifica e di messa in sicurezza
riguarda un’area compresa nel territorio di piu’ comuni il progetto
e gli interventi sono approvati ed autorizzati dalla regione.
5. Entro sessanta giorni dalla data di presentazione del progetto
di bonifica la regione puo’ richiedere al comune che siano
apportate modifiche ed integrazioni ovvero stabilite specifiche
prescrizioni al progetto di bonifica.
6. Qualora la destinazione d’uso prevista dagli strumenti
urbanistici in vigore imponga il rispetto di limiti di
accettabilita’ di contaminazione che non possono essere raggiunti
neppure con l’applicazione delle migliori tecnologie disponibili a
costi sopportabili, l’autorizzazione di cui al comma 4 puo’
prescrivere l’adozione di misure di sicurezza volte ad impedire
danni derivanti dall’inquinamento residuo, da attuarsi in via
prioritaria con l’impiego di tecniche e di ingegneria ambientale,
nonche’ limitazioni temporanee o permanenti all’utilizzo dell’area
bonificata rispetto alle previsioni degli strumenti urbanistici
vigenti, ovvero particolari modalita’ per l’utilizzo dell’area
medesima. Tali prescrizioni comportano, ove occorra, variazione
degli strumenti urbanistici e dei piani territoriali.
6-bis. Gli interventi di bonifica dei siti inquinati possono essere
assistiti, sulla base di apposita disposizione legislativa di
finanziamento, da contributo pubblico entro il limite massimo del
50 per cento delle relative spese qualora sussistano preminenti
interessi pubblici connessi ad esigenze di tutela igienico-
sanitaria e ambientale o occupazionali. Ai predetti contributi
pubblici non si applicano le disposizioni di cui ai commi 10 e 11.
7. L’autorizzazione di cui al comma 4 costituisce variante
urbanistica, comporta dichiarazione di pubblica utilita’, di
urgenza e di indifferibilita’ dei lavori, e sostituisce a tutti gli
effetti le autorizzazioni, le concessioni, i concerti, le intese, i
nulla osta, i pareri e gli assensi previsti dalla legislazione
vigente per la realizzazione e l’esercizio degli impianti e delle
attrezzature necessarie all’attuazione del progetto di bonifica.
8. Il completamento degli interventi previsti dai progetti di cui
al comma 2, lettera c), e’ attestato da apposita certificazione
rilasciata dalla Provincia competente per territorio.
9. Qualora i responsabili non provvedano ovvero non siano
individuabili, gli interventi di messa in sicurezza, di bonifica e
di ripristino ambientale sono realizzati d’ufficio dal comune
territorialmente competente e ove questo non provveda dalla
regione, che si avvale anche di altri enti pubblici. Al fine di
anticipare le somme per i predetti interventi le Regioni possono
istituire appositi fondi nell’ambito delle proprie disponibilita’
di bilancio.
10. Gli interventi di messa in sicurezza, di bonifica e di
ripristino ambientale costituiscono onere reale sulle aree
inquinate di cui ai commi 2 e 3. L’onere reale deve essere indicato
nel certificato di destinazione urbanistica ai sensi e per gli
effetti dell’articolo 18, comma 2, della legge 28 febbraio 1985, n.
47.
11. Le spese sostenute per la messa in sicurezza, la bonifica ed il
ripristino ambientale delle aree inquinate di cui ai commi 2 e 3
sono assistite da privilegio speciale immobiliare sulle aree
medesime, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2748, secondo comma,
del codice civile. Detto privilegio si puo’ esercitare anche in
pregiudizio dei diritti acquistati dai terzi sull’immobile. Le
predette spese sono altresi’ assistite da privilegio generale
mobiliare.
12. Le Regioni predispongono sulla base delle notifiche dei
soggetti interessati ovvero degli accertamenti degli organi di
controllo un’anagrafe dei siti da bonificare che individui:
a) gli ambiti interessati, la caratterizzazione ed il livello degli
inquinanti presenti;
b) i soggetti cui compete l’intervento di bonifica;
e) gli enti di cui la regione intende avvalersi per l’esecuzione
d’ufficio in caso di inadempienza dei soggetti obbligati;
d) la stima degli oneri finanziari.
13. Nel caso in cui il mutamento di destinazione d’uso di un’area
comporti l’applicazione dei limiti di accettabilita’ di
contaminazione piu’ restrittivi, l’interessato deve procedere a
proprie spese ai necessari interventi di bonifica sulla base di un
apposito progetto che e’ approvato dal comune ai sensi di cui ai
commi 4 e 6.
L’accertamento dell’avvenuta bonifica e’ effettuato, dalla
Provincia ai sensi del comma 8.
13-bis. Le procedure per gli interventi di messa in sicurezza, di
bonifica e di ripristino ambientale disciplinate dal presente
articolo possono essere comunque utilizzate ad iniziativa degli
interessati.
14. I progetti relativi ad interventi di bonifica di interesse
nazionale sono presentati al Ministero dell’ambiente ed approvati,
ai sensi e per gli effetti delle disposizioni che precedono, con
decreto del Ministro dell’ambiente, di concerto con i Ministri
dell’industria, del commercio e dell’artigianato e della sanita’,
d’intesa con la regione territorialmente competente. L’approvazione
produce gli effetti di cui al comma 7 e, con esclusione degli
impianti di incenerimento e di recupero energetico, sostituisce,
ove prevista per legge, la pronuncia di valutazione di impatto
ambientale degli impianti da realizzare nel sito inquinato per gli
interventi di bonifica.
15. I limiti, le procedure, i criteri generali di cui al comma 1 ed
i progetti di cui al comma 14 relativi ad aree destinate alla
produzione agricola e all’allevamento sono definiti ed approvati di
concerto con il Ministero delle risorse agricole, alimentari e
forestali.
15-bis. Il Ministro dell’ambiente, di concerto con il Ministro
dell’universita’ e della ricerca scientifica e tecnologica e con il
Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato, emana un
decreto recante indicazioni ed informazioni per le imprese
industriali, consorzi di imprese, cooperative, consorzi tra imprese
industriali ed artigiane che intendano accedere a incentivi e
finanziamenti per la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie di
bonifica previsti dalla vigente legislazione.
15-ter. Il Ministero dell’ambiente e le regioni rendono pubblica,
rispettivamente, la lista di priorita’ nazionale e regionale dei
siti contaminati da bonificare.
(b) Si riporta il testo dell’art. 18 della legge 8 luglio 1986, n.
349:
“Art. 18. – 1. Qualunque fatto doloso o colposo in violazione di
disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in base a legge
che comprometta l’ambiente, ad esso arrecando danno, alterandolo,
deteriorandolo o distruggendolo in tutto o in parte, obbliga
l’autore del fatto al risarcimento nei confronti dello Stato.
2. Per la materia di cui al precedente comma 1 la giurisdizione
appartiene al giudice ordinario, ferma quella della Corte dei
conti, di cui all’articolo 22 del decreto del Presidente della
Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3.
3. L’azione di risarcimento del danno ambientale, anche se
esercitata in sede penale, e’ promossa dallo Stato, nonche’ dagli
enti territoriali sui quali incidano i beni oggetto del fatto
lesivo.
4. Le associazioni di cui al precedente articolo 13 e i cittadini,
al fine di sollecitare l’esercizio dell’azione da parte dei
soggetti legittimati, possono denunciare i fatti lesivi di beni
ambientali dei quali siano a conoscenza.
5. Le associazioni individuate in base all’articolo 13 della
presente legge possono intervenire nei giudizi per danno ambientale
e ricorrere in sede di giurisdizione amministrativa per
l’annullamento di atti illegittimi.
6. Il giudice, ove non sia possibile una precisa quantificazione
del danno, ne determina l’ammontare in via equitativa, tenendo
comunque conto della gravita’ della colpa individuale, del costo
necessario per il ripristino e del profitto conseguito dal
trasgressore in conseguenza del suo comportamento lesivo dei beni
ambientali.
7. Nei casi di concorso nello stesso evento di danno, ciascuno
risponde nei limiti della piu’ propria responsabilita’ individuale.
8. Il giudice, nella sentenza di condanna, dispone, ove possibile,
il ripristino dello stato dei luoghi a spese del responsabile.
9. Per la riscossione dei crediti in favore dello Stato risultanti
dalle sentenze di condanna si applicano le norme di cui al testo
unico delle disposizioni di legge relative alla riscossione delle
entrate patrimoniali dello Stato, approvato con regio decreto 14
aprile 1910, n. 639.
(c) Si riporta il testo dell’art. 444 del codice di procedura
penale:
“Art. 444 (Applicazione della pena su richiesta). – 1. L’imputato e
il pubblico ministero possono chiedere al giudice l’applicazione,
nella specie e nella misura indicata, di una sanzione sostitutiva o
di una pena pecuniaria, diminuita fino a un terzo, ovvero di una
pena detentiva quando questa, tenuto conto delle circostanze e
diminuita fino a un terzo, non supera due anni di reclusione o di
arresto, soli o congiunti a pena pecuniaria.
2. Se vi e’ il consenso anche della parte che non ha formulato la
richiesta e non deve essere pronunciata sentenza di proscioglimento
a norma dell’articolo 129, il giudice, sulla base degli atti, se
ritiene corrette la qualificazione giuridica del fatto,
l’applicazione e la comparazione delle circostanze prospettate
dalle parti, nonche’ congrua la pena indicata, ne dispone con
sentenza l’applicazione enunciando nel dispositivo che vi e’ stata
la richiesta delle parti. Se vi e’ costituzione di parte civile, il
giudice non decide sulla relativa domanda;
l’imputato e’ tuttavia condannato al pagamento delle spese
sostenute dalla parte civile, salvo che ricorrano giusti motivi per
la compensazione totale o parziale. Non si applica la disposizione
dell’articolo 75, comma 3.
3. La parte, nel formulare la richiesta, puo’ subordinarne l’effi
cacia, alla concessione della sospensione condizionale della pena
[c.p. 163]. In questo caso il giudice, se ritiene che la
sospensione condizionale non puo’ essere concessa, rigetta la
richiesta”.
Capo II
Sanzioni penali
Art. 59
Sanzioni penali
1. Chiunque apre o comunque effettua nuovi scarichi di acque reflue
industriali, senza autorizzazione, ovvero continua ad effettuare o
mantenere detti scarichi dopo che l’autorizzazione sia stata
sospesa o revocata, e’ punito con l’arresto da due mesi a due anni
o con l’ammenda da lire due milioni a lire quindici milioni.
2. Alla stessa pena stabilita al comma 1, soggiace chi –
effettuando al momento di entrata in vigore del presente decreto
scarichi di acque reflue industriali autorizzati in base alla
normativa previgente – non ottempera alle disposizioni di cui
all’articolo 62, comma 12.
3. Quando le condotte descritte ai commi 1 e 2 riguardano gli
scarichi di acque reflue industriali contenenti le sostanze
pericolose comprese nelle famiglie e nei gruppi di sostanze
indicate nelle tabelle 5 e 3A dell’allegato 5, la pena e’
dell’arresto da tre mesi a tre anni.
4. Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui al comma 5, effettua
uno scarico di acque reflue industriali contenenti le sostanze
pericolose comprese nelle famiglie e nei gruppi di sostanze
indicate nelle tabelle 5 e 3/A dell’allegato 5, senza osservare le
prescrizioni dell’autorizzazione, ovvero le altre prescrizioni
dell’autorita’ competente a norma degli articoli 33, comma 1 e 34
comma 3 e’ punito con l’arresto fino a due anni.
4-bisChiunque viola le prescrizioni concernenti l’installazione e
la gestione dei controlli in automatico o l’obbligo di
conservazione dei risultati degli stessi di cui all’articolo 52 e’
punito con la pena di cui al precedente comma 4.
5. Chiunque, nell’effettuazione di uno scarico di acque reflue
industriali, supera i valori limite fissati nella tabella 3 o, nel
caso di scarico sul suolo, nella tabella 4 dell’allegato 5 ovvero i
limiti piu’ restrittivi fissati dalle regioni o delle province
autonome o dall’autorita’ competente a norma degli articoli 33,
comma 1, in relazione alle sostanze indicate nella tabella 5
dell’allegato 5, e’ punito con l’arresto fino a due anni, e con
l’ammenda da lire cinque milioni a lire cinquanta milioni. Se sono
superati anche i valori limite fissati per le sostanze contenute
nella tabella 3A dell’allegato 5, si applica l’arresto da sei mesi
a tre anni e l’ammenda a lire dieci milioni a lire duecento
milioni.
6. Le sanzioni di cui al comma 5 si applicano altresi’ al gestore
di impianti di trattamento delle acque reflue urbane che
nell’effettuazione dello scarico supera i valori-limite previsti
dallo stesso comma.
6-bis. Al gestore del servizio idrico integrato che non ottempera
all’obbligo di comunicazione di cui all’articolo 36, comma 3, o non
osserva le prescrizioni o i divieti di cui all’articolo 36, comma
5, si applica la pena di cui all’articolo 51, comma 1, del decreto
legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 (a).
6-ter. Il titolare di uno scarico che non consente l’accesso agli
insediamenti da parte del soggetto incaricato del controllo ai fini
di cui all’articolo 28, commi 3 e 4, salvo che il fatto non
costituisca piu’ grave reato, e’ punito con la pena dell’arresto
fino a due anni. Restano fermi i poteri-doveri di interventi dei
soggetti incaricati del controllo anche ai sensi dell’articolo 13
della legge n. 689 del 1981 (b) degli articoli 55 (c) e 354 (a) del
codice di procedura penale.
6-quater. Chiunque non ottempera alla disciplina dettata dalle
regioni ai sensi dell’articolo 39, comma 2, e’ punito con le
sanzioni di cui all’articolo 59, comma 1.
7. Chiunque non ottempera al provvedimento adottato dall’autorita’
competente ai sensi dell’articolo 10, comma 5, ovvero dell’articolo
12, comma 2, e’ punito con l’ammenda da lire due milioni a lire
venti milioni.
8. Chiunque non osservi i divieti di scarico previsti dagli
articoli 29 e 30 e’ punito con l’arresto sino a tre anni.
9. Chiunque non osserva le prescrizioni regionali assunte a norma
dell’articolo 15, commi 2 e 3, dirette ad assicurare il
raggiungimento ovvero il ripristino degli obiettivi di qualita’
delle acque designate ai sensi dell’articolo 14, ovvero non
ottempera ai provvedimenti adottati dall’autorita’ competente ai
sensi dell’articolo 14, comma 3, e’ punito con l’arresto sino a due
anni o con l’ammenda da lire sette milioni a lire settanta milioni.
10. Nei casi previsti dal comma 9, il Ministro della sanita’ e
dell’ambiente, nonche’ la regione e la provincia autonoma
competente, ai quali sono inviati copia delle notizie di reato,
possono indipendentemente dall’esito del giudizio penale, disporre,
ciascuno per quanto di competenza, la sospensione in via cautelare
dell’attivita’ di molluschicoltura e, a seguito di sentenza di
condanna o di decisione emessa ai sensi dell’articolo 444 del
codice di procedura penale (e) definitive, valutata la gravita’ dei
fatti, disporre la chiusura degli impianti.
11. Si applica sempre la pena dell’arresto da due mesi a due anni
se lo scarico nelle acque del mare da parte di navi od aeromobili
contiene sostanze o materiali per i quali e’ imposto il divieto
assoluto di sversamento ai sensi delle disposizioni contenute nelle
convenzioni internazionali vigenti in materia e ratificate
dall’Italia, salvo che siano in quantita’ tali da essere resi
rapidamente innocui dai processi fisici, chimici e biologici, che
si verificano naturalmente in mare. Resta fermo, in quest’ultimo
caso l’obbligo della preventiva autorizzazione da parte
dell’autorita’ competente.
11-bis. La sanzione di cui al comma 11 si applica anche a chiunque
effettua, in violazione dell’articolo 48, comma 3, lo smaltimento
dei fanghi nelle acque marine mediante immersione da nave, scarico
attraverso condotte ovvero altri mezzi o comunque effettua
l’attivita’ di smaltimento di rifiuti nelle acque marine senza
essere munito dell’autorizzazione di cui all’articolo 18, comma 2,
lettera p-bis) del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, (f).
11-ter. Chiunque effettui l’utilizzazione agronomica di effluenti
di allevamento, delle acque di vegetazione dei frantoi oleari
nonche’ delle acque reflue provenienti da aziende agricole e
piccole aziende agroalimentari di cui all’articolo 38 al di fuori
dei casi e delle procedure ivi previste ovvero non ottemperi al
divieto o all’ordine di sospensione dell’attivita’ impartito a
norma di detto articolo e’ punito con l’ammenda da lire due milioni
a lire quindici milioni o con l’arresto fino ad un anno. La stessa
pena si applica a chiunque effettua l’utilizzazione agronomica al
di fuori dei casi e delle procedure di cui alla normativa vigente.
Riferimenti normativi:
(a) Si riporta il testo dell’art. 51, comma 1, del decreto
legislativo 5 febbraio 1997, n. 22:
“1. Chiunque effettua una attivita’ di raccolta, trasporto,
recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in
mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o
comunicazione di cui agli articoli 27, 28, 29, 30, 31, 32 e 33 e’
punito:
a) con la pena dell’arresto da tre mesi ad un anno o con l’ammenda
da lire cinque milioni a lire cinquanta milioni se si tratta di
rifiuti non pericolosi;
b) con la pena dell’arresto da sei mesi a due anni e con l’ammenda
da lire cinque milioni a lire cinquanta milioni se si tratta di
rifiuti pericolosi”.
(b) Si riporta il testo dell’art. 13 della legge n. 689 del 1981:
“Art. 13 (Atti di accertamento). – Gli organi addetti al controllo
sull’osservanza delle disposizioni per la cui violazione e’
prevista la sanzione amministrativa del pagamento di una somma di
denaro possono, per l’accertamento delle violazioni di rispettiva
competenza, assumere informazioni e procedere a ispezioni di cose e
di luoghi diversi dalla privata dimora, a rilievi segnaletici,
descrittivi e fotografici e ad ogni altra operazione tecnica.
Possono altresi’ procedere al sequestro cautelare delle cose che
possono formare oggetto di confisca amministrativa, nei modi e con
i limiti con cui il codice di procedura penale consente il
sequestro alla polizia giudiziaria.
E’ sempre disposto il sequestro del veicolo a motore o del natante
posto in circolazione senza essere coperto dall’assicurazione
obbligatoria e del veicolo posto in circolazione senza che per lo
stesso sia stato rilasciato il documento di circolazione.
All’accertamento delle violazioni punite con la sanzione
amministrativa del pagamento di una somma di denaro possono
procedere anche gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria,
i quali, oltre che esercitare i poteri indicati nei precedenti
commi, possono procedere, quando non sia possibile acquisire
altrimenti gli elementi di prova, a perquisizioni in luoghi diversi
dalla privata dimora, previa autorizzazione motivata del pretore
del luogo ove le perquisizioni stesse dovranno essere effettuate.
Si applicano le disposizioni del primo comma dell’art. 333 e del
primo e secondo comma dell’art. 334 del codice di procedura penale.
E’ fatto salvo l’esercizio degli specifici poteri di accertamento
previsti dalle leggi vigenti”.
(c) Si riporta il testo dell’art. 55 del codice di procedura
penale:
“Art. 55 (Funzioni della polizia giudiziaria). – 1. La polizia
giudiziaria deve, anche di propria iniziativa, prendere notizia dei
reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori,
ricercarne gli autori, compiere gli atti necessari per assicurare
le fonti di prova e raccogliere quant’altro possa servire per
l’applicazione della legge penale.
2. Svolge ogni indagine e attivita’ disposta o delegata
dall’autorita’ giudiziaria.
3. Le funzioni indicate nei commi 1 e 2 sono svolte dagli ufficiali
e dagli agenti di polizia giudiziaria”.
(d) Si riporta il testo dell’art. 354 del codice di procedura
penale:
“Art. 354 (Accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle
persone. Sequestro). – 1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia
giudiziaria curano che le tracce e le cose pertinenti al reato
siano conservate e che lo stato dei luoghi e delle cose non venga
mutato [c.p.p. 348] prima dell’intervento del pubblico ministero.
2. Se vi e’ pericolo che le cose, le tracce e i luoghi indicati nel
comma 1 si alterino o si disperdano o comunque si modifichino e il
pubblico ministero non puo’ intervenire tempestivamente, gli
ufficiali di polizia giudiziaria compiono i necessari accertamenti
e rilievi sullo stato dei luoghi e delle cose. Se del caso,
sequestrano il corpo del reato e le cose a questo pertinenti
[c.p.p. 253].
3. Se ricorrono i presupposti previsti dal comma 2, gli ufficiali
di polizia giudiziaria compiono i necessari accertamenti e rilievi
sulle persone diversi dalla ispezione personale [c.p.p. 245]”.
(e) Il testo dell’art. 444 del codice di procedura penale e’
riportato nella nota (c) all’art. 58.
(f) Il testo dell’art. 18, comma 2, lettera p-bis del decreto
legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 e’ riportato nella nota (b)
dell’art. 48.
Art. 60
Obblighi del condannato
1. Con la sentenza di condanna per i reati previsti nel presente
decreto, o con la decisione emessa ai sensi dell’art. 444 del
codice di procedura penale (a) il beneficio della sospensione
condizionale della pena puo’ essere subordinato al risarcimento del
danno e all’esecuzione degli interventi di messa in sicurezza,
bonifica e ripristino di cui all’art. 58.
Riferimenti normativi:
(a) Il testo dell’art. 444 del codice di procedura penale e’
riportato nella nota (c) all’art. 58.
Art. 61
Circostanza attenuante
1. Nei confronti di chi, prima del giudizio penale o dell’ordinanza-
ingiunzione, ha riparato interamente il danno, le sanzioni penali e
amministrative previste nel presente titolo sono diminuite dalla
meta’ a due terzi.
Titolo VI
DISPOSIZIONI FINALI
Art. 62
Norme transitorie e finali
1. Il presente decreto contiene le norme di recepimento delle
seguenti direttive comunitarie:
a) direttiva 75/440/CEE relativa alla qualita’ delle acque
superficiali destinate alla produzione di acqua potabile;
b) direttiva 76/464/CEE concernente l’inquinamento provocato da
certe sostanze pericolose scaricate nell’ambiente idrico;
c) direttiva 78/659/CEE relativa alla qualita’ delle acque dolci
che richiedono protezione o miglioramento per essere idonee alla
vita dei pesci;
d) direttiva 79/869/CEE relativa ai metodi di misura, alla
frequenza dei campionamenti e delle analisi delle acque
superficiali destinate alla produzione di acqua potabile;
e) direttiva 79/923/CEE relativa ai requisiti di qualita’ delle
acque destinate alla molluschicoltura;
f) direttiva 80/68/CEE relativa alla protezione delle acque
sotterranee dall’inquinamento provocato da certe sostanze
pericolose;
g) direttiva 82/176/CEE relativa ai valori limite ed obiettivi di
qualita’ per gli scarichi di mercurio del settore dell’elettrolisi
dei cloruri alcalini;
h) direttiva 83/513/CEE relativa ai valori limite ed obiettivi di
qualita’ per gli scarichi di cadmio;
i) direttiva 84/156/CEE relativa ai valori limite ed obiettivi di
qualita’ per gli scarichi di mercurio provenienti da settori
diversi da quello dell’elettrolisi dei cloruri alcalini;
l) direttiva 84/491/CEE relativa ai valori limite e obiettivi di
qualita’ per gli scarichi di esaclorocicloesano;
m) direttiva 88/347/CEE relativa alla modifica dell’allegato II
della direttiva 86/280/CEE concernente i valori limite e gli
obiettivi di qualita’ per gli scarichi di talune sostanze
pericolose che figurano nell’elenco I dell’allegato della direttiva
76/464/CEE;
n) direttiva 90/415/CEE relativa alla modifica della direttiva
86/280/CEE concernente i valori limite e gli obiettivi di qualita’
per gli scarichi di talune sostanze pericolose che figurano
nell’elenco 1 della direttiva 76/464/CEE;
o) direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque
reflue urbane;
p) direttiva 91/676/CEE relativa alla protezione delle acque da
inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole;
q) direttiva 98/15/CE recante modifica della direttiva 91/271/CEE
per quanto riguarda alcuni requisiti dell’allegato I.
2. Le previsioni del presente decreto possono essere derogate solo
temporaneamente e in caso di comprovate circostanze eccezionali,
per motivi di sicurezza idraulica volti ad assicurare l’incolumita’
delle popolazioni.
3. Le regioni definiscono, in termini non inferiori a due anni, i
tempi di adeguamento alle prescrizioni, ivi comprese quelle
adottate ai sensi dell’art. 28, comma 2, contenute nella
legislazione regionale attuativa del presente decreto e nei piani
di tutela di cui all’art. 44, comma 3.
4. Resta fermo quanto disposto dall’art. 36 della legge 24 aprile
1998, n. 128 e relativi decreti legislativi di attuazione della
direttiva 96/1992/CE.
5. (Soppresso) 6. (Soppresso).
7. Per quanto non espressamente disciplinato dal presente decreto,
continuano ad applicarsi le norme tecniche di cui alla delibera del
Comitato interministeriale per la tutela delle acque del 4 febbraio
1977 e successive modifiche ed integrazioni, pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale n. 48 del 21 febbraio 1977.
8. Le norme regolamentari e tecniche emanate ai sensi delle
disposizioni abrogate con l’art. 63 restano in vigore, ove
compatibili con gli allegati al presente decreto e fino
all’adozione di specifiche normative in materia.
9. Le aziende agricole esistenti tenute al rispetto del codice di
buona pratica agricola ai sensi dell’art. 19, comma 5, devono
provvedere all’adeguamento delle proprie strutture entro due anni
dalla data di designazione delle zone vulnerabili da nitrati di
origine agricola.
10. Fino all’emanazione della disciplina regionale di cui all’art.
38, le attivita’ di utilizzazione agronomica sono effettuate
secondo le disposizioni regionali vigenti alla data di entrata in
vigore del presente decreto.
11. Fatte salve le disposizioni specifiche previste dal presente
decreto, i titolari degli scarichi esistenti devono adeguarsi alla
nuova disciplina entro tre anni dalla data di entrata in vigore del
presente decreto. Lo stesso termine vale anche nel caso di scarichi
per i quali l’obbligo di autorizzazione preventiva e’ stato
introdotto dalla presente normativa. I titolari degli scarichi
esistenti e autorizzati procedono alla richiesta di autorizzazione
in conformita’ alla presente normativa allo scadere
dell’autorizzazione e comunque non oltre quattro anni dall’entrata
in vigore del presente decreto. Si applicano in tal caso il terzo e
quarto periodo del comma 7 dell’art. 45.
12. Coloro che effettuano scarichi esistenti di acque reflue, sono
obbligati, fino al momento nel quale devono osservare i limiti di
accettabilita’ stabiliti dal presente decreto, ad adottare le
misure necessarie ad evitare un aumento anche temporaneo
dell’inquinamento.
Essi sono comunque tenuti ad osservare le norme, le prescrizioni e
i valori-limite stabiliti, secondo i casi, dalle normative
regionali ovvero dall’autorita’ competente ai sensi dell’art. 33
vigenti alla data di entrata in vigore del presente decreto, in
quanto compatibili con le disposizioni relative alla tutela
qualitativa e alle scadenze temporali del presente decreto e, in
particolare, con quanto gia’ previsto dalla normativa previgente.
Sono fatte salve in ogni caso le disposizioni piu’ favorevoli
introdotte dal presente decreto.
13. Dall’attuazione del presente decreto non devono derivare
maggiori oneri o minori entrate a carico del bilancio dello Stato,
fatto salvo quanto previsto dal comma 14.
14. Le regioni, le provincie autonome e gli enti attuatori
provvedono agli adempimenti previsti dal presente decreto anche
sulla base di risorse finanziarie definite da successive
disposizioni di finanziamento nazionali e comunitarie.
14-bis. In attuazione delle disposizioni statali di finanziamento
di cui al comma 14, una quota non inferiore al 10 e non superiore
al 15 per cento degli stanziamenti e’ riservata alle attivita’ di
monitoraggio e studio destinati all’attuazione del presente
decreto.
15. All’art. 6, comma 1, del decreto-legge 25 marzo 1997, n. 67,
convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 1997, n. 135,
cosi’ come sostituito dall’art. 8, comma 2, della legge 8 ottobre
1997, n. 344, (a) le parole: “tenendo conto della direttiva
91/271/CEE del Consiglio del 21 maggio 1991 concernente il
trattamento delle acque reflue urbane” sono sostituite dalle
seguenti “tenendo conto del decreto legislativo recante
disposizioni sulla tutela delle acque dall’inquinamento e
recepimento della direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento
delle acque reflue urbane e della direttiva 91/676/CEE relativa
alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati
provenienti dalle fonti agricole”.
15-bis. Restano ferme le norme della legge 31 dicembre 1982, n.
979. (b)
Riferimenti normativi:
(a) Si riporta il testo dell’art. 6 del decrto-legge 25 marzo 1997,
n. 67, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 1997,
n. 135, gia’ modificato dalla legge 8 ottobre 1997, n. 344,
ulteriormente modificato dal decreto legislativo n. 152/1999:
“Art. 6 (Sistemi di collettamento e depurazione delle acque
reflue). – 1. Le risorse derivanti dall’esercizio del potere di
revoca previsto dal comma 104 dell’art. 2 della legge 23 dicembre
1996, n. 662, le risorse assegnate dal CIPE per il finanziamento di
progetti di protezione e risanamento ambientale nel settore delle
acque a valere sui fondi di cui all’art. 4 del decreto-legge 23
giugno 1995, n. 244, convertito, con modificazioni, dalla legge 8
agosto 1995, n. 341, le ulteriori risorse attribuite al Ministero
dell’ambiente in sede di riprogrammazione delle risorse disponibili
nell’ambito del quadro comunitario di sostegno, nonche’ i proventi
derivanti dall’applicazione dell’art. 14, comma 1, della legge 5
gennaio 1994, n. 36, sono destinati alla realizzazione delle opere
e degli interventi previsti da un piano straordinario di
completamento e razionalizzazione dei sistemi di collettamento e
depurazione delle acque reflue urbane, tenendo conto del decreto
legislativo recante disposizioni sulla tutela delle acque
dall’inquinamento e recepimento della direttiva 91/271/CEE
concernente il trattamento delle acque reflue urbane e della
direttiva 91/676/CEE relativa alla protezione delle acque
dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti dalle fonti
agricole, adottato con decreto del Ministro dell’ambiente, sentita
la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e
le province autonome di Trento e di Bolzano.
1-bis. Nelle regioni in cui, alla data di entrata in vigore della
legge di conversione del presente decreto, non sia stata definita
l’organizzazione territoriale del servizio idrico integrato, gli
ambiti territoriali ottimali di cui all’art. 8 della legge 5
gennaio 1994, n. 36, coincidono con il territorio della provincia.
Sentite le autorita’ di bacino, le regioni possono, con propria
legge, definire una diversa delimitazione territoriale degli
ambiti.
2. Le risorse nazionali di cui al comma 1, eccettuate quelle
riscosse a titolo di canone o tariffa, sono assegnate, anche in
deroga alle finalita’ previste per dette risorse dalle rispettive
disposizioni normative, su appositi capitoli di spesa del bilancio
del Ministero dell’ambiente, anche di nuova istituzione. Per le
risorse gia’ trasferite alle regioni, il Ministro dell’ambiente ne
autorizza la spesa in relazione alle opere ed agli interventi
previsti dal piano di cui al comma 1. Il Ministero del bilancio e
della programmazione economica, su proposta del Ministero
dell’ambiente, provvede a richiedere all’unione europea le
modifiche dei programmi operativi eventualmente occorrenti.
3. Al fine di assicurare la tempestiva realizzazione delle opere e
degli interventi previsti dal piano di cui al comma 1, il Ministero
dell’ambiente provvede a trasferire alle regioni competenti:
a) una quota pari al venticinque per cento delle somme
complessivamente attribuite agli interventi da realizzare in
ciascuna regione a seguito dell’adozione del piano, entro trenta
giorni decorrenti dalla effettiva disponibilita’ delle risorse in
bilancio;
b) una quota del costo effettivo di ogni intervento, fino al limite
del novanta per cento, tenendo conto della quota di cui alla
lettera a), proporzionalmente imputabile all’intervento, a seguito
dell’avvenuta notifica da parte della regione della consegna dei
lavori, entro trenta giorni decorrenti dall’effettiva
disponibilita’ delle risorse in bilancio;
c) la quota residua del costo effettivo di ogni intervento, a
seguito della notifica da parte della regione dell’avvenuto
collaudo, entro trenta giorni decorrenti dall’effettiva
disponibilita’ delle risorse in bilancio.
4. Alle opere ed agli interventi di cui al comma 1, gia’ appaltati
o affidati in concessione o gia’ oggetto di progettazione almeno
preliminare se compresi in piani regionali di risanamento delle
acque, e che risultino sospesi per qualsiasi motivo alla data di
entrata in vigore del presente decreto, si applicano le
disposizioni di cui ai commi 2 e seguenti dell’art. 13 del presente
decreto, intendendosi sostituito all’elenco di cui al comma 1 dello
stesso articolo il piano straordinario di completamento e
razionalizzazione dei sistemi di collettamento e depurazione delle
acque reflue. Entro il termine di sessanta giorni dal collaudo per
ciascuna opera, la provincia, o l’ente responsabile
dell’organizzazione territoriale del servizio idrico integrato
qualora costituito ai sensi dell’art. 8 della legge 5 gennaio 1994,
n. 36, individua il gestore definitivo. Decorso inutilmente tale
termine, il Ministro dell’ambiente, di concerto con il Ministro dei
lavori pubblici, puo’ individuare un gestore provvisorio al quale
affidare, per un termine non superiore a diciotto mesi, il compito
di provvedere all’entrata in esercizio dell’impianto. A tal fine il
gestore definitivo ovvero quello provvisoriamente indicato puo’
utilizzare, a titolo di anticipazioni, l’eventuale quota residua
delle risorse destinate dal piano al predetto intervento, nonche’
le risorse derivanti da canoni o tariffe in materia di fognatura e
depurazione, ove previsti.
5. Il Ministero dell’ambiente, nell’ambito del piano di cui al
comma 1, determina le modalita’ per il monitoraggio ed il
controllo, con la partecipazione delle regioni interessate, delle
attivita’ di realizzazione delle opere e degli interventi previsti
dal piano stesso, ivi compresi i presupposti e le procedure per
l’eventuale revoca dei finanziamenti e per il riutilizzo delle
risorse resesi comunque disponibili, assicurando, di norma, il
rispetto dell’originaria allocazione regionale delle risorse.
6. Il Ministero dell’ambiente, per la predisposizione dei progetti
preliminari degli interventi previsti dal piano, puo’ avvalersi di
soggetti pubblici aventi specifica competenza in materia, con
rimborso agli stessi delle sole spese sostenute e documentate, ad
esclusione di quelle relative al trattamento economico di base del
personale.
Per il suddetto rimborso e’ autorizzata la spesa di L. 400 milioni
per l’anno 1997 e di L. 800 milioni per l’anno 1998.
7. Al fine di migliorare, incrementare e adeguare agli standards
europei, alle migliori tecnologie disponibili ed alle migliori
pratiche ambientali la progettazione in campo ambientale e
promuovere iniziative di supporto alle azioni in tale settore delle
amministrazioni pubbliche per aumentare l’efficienza dei relativi
interventi, anche sotto il profilo della capacita’ di utilizzazione
delle risorse derivanti da cofinanziamenti dell’Unione europea, e’
istituito presso il Ministero dell’ambiente, nelle more della
costituzione di un’apposita segreteria tecnica permanente, un
apposito gruppo tecnico, composto da non piu’ di venti esperti di
elevata qualificazione, nominati con decreto del Ministro
dell’ambiente. Per la costituzione ed il funzionamento del suddetto
gruppo tecnico e’ autorizzata la spesa di L. 1.200 milioni per
l’anno 1997 e di L. 1.800 milioni per l’anno 1998.
8. All’onere derivante dall’attuazione dei commi 6 e 7, pari a L.
1.600 milioni per l’anno 1997 e a L. 2.600 milioni per l’anno 1998,
si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento
iscritto, ai fini del bilancio triennale 1997-1999, al capitolo
6856 dello stato di previsione del Ministero del tesoro per l’anno
1997, all’uopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo
al Ministero dell’ambiente.
(b) La legge 31 dicembre 1982, n. 979, reca:
“Disposizioni per la difesa del mare”
Art. 63
Abrogazione di norme
1. Fermo restando quanto previsto dall’art. 3, comma 2, a decorrere
dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogate
le norme contrarie o incompatibili con il medesimo, ed in
particolare:
legge 10 maggio 1976, n. 319;
legge 8 ottobre 1976, n. 690, di conversione in legge, con
modificazioni, del decreto-legge 10 agosto 1976, n. 544;
legge 24 dicembre 1979, n. 650;
legge 5 marzo 1982, n. 62, di conversione in legge, con
modificazioni, del decreto-legge 30 dicembre 1981, n. 801;
decreto del Presidente della Repubblica 3 luglio 1982, n. 515;
legge 25 luglio 1984, n. 381 di conversione in legge, con
modificazioni, del decreto-legge 29 maggio 1984, n. 176;
gli articoli 4 e 5 della legge 5 aprile 1990, n. 71, di conversione
in legge, con modificazioni, del decreto-legge 5 febbraio 1990, n.
16;
decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 130;
decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 131;
decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 132;
decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 133;
art. 2, comma 1, della legge 6 dicembre 1993, n. 502, di
conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 9
ottobre 1993, n. 408;
art. 9-bis della legge 20 dicembre 1996, n. 642, di conversione in
legge, con modificazioni, del decreto-legge 23 ottobre 1996, n.
552;
legge 17 maggio 1995, n. 172, di conversione in legge, con
modificazioni, del decreto-legge 17 marzo 1995, n. 79;
l’art. 42, comma terzo del regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775
come modificato dall’art. 8 del decreto legislativo 12 luglio 1993,
n. 275 (a);
gli articoli 5, 6 e 7 della legge 24 gennaio 1986 n. 7, di
conversione con modificazioni del decreto-legge 25 novembre 1985,
n.
667 a);
gli articoli 4, 5, 6 e 7 del decreto del Presidente della
Repubblica 24 maggio 1988, n. 236 (a);
2. Sono fatti salvi, in ogni caso, gli effetti finanziari derivanti
dai provvedimenti di cui al comma 1.
(a) abrogazioni intervenute a seguito dell’art. 26 del decreto
legislativo 18 agosto 2000.
ALLEGATO 1: MONITORAGGIO E CLASSIFICAZIONE DELLE ACQUE IN FUNZIONE
DEGLI OBIETTIVI DI QUALITA’ AMBIENTALE
Il presente allegato stabilisce, ai sensi degli articoli 4 e 5, i
criteri per individuare i corpi idrici significativi e per
stabilire lo stato di qualita’ ambientale di ciascuno di essi.
Il presente allegato sostituisce l’allegato 1 della delibera del
Comitato dei ministri per la tutela delle acque dall’inquinamento
del 4 febbraio 1977 per la parte relativa ai criteri per il
monitoraggio quali quantitativo dei corpi idrici.
1 CORPI IDRICI SIGNIFICATIVI
Sono corpi idrici significativi quelli che le autorita’ competenti
individuano sulla base delle indicazioni contenute nel presente
allegato e che conseguentemente vanno monitorati e classificati al
fine del raggiungimento degli obiettivi di qualita’ ambientale.
Le caratteristiche dei corpi idrici significativi sono indicate nei
punti 1.1 e 1.2. Sono invece da monitorare e classificare:
a) tutti quei corpi idrici che, per valori naturalistici e/o
paesaggistici o per particolari utilizzazioni in atto, hanno
rilevante interesse ambientale.
b) tutti quei corpi idrici che, per il carico inquinante da essi
convogliato, possono avere una influenza negativa rilevante sui
corpi idrici significativi.
1.1 CORPI IDRICI SUPERFICIALI
1.1.1 CORSI D’ACQUA SUPERFICIALI
Per i corsi d’acqua che sfociano in mare il limite delle acque
correnti coincide con l’inizio della zona di foce, corrispondente
alla sezione del corso d’acqua piu’ lontana dalla foce, in cui con
bassa marea ed in periodo di magra si riscontra, in uno qualsiasi
dei suoi punti, un sensibile aumento del grado di salinita’. Tale
limite viene identificato per ciascun corso d’acqua.
Vanno censiti, secondo le modalita’ che saranno stabiliti,
stabilite nel decreto di cui all’articolo 3 comma 7, tutti i corsi
d’acqua naturali aventi un bacino idrografico superiore a 10 kmq.
Sono significativi almeno i seguenti corsi d’acqua:
– tutti i corsi d’acqua naturali di primo ordine (cioe’ quelli
recapitanti direttamente in mare) il cui bacino imbrifero, abbia
una superficie maggiore di 200 kmq;
– tutti i corsi d’acqua naturali di secondo ordine o superiore il
cui bacino imbrifero abbia una superficie maggiore a 400 kmq.
Non sono significativi i corsi d’acqua che per motivi naturali
hanno avuto portata uguale a zero per piu’ di 120 giorni l’anno, in
un anno idrologico medio.
1.1.2 LAGHI
Le raccolte di acque lentiche non temporanee. I laghi sono: a)
naturali aperti o chiusi, a seconda che esista o meno un emissario;
b) naturali ampliati e/o regolati se provvisti all’incile di opere
di regolamentazione idraulica.
Sono significativi i laghi aventi superficie dello specchio liquido
pari a 0,5 kmq o superiore. Tale superficie e’ riferita al periodo
di massimo invaso.
1.1.3 ACQUE MARINE COSTIERE
Sono significative le acque marine comprese entro la distanza di
3.000 metri dalla costa e comunque entro la batimetrica dei 50
metri.
1.1.4 ACQUE DI TRANSIZIONE
Sono acque di transizione le acque delle zone di delta ed estuario
e le acque di lagune, di laghi salmastri e di stagni costieri.
Sono significative le acque delle lagune, dei laghi salmastri e
degli stagni costieri. Le zone di delta ed estuario vanno invece
considerate come corsi d’acqua superficiali.
1.1.5 CORPI IDRICI ARTIFICIALI
Sono i laghi o i serbatoi, se realizzati mediante manufatti di
sbarramento, e i canali artificiali (canali irrigui o scolanti,
industriali, navigabili, ecc.) fatta esclusione dei canali
appositamente costruiti per l’allontanamento delle acque reflue
urbane ed industriali.
Sono considerati significativi tutti i canali artificiali che
restituiscano almeno in parte le proprie acque in corpi idrici
naturali superficiali e aventi portata di esercizio di almeno 3
mc/s e i serbatoi o i laghi artificiali il cui bacino di
alimentazione sia interessato da attivita’ antropiche che ne
possano compromettere la qualita’ e aventi superficie dello
specchio liquido almeno pari a 1 kmq o con volume di invaso almeno
pari a 5 milioni di mc. Tale superficie e’ riferita al periodo di
massimo invaso.
1.2 CORPI IDRICI SOTTERRANEI
1.2.1 ACQUE SOTTERRANEE
Sono significativi gli accumuli d’acqua contenuti nel sottosuolo
permeanti la matrice rocciosa, posti al di sotto del livello di
saturazione permanente.
Fra esse ricadono le falde freatiche e quelle profonde (in
pressione o no) contenute in formazioni permeabili, e, in via
subordinata, i corpi d’acqua intrappolati entro formazioni
permeabili con bassa o nulla velocita’ di flusso. Le manifestazioni
sorgentizie, concentrate o diffuse (anche subacquee) si considerano
appartenenti a tale gruppo di acque in quanto affioramenti della
circolazione idrica sotterranea.
Non sono significativi gli orizzonti saturi di modesta estensione e
continuita’ all’interno o sulla superficie di una litozona poco
permeabile e di scarsa importanza idrogeologica e irrilevante
significato ecologico.
2 OBIETTIVI DI QUALITA’ AMBIENTALE
2.1 CORPI IDRICI SUPERFICIALI
Lo stato di qualita’ ambientale dei corpi idrici superficiali e’
definito sulla base dello stato ecologico e dello stato chimico del
corpo idrico.
2.1.1 STATO ECOLOGICO
Lo stato ecologico dei corpi idrici superficiali e’ l’espressione
della complessita’ degli ecosistemi acquatici, e della natura
fisica e chimica delle acque e dei sedimenti, delle caratteristiche
del flusso idrico e della struttura fisica del corpo idrico,
considerando comunque prioritario lo stato degli elementi biotici
dell’ecosistema.
Gli elementi chimici che saranno considerati per la definizione
dello stato ecologico saranno, a seconda del corpo idrico, i
parametri chimici e fisici di base relativi al bilancio
dell’ossigeno ed allo stato trofico.
Al fine di una valutazione completa dello stato ecologico dovranno
essere utilizzati opportuni indicatori biologici; oltre
all’utilizzo dell’indice biotico esteso (I.B.E.) per i corsi
d’acqua superficiali, sara’ necessario utilizzare i metodi per la
rilevazione e la valutazione della qualita’ degli elementi
biologici e di quelli morfologici dei corpi idrici che dovranno
essere definiti con apposito decreto ministeriale su proposta
dell’ANPA in particolare per le acque marine costiere, le acque di
transizione ed i laghi.
2.1.2 STATO CHIMICO
Lo stato chimico e’ definito in base alla presenza di sostanze
chimiche pericolose.
Ai fini della prima classificazione, la valutazione dello stato
chimico dei corpi idrici superficiali e’ effettuata in base ai
valori soglia riportate nella direttiva 76/464/CEE e nelle
direttive da essa derivate, nelle parti riguardanti gli obiettivi
di qualita’ nonche’ nell’allegato 2 sezione B; nel caso per gli
stessi parametri siano riportati valori diversi, deve essere
considerato il piu’ restrittivo.
Alla successiva tabella 1 sono riportati i principali inquinanti
chimici gia’ normati dalle direttive comunitarie. Per la
definizione dello stato chimico la selezione dei parametri da
ricercare e’ effettuata dalla autorita’ competente, in relazione
alle criticita’ presenti sul territorio.
L’aggiornamento dei valori per i parametri indicati nella tabella 1
e la definizione di quelli relativi ad altri composti non inclusi
nella tabella, pubblicato con successivi decreti, sara’ effettuato
sulla base dei risultati relativi alle LC50 o EC50, risultanti dai
test tossicologici su ognuno dei tre livelli trofici, ridotti con
opportuni fattori di sicurezza e in base alle indicazioni fornite
dalla Unione Europea.
Al fine di una valutazione completa dello stato chimico dovranno
essere definiti, con apposito decreto ministeriale su proposta
dell’ANTA, metodi per la rilevazione e la valutazione della
qualita’ dei sedimenti, e metodi per la valutazione degli effetti
provocati sulle comunita’ biotiche degli ecosistemi dalla presenza
di sostanze chimiche pericolose, persistenti e bioaccumulabili.
Tali metodi dovranno integrare i criteri di determinazione dello
stato chimico gia’ adottati per i corpi idrici superficiali,
soprattutto per quanto riguarda le acque marine costiere o quelli a
basso ricambio come i laghi.
Tabella 1 – Principali inquinanti chimici da controllare nelle
acque dolci superficiali
INORGANICI (disciolti) (1) ORGANICI (sul tal quale)
Cadmio aldrin
Cromo totale dieldrin
Mercurio endrin
Nichel isodrin
Piombo DDT
Rame esaclorobenzene
Zinco esaclorocicloesano
esaclorobutadiene
1,2 dieloroetano
tricloroetilene
triclorobenzene
cloroformio
tetracloruro di carbonio
percloroetilene
pentaclorofenolo

(1) se e’ accertata l’origine naturale di sostanze inorganiche, la
loro presenza non compromette l’attribuzione di classe di qualita’
definita dagli altri parametri.

2.1.3 STATO AMBIENTALE
Lo stato ambientale e’ definito in relazione al grado di
scostamento rispetto alle condizioni di un corpo idrico di
riferimento definito al successivo punto 2.1.4.
Gli stati di qualita’ ambientale previsti per le acque superficiali
sono riportati alla tabella 2.

Tabella 2 – Definizione dello stato ambientale per i corpi idrici
superficiali
ELEVATO
Non si rilevano alterazioni da valori di qualità degli elementi
chimico-fisici ed idromorfologici per quel dato tipo di corpo
idrico in dipendenza degli impatti antropici o sono minime rispetto
ai valori normalmente associati allo stesso ecotipo in condizioni
indisturbate. La qualità biologica sarà caratterizzata da una
composizione e un’abbondanza di specie corrispondente totalmente o
quasi alle condizioni normalmente associate allo stesso ecotipo. La
presenza di microinquinanti, di sintesi e non di sintesi, è
paragonabile alle concentrazioni di fondo rilevabili nei corpi
idrici non influenzati da alcuna pressione antropica
BUONO
I valori degli elementi della qualità biologica per quel tipo di
corpo idrico mostrano bassi livelli di alterazione derivanti
dall’attività umana e si discostano solo leggermente da quelli
normalmente associati allo stesso ecotipo in condizioni non
disturbate. La presenza di microinquinanti, di sintesi e non di
sintesi, è in concentrazioni da non comportare effetti a breve e
lungo termine sulle comunità biologiche associate al corpo idrico
di riferimento.
SUFFICIENTE
I valori degli elementi della qualità biologica per quel tipo di
corpo idrico si discostano moderatamente da quelli di norma
associati allo stesso ecotipo in condizioni non disturbate. I
valori mostrano segni di alterazione derivanti dall’attività umana
e sono sensibilmente più disturbati che nella condizione di “buono
stato”.La presenza di microinquinanti, di sintesi e non di sintesi,
é in concentrazioni da non comportare effetti a breve e lungo
termine sulle comunità biologiche associate al corpo idrico di
riferimento.
SCADENTE
Si rilevano alterazioni considerevoli dei valori degli elementi di
qualità biologica del tipo di corpo idrico superficiale, e le
comunità biologiche interessate si discostano sostanzialmente da
quelle di norma associate al tipo di corpo idrico superficiale
inalterato. La presenza di microinquinanti, di sintesi e non di
sintesi, è in concentrazioni da comportare effetti a medio e lungo
termine sulle comunità biologiche associate al corpo idrico di
riferimento.
PESSIMO
I valori degli elementi di qualità biologica del tipo di corpo
idrico superficiale presentano alterazioni gravi e mancano ampie
porzioni delle comunità biologiche di norma associate al tipo di
corpo idrico superficiale inalterato. La presenza di
microinquinanti, di sintesi, e non di sintesi, è in concentrazioni
da gravi effetti a breve e lungo termine sulle comunità biologiche
associate al corpo idrico di riferimento.

2.1.3.1 Corpi idrici di riferimento
Il corpo idrico di riferimento e’ quello con caratteristiche
biologiche, idromorfologiche, e fisico-chimiche, tipiche di un
corpo idrico relativamente immune da impatti antropici.
I corpi idrici di riferimento sono individuati, anche in via
teorica, in ogni bacino idrografico, dalle autorita’ di bacino o
dalle Regioni per i bacini di competenza.
Per quanto riguarda i corsi d’acqua naturali ed i laghi dovranno
essere individuati almeno un corpo idrico di riferimento per
l’ecotipo montano ed uno per l’ecotipo di pianura. Tale ecotipo
serve a definire le condizioni di riferimento per lo stato
ambientale “Elevato” e per riformulare i limiti indicati nel
presente allegato per i parametri chimici, fisici ed
idromorfologici relativi ai diversi stati di qualita’ ambientale.
2.2 CORPI IDRICI SOTTERRANEI Lo stato di qualita’ ambientale dei
corpi idrici sotterranei e’ definito sulla base dello stato
quantitativo e dello stato chimico:
tale classificazione deve essere riferita ad ogni singolo acquifero
individuato.
Per la classificazione quantitativa e chimica bisogna riferirsi
alle indicazioni riportate ai punti 4.4.1 e 4.4.2.
2.2.1 STATO AMBIENTALE Per le acque sotterranee sono definiti 5
stati di qualita’ ambientale, come riportato nella tabella 3.

Tabella 3 – Definizioni dello stato ambientale per le acque
sotterranee.
ELEVATO
Impatto antropico nullo o trascurabile sulla qualità e quantità
della risorsa, con l’eccezione di quanto previsto nello stato
naturale particolare;

BUONO
Impatto antropico ridotto sulla qualità e/o quantità della risorsa;

SUFFICIENTE
Impatto antropico ridotto sulla quantità, con effetti significativi
sulla qualità tali da richiedere azioni mirate ad evitarne il
peggioramento;

SCADENTE
Impatto antropico rilevante sulla qualità e/o quantità della
risorsa con necessità di specifiche azioni di risanamento;

NATURALE PARTICOLARE Caratteristiche qualitative e/o
quantitative che pur non presentando un significativo impatto
antropico, presentano limitazioni d’uso della risorsa per la
presenza naturale di particolari specie chimiche o per il basso
potenziale quantitativo.
3 MONITORAGGIO E CLASSIFICAZIONE: ACQUE SUPERFICIALI
3.1 ORGANIZZAZIONE DEL MONITORAGGIO
Il monitoraggio si articola in una fase conoscitiva iniziale che ha
come scopo la prima classificazione dello stato di qualita’
ambientale dei corpi idrici ed in una fase a regime in cui viene
effettuato un monitoraggio volto a verificare il raggiungimento
ovvero il mantenimento dell’obiettivo di qualita’ “buono” di cui
all’articolo 4.
3.1.1 FASE CONOSCITIVA
La fase conoscitiva iniziale ha la durata di 24 mesi ed ha come
finalita’ la classificazione dello stato di qualita’ di ciascun
corpo idrico; in base ad esso le autorita’ competenti definiscono,
nell’ambito del piano di tutela, le misure necessarie per il
raggiungimento o il mantenimento dell’obiettivo di qualita’
ambientale.
La fase conoscitiva iniziale, ha altresi’ lo scopo di raccogliere
tutte le informazioni necessarie alla valutazione di ulteriori
strumenti di valutazione utili alla valutazione degli elementi
biologici e idromorfologici utili a definire piu’ compiutamente lo
stato ecologico dei corpi idrici superficiali, nonche’ per valutare
le informazioni relative alla contaminazione da microinquinanti dei
sedimenti e del biota, in particolare per quanto riguarda le acque
costiere e le acque di transizione ed i laghi.
Le informazioni pregresse non precedenti il 1997, possono essere
utilizzate – se compatibili con quelle richieste nel presente
allegato – in sostituzione o integrazione delle analisi previste
nella fase iniziale del monitoraggio per l’attribuzione dello stato
di qualita’. Se da tali informazioni pregresse emerge uno stato di
qualita’ ambientale “buono” o “elevato” vale quanto detto nel
successivo punto 3.1.2 in relazione alla frequenza del
campionamento e al numero delle stazioni.
3.1.2 FASE A REGIME
Se i corpi idrici hanno raggiunto l’obiettivo “Buono” o “Elevato”
il monitoraggio puo’ essere ridotto ai soli parametri riportati in
tabella 4, per i corsi d’acqua, in tabella 10, per i laghi, ed in
tabella 13, per le acque marino costiere e per le acque di
transizione. L’autorita’ competente, in relazione allo stato delle
acque superficiali, puo’ variare la frequenza dei campionamenti e
il numero delle stazioni della rete di rilevamento.
Le autorita’ competenti armonizzano e ricercano la miglior
integrazione possibile tra le diverse iniziative di controllo delle
acque (monitoraggio per la balneazione, per la produzione di acqua
potabile, per la vita dei pesci, ed altri), al fine di ottimizzare
l’impiego di risorse umane e finanziarie.
Deve inoltre essere predisposto, presso ogni ARPA, o comunque
presso ogni regione in attesa che venga costituita l’ARPA, un
sistema di pronto intervento in grado di monitorare gli effetti ed
indagare sulle cause di fenomeni acuti di inquinamento causati da
episodi accidentali o dolosi.
3.2 CORSI D’ACQUA
3.2.1 INDICATORI DI QUALITA’ E ANALISI DA EFFETTUARE
Ai fini della prima classificazione della qualita’ dei corsi
d’acqua vanno eseguite determinazioni sulla matrice acquosa e sul
biota;
qualora ne ricorra la necessita’, cosi’ come indicato
successivamente nei punti relativi agli specifici corpi idrici,
tali determinazioni possono essere integrate da indagini sui
sedimenti e da test di tossicita’.
Le determinazioni necessarie per il sistema di classificazione sono
condotte sui campioni e con le frequenze indicate nella sezione
3.2.2.
3.2.1.1 Acque
Le determinazioni sulla matrice acquosa riguardano due gruppi di
parametri, quelli di base e quelli addizionali.
I parametri di base, riportati in tabella 4, riflettono le
pressioni antropiche tramite la misura del carico organico, del
bilancio dell’ossigeno, dell’acidita’, del grado di salinita’ e del
carico microbiologico nonche’ le caratteristiche idrologiche del
trasporto solido. I parametri definiti macrodescrittori e indicati
con (o) nella tabella 4 vengono utilizzati la classificazione; gli
altri parametri servono a fornire informazioni di supporto per la
interpretazione delle caratteristiche di qualita’ e di
vulnerabilita’ del sistema nonche’ per la valutazione dei carichi
trasportati.
La determinazione dei parametri di base e’ obbligatoria.
I parametri addizionali sono relativi ai microinquinanti organici
ed inorganici; quelli di piu’ ampio significato ambientale sono
riportati nella tabella 1.
La selezione dei parametri da esaminare e’ effettuata
dall’autorita’ competente caso per caso, in relazione alle
criticita’ conseguenti agli usi del territorio.
Le analisi dei parametri addizionali vanno effettuate ove
l’Autorita’ competente lo ritenga necessario e comunque nel caso in
cui:
– a seguito delle attivita’ delle indagini conoscitive di cui
all’allegato 3 si individuino sorgenti puntuali e diffuse o si
abbiano informazioni pregresse e attuali su sorgenti puntuali e
diffuse che apportino una o piu’ specie di tali inquinanti nel
corpo idrico;
– dati recenti dimostrino livelli contaminazione, da parte di tali
sostanza, delle acque e del biota o segni di incremento delle
stesse nei sedimenti.

tabella a pag. 47 del S.O.

3.1.1.2 Biota
Le determinazioni sul biota riguardano due gruppi di analisi:
Analisi di base: gli impatti antropici sulle comunita’ animali dei
corsi d’acqua vengono valutati attraverso l’Indice Biotico Esteso
(I.B.E.). Tale analisi va eseguita obbligatoriamente con le cadenze
indicate al punto 3.2.2.2..
Analisi supplementari: non obbligatorie, da eseguire a giudizio
dell’autorita’ che effettua il monitoraggio, per una analisi piu’
approfondita delle cause di degrado del corpo idrico. A tal fine
possono essere effettuati saggi biologici finalizzati alla
evidenziazione di effetti a breve o lungo termine. Tra questi in
via prioritaria si segnalano:
– test di tossicita’ su campioni acquosi concentrati su Daphnia
magna;
– test di mutagenicita’ e teratogenesi su campioni acquosi
concentrati;
– test di crescita algale;
– test su campioni acquosi concentrati con batteri bioluminescenti;
In aggiunta si segnala l’opportunita’ di effettuare determinazioni
di accumulo di contaminanti prioritari (PCB, DDT e Cd) su tessuti
muscolari di specie ittiche residenti o su organismi
macrobentonici.
3.2.1.3 Sedimenti
Le analisi sui sedimenti sono da considerarsi come analisi
supplementari eseguite per avere, se necessario, ulteriori elementi
conoscitivi utili a determinare le cause di degrado ambientale di
un corso d’acqua.
Le autorita’ preposte al monitoraggio devono, nel caso, selezionare
i parametri da ricercare, prioritariamente tra quelli riportati
nella tabella 5 e, se necessario, includerne altri, considerando le
condizioni geografiche ed idromorfologiche del corso d’acqua, i
fattori di pressione antropica cui e’ sottoposto e la tipologia
degli scarichi immessi.
Le determinazioni sui sedimenti vanno fatte in particolare per
ricercare quegli inquinanti che presentano una maggior affinita’
con i sedimenti rispetto che alla matrice acquosa.
Qualora sia necessaria un’analisi piu’ approfondita volta a
evidenziare gli effetti tossici a breve o a lungo termine si
potranno effettuare dei saggi biologici sui sedimenti. Gli approcci
possibili sono molteplici e riconducibili a tre soluzioni
fondamentali:
– saggi su estratti di sedimento – saggi sul sedimento in toto –
saggi su acqua interstiziale Ogni soluzione offre informazioni
peculiari e pertanto l’applicazione congiunta di piu’ tipi di
saggio spesso garantisce le informazioni volute. Possono essere
utilizzati organismi acquatici, sia in saggi acuti che
(sub)cronici. In via prioritaria si segnalano: Oncorhynchus mykiss,
Daphnia magna, Cenodaphnia dubia, Chironomus tentans e C.
riparius, Selenastrum capricornutum e batteri luminescenti.

tabelle a pag. 49 del S.O.

Per quanto riguarda l’analisi dei sedimenti i punti di
campionamento sono individuati prioritariamente in corrispondenza
delle stazioni definite per l’analisi delle acque, compatibilmente
con le caratteristiche granulometriche del substrato di fondo.
3.2.2.2 Frequenza dei campionamenti
Fase iniziale del monitoraggio Acque:
La misura dei parametri chimici, fisici microbiologici e idrologici
di base e di quelli relativi ai parametri addizionali, quando
necessari, deve essere eseguita una volta al mese fino al
raggiungimento dell’obiettivo di qualita’.
Sedimenti:
Una volta all’anno, durante i periodi di magra (e comunque lontano
da eventi di piena), ovvero durante i periodi favorevoli alla
deposizione del materiale sospeso.
Biota: l’I.B.E. va misurato stagionalmente (4 volte all’anno);
I test biologici addizionali e quelli di bioaccumulo, quando
richiesti, vanno eseguiti nei periodi di maggiore criticita’ per il
sistema Fase a regime La frequenza di campionamento si mantiene
inalterata fino al raggiungimento dell’obiettivo di qualita’
ambientale di cui all’articolo 4. Raggiunto tale obiettivo, la
frequenza di campionamento puo’ essere ridotta dall’autorita’
competente ma non deve comunque essere inferiore a quattro volte
all’anno per i parametri di base di cui alla tabella 4 e inferiore
a due per l’I.B.E.. Per la misura di portata deve essere garantito
per ogni stazione idrometrica un numero annuo di determinazioni
sufficiente a mantenere aggiornata la scala di deflusso.
3.2.3 CLASSIFICAZIONE
La classificazione dello stato ecologico (tabella 8), viene
effettuata incrociando il dato risultante dai macrodescrittori con
il risultato dell’I.B.E., attribuendo alla sezione in esame o al
tratto da essa rappresentato il risultato peggiore tra quelli
derivati dalle valutazioni relative ad I.B.E. e macrodescrittori.
Per la valutazione del risultato dell’I.B.E. si considera il valore
medio ottenuto dalle analisi eseguite durante il periodo di misura
per la classificazione. Per il calcolo della media, considerata la
possibilita’ di classi intermedie (es. 8/9 o 9/8), si segue il
seguente procedimento:
– per la classe 10/9 si attribuisce il valore 9,6 , per quella 9/10
il valore 9,4 per 9/8 il valore 8,6 , per 8/9 il valore 8,4 , e
cosi’ per le altre classi.
– per ritrasformare in valori di I.B.E. la media si procedera’ in
modo contrario avendo cura di assegnare la classe piu’ bassa nel
caso di frazione di 0,5: esempio 8,5= 8/9, 6,5=6/7 ecc..
Il livello di qualita’ relativa ai macrodescrittori viene
attribuito utilizzando la tabella 7 e seguendo il procedimento di
seguito descritto:
– sull’insieme dei risultati ottenuti durante la fase di
monitoraggio bisogna calcolare, per ciascuno dei parametri
contemplati, il 75o percentile (per quanto riguarda il primo
indicatore il valore del 75o percentile va riferito al valore
assoluto della differenza dal 100%);
– si individua la colonna in cui ricade il risultato ottenuto,
individuando cosi’ il livello di inquinamento da attribuire a
ciascun parametro e, conseguentemente, il suo punteggio;
– si ripete tale operazione di calcolo per ciascun parametro della
tabella e quindi si sommano tutti i punteggi ottenuti;
– si individua il livello di inquinamento espresso dai
macrodescrittori in base all’intervallo in cui ricade il valore
della somma dei livelli ottenuti dai diversi parametri, come
indicato nell’ultima riga della tabella 7.
Ai fini della classificazione devono essere disponibili almeno il
75% dei risultati delle misure eseguibili nel periodo considerato.
Lo stesso parametro statistico del 75o percentile viene usato per
la eventuale valutazione dello stato di qualita’ chimica
concernente gli inquinanti chimici indicati in tabella 1.

tabelle a pag. 51 del S.O.

Se lo stato ambientale da attribuire alla sezione di corpo idrico
risulta inferiore a “Buono”, devono essere effettuati accertamenti
successivi finalizzati alla individuazione delle cause del degrado
alla definizione delle azioni di risanamento.
Tali accertamenti, soprattutto se il risultato derivante
dall’I.B.E.
e’ significativamente peggiore della classificazione derivante dai
dati dei macrodescrittori e degli eventuali parametri addizionali,
devono includere analisi supplementari volte a verificare la
presenza di sostanze pericolose non ricercate in precedenza ovvero
l’esistenza di eventuali effetti di tipo tossico su organismi
acquatici, ovvero di fenomeni di accumulo di contaminanti nei
sedimenti e nel biota.
L’eventuale evidenziazione di situazioni di tossicita’ per gli
organismi testati e/o evidenze di bioaccumulo sugli stessi portano
ad attribuire lo stato ambientale scadente.
3.3 LAGHI
3.3.1 INDICATORI DI QUALITA’ E ANALISI DA EFFETTUARE
La definizione dello stato di qualita’ ambientale dei laghi e’
basata sulle analisi effettuate sulla matrice acquosa Qualora ne
ricorra la necessita’, come di seguito specificato, tali analisi
vanno integrate con determinazioni sui sedimenti e sul biota ovvero
da saggi biologici a medio e lungo termine.
Tutte le determinazioni necessarie per la classificazione debbono
essere condotte sulle stazioni e con le frequenze indicate nella
sezione 3.3.2
3.3.1.1 Acque
Le determinazioni sulla matrice acquosa riguardano due gruppi di
parametri, quelli di base e quelli addizionali.
I parametri di base sono riportati in tabella 10. Alcuni di questi
sono relativi allo stato trofico e sono utilizzati per la
classificazione, altri servono a fornire informazioni di supporto
per l’interpretazione dei fenomeni di alterazione.
La determinazione dei parametri di base e’ obbligatoria.
I parametri addizionali sono relativi ai microinquinanti organici
ed inorganici; quelli di piu’ ampio significato ambientale sono
riportati nella tabella 1.
La selezione dei parametri da esaminare e’ effettuata
dall’autorita’ competente caso per caso, in relazione alle
criticita’ conseguenti agli usi del territorio.
Le analisi dei parametri addizionali ove l’Autorita’ competente lo
ritenga necessario e comunque nel caso in cui:
– a seguito delle attivita’ delle indagini conoscitive di cui
all’allegato 3 si individuino sorgenti puntuali e diffuse o si
abbiano informazioni pregresse e attuali su sorgenti puntuali e
diffuse che apportino una o piu’ specie di tali inquinanti nel
corpo idrico;
– dati recenti dimostrino livelli contaminazione, da parte di tali
sostanza, delle acque e del biota o segni di incremento delle
stesse nei sedimenti.

tabella a pag. 52 del S.O.

3.3.1.2 Sedimenti Valgono per i sedimenti le stesse indicazioni e
le stesse considerazioni svolte per le acque correnti al punto
3.2.1.3.
3.3.1.3 Biota
Per quanto riguarda il biota, in attesa di nuove indicazioni
predisposte come indicato al precedente punto 2.1.2, valgono le
stesse indicazioni e le stesse considerazioni svolte al punto
3.2.1.2 per le analisi supplementari nei corsi d’acqua.
3.3.2 CAMPIONAMENTO
3.3.2.1 Criteri per la scelta delle stazioni di Prelievo
Corpi d’acqua di superficie inferiore a 80 kmq: un’unica stazione
fissata nel punto di massima profondita’.
Corpi d’acqua di superficie maggiore di 80 kmq o di forma
irregolare:
il numero delle stazioni va individuato caso per caso, tenendo
conto delle zone di maggior interesse (rami ciechi, grandi baie
poco profonde, fosse isolate).
I campioni di acqua vanno prelevati lungo la colonna, con le
seguenti modalita’:
– i laghi con profondita’ fino a 5 metri: un campione in superficie
ed uno sul fondo;
– laghi con profondita’ fino ai 50 m: un campione in superficie,
uno a meta’ della colonna d’acqua ed uno sul fondo;
– laghi con profondita’ superiore a 50 m: un campione in
superficie, a 25 m, a 50 m, a 100 m, a multipli di 100 m e uno sul
fondo;
– laghi che per peculiarita’ ambientali o situazioni di influsso
antropico necessitino di un maggior dettaglio per la colonna
d’acqua superiore: un campione in superficie, a 5 m, a 10 m, a 20
m, a 50 n a 100 m, a multipli di 100 m e uno sul fondo.
La misura della clorofilla va eseguita su campioni d’acqua
prelevati nella sola zona fotica.
3.3.2.2 Frequenza dei campionamenti
I campionamenti devono essere effettuati semestralmente, una volta
nel periodo di massimo rimescolamento ed una in quello di massima
stratificazione.
3.3.3 CLASSIFICAZIONE
Al fine di una prima classificazione dello stato ecologico dei
laghi viene valutato lo stato trofico cosi’ come indicato in
tabella 11. La classe da attribuire e’ quello che emerge dal
risultato peggiore tra i quattro parametri indicati.

tabella a pag. 53 del S.O.

Per la valutazione dei parametri relativi agli inquinanti chimici
di cui alla tabella 1 si considera la media aritmetica dei dati
disponibili nel periodo di misura.
Al fine della attribuzione dello stato ambientale, i dati relativi
allo stato ecologico andranno confermati dagli eventuali dati
relativi alla presenza degli inquinanti chimici della tabella 1
secondo quanto indicato nello schema riportato in Tabella 12.

tabella a pag. 54 del S.O.

Nel caso in cui alla sezione di corpo idrico venga attribuita uno
stato ambientale inferiore a “Buono” devono essere effettuati
accertamenti successivi finalizzati alla individuazione delle cause
del degrado e alla definizione delle azioni di risanamento.
Tali accertamenti, soprattutto se dagli elementi conoscitivi in
possesso dell’autorita’ non si evidenziano scarichi potenzialmente
contenti le sostanze indicate in tabella 1 e quelle indicate in
tabella 5, devono includere analisi supplementari volte a
verificare la presenza di sostanze pericolose non ricercate in
precedenza e l’esistenza di eventuali effetti di tipo tossico su
organismi acquatici, ed infine di fenomeni di accumulo di
contaminanti nei sedimenti e nel biota.
L’eventuale evidenziazione di situazione di tossicita’ per gli
organismi testati e/o evidenze di bioaccumulo sugli stessi portano
ad attribuire lo stato ambientale “Scadente”.
3.4 ACQUE MARINE COSTIERE
3.4.1 INDICATORI DI QUALITA’ E ANALISI DA EFFETTUARE
Per la prima classificazione della qualita’ delle acque marine
costiere vanno eseguite determinazioni sulla matrice acqua.
Al fine di ottenere elementi di valutazione che concorrano a
definire il giudizio di qualita’ alle indagini di base sulle acque
andranno associate indagini sui sedimenti e sul biota.
Le determinazioni necessarie per il sistema di classificazione
debbono essere condotte secondo le indicazioni riportate nella
sezione 3.4.2.
Il monitoraggio del biota e dei sedimenti deve essere effettuato
per rilevare specifiche fonti di contaminazione e per indicazioni
sui livelli di “compromissione” del tratto di costa considerato.
L’autorita’ competente, ove necessario, integra i parametri
riportati nelle specifiche tabelle possono essere integrati, con
indagini “addizionali” ovvero provvede a sostituirli con altri che
risultino essere piu’ significativi rispetto alle specifiche
realta’ territoriali, in funzione delle caratteristiche del bacino
afferente e/o dei diversi usi della fascia costiera, cosi’ da
mirare attentamente le analisi ambientali.
L’eventuale incremento giudicato significativo, tra una analisi e
le successive, della concentrazione degli inquinanti nei sedimenti
e nel biota deve comportare l’approfondimento delle iniziative di
controllo sugli apporti (insediamenti costieri civili e produttivi,
bacini idrografici affluenti). Tali controlli devono riferirsi, in
prima approssimazione, alla valutazione dei carichi inquinanti:
– veicolati al mare da corsi d’acqua da scarichi diretti di acque
reflue e da emissioni atmosferiche;
– contenuti in materiali solidi utilizzati in opere a mare
(dragaggi ripascimenti, barriere artificiali, ecc.).
Inoltre, dovranno essere presi in considerazioni le modalita’ di
dispersione in mare degli inquinanti, il bilancio depurativo della
fascia costiera e quant’altro possa essere significativo per la
caratterizzazione dei fenomeni di alterazione delle acque marine
costiere.
La frequenza dei campionamenti delle acque, dei sedimenti e del
biota, indicata negli specifici paragrafi, puo’ essere variata
qualora le Autorita’ competenti lo ritengano necessario.
3.4.1.1 Acque
I parametri da analizzare nelle acque sono quelli di base riportati
nella tabella 13; i parametri definiti macrodescrittori ed indicati
con (o) nella stessa tabella sono utilizzati per la classificazione
di cui alla tabella 17. Gli altri parametri forniscono informazioni
di supporto per la interpretazione delle caratteristiche di
qualita’ e vulnerabilita’ dell’ambiente marino analizzato nonche’
per la valutazione dei carichi trasportati.
Per temperatura, salinita’ e ossigeno disciolto dovra’ essere
fornito il profilo verticale su tutta la colonna d’acqua.
Qualora si ritenga necessaria un’analisi piu’ approfondita volta ad
evidenziare gli effetti tossici a breve o lungo termine , ovvero si
ritenga opportuno integrare il dato chimico nella valutazione della
qualita’ delle acque, si potranno condurre saggi biologici a breve
o lungo termine, su specie selezionate appartenenti a diversi
gruppi tassonomici, in particolare su specie autoctone o quelle per
le quali esistano dei protocolli standardizzati.

tabella a pag. 55 del S.O.

3.4.1.2 Biota
Per la caratterizzazione dello stato degli ecosistemi marini, anche
ai fini della formulazione del giudizio di qualita’ ecologica ed
ambientale delle acque marine costiere, dovranno essere eseguite
indagini sulle biocenosi di maggior pregio ambientale (praterie di
fanerogame, coralligeno, etc.) e su altri bioindicatori.
Allo scopo di individuare particolari situazioni di criticita’
dovute alla presenza di sostanze chimiche pericolose presenti in
tracce nelle acque e di concorrere alla definizione del giudizio di
qualita’ chimica sul biota dovranno essere eseguite analisi di
accumulo di metalli pesanti e composti organici, indicati in
tabella 14, nei mitili (Mytilus galloprovincialis) stabulati.
Le Regioni possono integrare i parametri indicati in tabella 14, in
funzione delle esigenze di approfondimento delle conoscenze
rispetto a specifiche situazioni locali.

tabelle a pag. 56 del S.O.

3.4.2 CAMPIONAMENTO
3.4.2.1 Criteri per la scelta delle stazioni di prelievo
Le Autorita’ competenti dovranno elaborare ed attuare un piano di
campionamento che, sulla base delle conoscenze dell’uso e della
tipologia del tratto di costa interessata, permetta di
rappresentare adeguatamente, nello stesso tratto di costa, le zone
sottoposte a fonti di immissione, quali porti, canali fiumi,
insediamenti costieri, e le zone scarsamente sottoposte, a
pressioni antropiche (corpo idrico di riferimento).
In ogni caso, la strategia di campionamento dovra’ garantire un
idoneo livello conoscitivo, propedeutico alla definizione dei piani
di risanamento o di tutela e comunque seguire i criteri di seguito
riportati.
Acque Ai fini del campionamento vengono identificate tre diverse
tipologie di fondale, per ciascuna delle quali viene stabilito il
posizionamento di tre stazioni di prelievo per transetto; questi
vanno sempre posizionati ortogonalmente alla linea di costa.
Le tre tipologie di fondale sono:
– Fondale alto e’ quello che a 3000 m dalla costa ha una
batimetrica superiore a 50 m.
– Fondale medio e’ quello che a 200 m dalla costa ha una
batimetrica superiore a 5 m e a 3000 m dalla costa una batimetrica
inferiore a 50 m.
– Fondale basso e’ quello che a 200 m dalla costa ha una
batimetrica inferiore ai 5 m.
– Il posizionamento delle stazioni e’ fissato come segue:

tabella a pag. 57 del S.O.

Sedimenti Le stazioni di prelievo devono essere fissate nella
fascia costiera, in modo tale da rappresentare le diverse tipologie
di immissione che insistono nell’area (eventuali apporti
industriali o civili, apporti fluviali, attivita’ portuali),
nonche’ aree scarsamente soggette ad apporti antropici (come corpo
idrico di riferimento).
Dovranno essere considerate le porzioni superficiali di sedimento.
La definizione dello strato da considerare potra’ essere variato in
funzione delle conoscenze sulle caratteristiche sedimentologiche,
ed in particolare dei tassi di sedimentazione, dell’area indagata.
Biota Le stazioni di campionamento dei mitili indicati al punto
3.4.1.2.
devono essere fissate in modo tale da rappresentare l’intera
“tipologia” costiera (eventuali fonti di immissione industriali o
civili, apporti fluviali, attivita’ portuali, aree “indisturbate”
etc.) Devono inoltre essere identificate stazioni piu’
rappresentative delle biocenosi di maggior pregio ambientale
presenti nell’area in studio alfine della realizzazione di una
cartografia biocenotica con scala adeguata.
3.4.2.2 Frequenza dei campionamenti
Acque: e’ prevista una frequenza di campionamento stagionale per
tutti i parametri descritti in tabella 13. E’ prevista inoltre una
frequenza di campionamento quindicinale nel periodo compreso fra
Giugno e Settembre nelle aree interessate da fenomeni eutrofici,
quelle cioe’ in cui l’indice trofico (calcolato in base alla
tabella 16 e 17) sia maggiore di 5 per l’Alto Adriatico dalla foce
del fiume Adige al confine meridionale del comune di Pesaro e di
4,5 per le restanti acque marine costiere per due campionamenti
mensili successivi.
Sedimenti: e’ prevista una frequenza di campionamento annuale. Il
campionamento dovra’ essere effettuato sempre nello stesso periodo
dell’anno e corrispondere al periodo di minor influenza degli
eventi meteo-marini (si consiglia il periodo estivo).
Biota: e’ prevista una frequenza semestrale per le analisi di
bioaccumulo (indicate in tabella 14); per l’esame delle biocenosi
di maggior pregio ambientale, anche al fine della realizzazione di
una cartografia biocenotica di dettaglio, e’ prevista una cadenza
triennale.
3.4.3 CLASSIFICAZIONE
3.4.3.1. Stato ambientale delle acque marine costiere
In attesa della definizione di un approccio integrato per la
valutazione dello stato di qualita’ ambientale la prima
classificazione delle acque marine costiere viene condotta
attraverso l’applicazione dell’indice trofico riportato in tabella
16, tenendo conto di ogni elemento utile a definire il grado di
allontanamento dalla naturalita’ delle acque costiere. Tale
classificazione trofica sara’ integrata dal giudizio emergente
dalle indagini sul biota e sui sedimenti allorche’ sara’
disponibile il criterio di classificazione dello stato ambientale
complessivo che dovra’ essere definito ai sensi del precedente
punto 2.
Ai fini della classificazione dovra’ essere considerato il valore
medio dell’indice trofico, derivato dai valori delle singole misure
durante il complessivo periodo di indagine (24 mesi per la prima
classificazione e 12 mesi per le successive).

tabelle a pag. 58 del S.O.

Ai sensi di quanto disposto dall’articolo 5 del decreto, per il
tratto costiero compreso fra la foce del fiume Adige e il confine
meridionale del comune di Pesaro viene considerato obiettivo-
trofico “intermedio”, da raggiungere entro il 2008, un valore medio
annuale dell’indice trofico non superiore a 5.
L’eventuale evidenziazione di situazione di tossicita’ per gli
organismi testati e/o evidenze di bioaccumulo oltre alle soglie
previste dalle normative esistenti (allegato 2 sez C; norme sugli
alimenti, e altre norme sanitarie) portano ad attribuire lo stato
ambientale “Scadente”.
3.5 ACQUE DI TRANSIZIONE
3.5.1 PREMESSA
Lo stato delle conoscenze e delle esperienze di studio riguardanti
le acque di transizione non sono sufficienti per definire
compiutamente i criteri per il monitoraggio e per l’attribuzione
dello stato ecologico in cui si trova il corpo idrico.
Le indicazioni che seguono sono quindi in parte sperimentali e
propedeutiche ad una futura migliore definizione in base ai
risultati di una prima fase di monitoraggio e studio.
A tal riguardo vanno acquisite informazioni su:
1. area del bacino scolante e sue caratteristiche;
2. portata dei principali corsi d’acqua afferenti;
3. stima dei carichi di nutrienti afferenti (Azoto e Fosforo);
4. cartografia con isobate dell’area indagata;
5. caratteristiche morfologiche delle bocche delle aree lagunari;
6. presenza di dighe, barriere, canali lagunari, ecc.;
7. individuazione delle aree a minore ricambio.
In assenza di consistenti interventi o di altri fattori
influenzanti le caratteristiche idromorfologiche in tali aree, le
suindicate informazioni conoscitive vanno aggiornate con cadenza
quinquennale.
3.5.2 INDICATORI DI QUALITA’ E ANALISI DA EFFETTUARE
In attesa della definizione dei criteri di cui al punto 2.1.2, per
le matrici acqua e sedimenti sono da monitorare i parametri
indicati nelle precedenti tabelle 13 e 15 relativi alle acque
marine costiere.
Per quanto riguarda il biota vanno eseguite, sui bivalvi indicati
al punto 3.4.1.2. misure di accumulo di metalli e di inquinanti
organici, indicati in tabella 14.
E’ inoltre consigliabile integrare le analisi su indicate con
indagini sul fitoplancton (lista tassonomica e densita’),
macroalghe e fanerogame (lista tassonomica ed abbondanza per mq,
cartografia della massima superficie coperta (solo per ambienti
lagunari) ) e macroinvertebrati bentonici (lista tassonomica e
densita’).
I parametri riportati nelle tabelle possono essere integrati o
sostituiti da altri che risultino piu’ significativi rispetto alle
specifiche realta’ territoriali.
3.5.3 CAMPIONAMENTO
3.5.3.1 Stazioni di prelievo
Il campionamento della matrice acqua sara’ effettuato su un
reticolo di stazioni rappresentativo del bacino in esame.
I campionamenti saranno effettuati in superficie e riguarderanno i
parametri indicati nella tabella 13. Per profondita’ superiori a
1,5 metri, la determinazione di temperatura, salinita’ ed ossigeno
disciolto sara’ condotta anche sul profilo verticale.
In ogni caso, la strategia di campionamemo dovra’ garantire un
livello conoscitivo propedeutico alla definizione dei piani di
risanamento o di tutela.
Per quanto riguarda il biota e i sedimenti, le stazioni saranno
scelte preferenzialmente in prossimita’ delle stazioni per il
monitoraggio delle acque, in modo da ottenere una
caratterizzazione, omogenea e rappresentativa dell’ambiente in
studio.
3.5.3.2 Frequenza di campionamento
Per quanto riguarda la matrice acque la frequenza di campionamento
sara’ mensile. Nelle zone soggette a situazioni distrofiche (crisi
anossiche, fioriture algali abnormi, elevate biomasse di
macroalghe) la frequenza sara’ quindicinale nel periodo giugno-
settembre. In tali situazioni parte delle misure riportate in
tabella 13 (ossigeno disciolto, temperatura, salinita’) potranno
essere rilevate con strumentazione in automatico ed in continuo.
Per il biota la frequenza di campionamento sara’ almeno semestrale.
Per i sedimenti e’ prevista una frequenza di campionamento annuale.
Il campionamento dovra’ essere effettuato sempre nello stesso
periodo dell’anno e corrispondere al periodo di minor influenza
degli eventi meteorologici (si consiglia il periodo estivo).
3.5.4 CLASSIFICAZIONE
Per la classificazione delle acque lagunari e gli stagni costieri
si valuta il numero di giorni di anossia/anno(valori dell’ossigeno
disciolto nelle acque di fondo compresi fra 0-1.0 mg/L), misurata
nelle acque di fondo, che interessano oltre il 30 % della
superficie del corpo idrico secondo lo schema riportato in tabella
18. Tale risultato integrato con i risultati delle analisi relative
ai sedimenti ed al biota.
L’esito positivo dei saggi biologici sui sedimenti o l’indicazione
di un incremento statisticamente significativo delle concentrazioni
di inquinanti nei sedimenti, o dell’accumulo negli organismi,
pregiudica l’attribuzione dello stato sufficiente. In tal caso il
corpo idrico in questione va classificato nello stato scadente.
Tabella 18 – Stato ambientale delle acque lagunari e degli stagni
costieri
Stato BUONO Stato SUFFICIENTE Stato
SCADENTE
Numero giorni di
anossia/anno che
coinvolgono oltre
il 30% della
superficie del
corpo idrico o= 9
(50%) significa che almeno nel 50% delle misure di controllo la
concentrazione di 9 mg/L deve essere superata);
– campionamento: almeno un campione deve essere rappresentativo
delle condizioni di minima ossigenazione nel corso dell’anno.
Tuttavia se si sospettano variazioni giornaliere sensibili dovranno
essere prelevati almeno 2 campioni rappresentativi delle differenti
situazioni nel giorno del prelievo.
(3) Le variazioni artificiali del pH, rispetto ai valori naturali
medi del corpo idrico considerato, possono superare di ( 0,5 unita’-
pH i valori estremi figuranti nel prospetto della tabella 1/B (sia
per le acque per Salmonidi che per le acque per Ciprinidi) a
condizione che tali variazioni non determinino un aumento della
nocivita’ di altre sostanze presenti nell’acqua.
(4) Si puo’ derogare dai suddetti limiti nei corpi idrici, in
particolari condizioni idrologiche, in cui si verifichino
arricchimenti naturali senza intervento antropico;
– i valori limite (G e 1 per le due sottoclassi) sono
concentrazioni medie e non si applicano alle materie in sospensione
aventi proprieta’ chimiche nocive. In quest’ultimo caso le
Autorita’ competenti prenderanno provvedimenti per ridurre detto
materiale, se individuata l’origine antropica;
– nell’analisi gravimetrica il residuo, ottenuto dopo filtrazione
su membrana di porosita’ 0,45 (m o dopo centrifugazione (tempo 5
min ed accelerazione media di 2.800-3.200 g), dovra’ essere
essiccato a 105oC fino a peso costante.
(5) La determinazione dell’ossigeno va eseguita prima e dopo
incubazione di cinque giorni al buio completo, a 20oC (( 1oC) e
senza impedire la nitrificazione.
(6) I valori limite “G” riportati possono essere considerati come
indicativi per ridurre l’eutrofizzazione;
– per i laghi aventi profondita’ media compresa tra 18 e 300 metri,
per il calcolo del carico di fosforo totale accettabile, al fine di
controllare l’eutrofizzazione, puo’ essere utilizzata la seguente
formula:
ZL= A * Z/Tw * (1 + (radice quadrata) Tw)
dove:
L = carico annuale espresso in mg di P per metro quadrato di
superficie del lago considerato;
Z = profondita’ media del lago in metri (generalmente si calcola
dividendo il volume per la superficie);
Tw= tempo teorico di ricambio delle acque del lago, in anni (si
calcola dividendo il volume per la portata annua totale
dell’emissario);
A= valore soglia per il contenimento dei fenomeni eutrofici – Per
la maggior parte dei laghi italiani “A” puo’ essere considerato
pari a 20.
Tuttavia per ogni singolo ambiente e’ possibile calcolare uno
specifico valore soglia (A) mediante l’applicazione di una delle
seguenti equazioni. (Il valore ottenuto va aumentato del 50% per i
laghi a vocazione salmonicola e del 100% per i laghi a vocazione
ciprinicola).
Log [P] = 1,48 + 0,33 (± 0,09) Log MEI* alcal.
Log [P] = 0,75 + 0,27 (± 0,11) Log MEI* cond.
dove: P = A = Concentrazione di fosforo totale di µg/L;
MEI alcal. = Rapporto tra alcalinita’ (meq/L) e profondita’ media
(m);
MEI cond. = Rapporto tra conducibilita’ (µS/cm) e profondita’ media
(m);
(*) MEI = Indice morfoedafico.
(7) Nei riguardi dei pesci i nitriti risultano manifestamente piu’
tossici in acque a scarso tenore di cloruri. I valori “I” indicati
nella tabella 1/B corrispondono ad un criterio di qualita’ per
acque con una concentrazione di cloruri di 10 mg/L.
Per concentrazioni di cloruri comprese tra 1 e 40 mg/L i valori
limite “I” corrispondenti sono riportati nella seguente tabella
2/B.

tabella 2/B a pag. 82 del S.O.

(8) Data la complessita’ della classe, anche se ristretta ai fenoli
monoidrici, il valore limite unico quotato nel prospetto della
tabella 1/B puo’ risultare a seconda del composto chimico specifico
troppo restrittivo o troppo permissivo;
– poiche’ la direttiva del Consiglio (78/659/CEE del 18 luglio
1978) prevede soltanto l’esame organolettico (sapore), appare utile
richiamare nella tabella 3/B la concentrazione piu’ alta delle
sostanze piu’ rappresentative della sotto classe Clorofenoli che
non altera il sapore dei pesci (U.S. EPA – Ambient Water Quality
Criteria, 1978):

tabelle 3/B e 4/B a pag. 83 del S.O.

pagine 84 e 85 del S.O.
pag. 84
pag. 85

SEZIONE C: CRITERI GENERALI E METODOLOGIE PER IL RILEVAMENTO DELLE
CARATTERISTICHE QUALITATIVE ED IL CALCOLO DELLA CONFORMITA’ DELLE
ACQUE DESTINATE ALLA VITA DEI MOLLUSCHI
I seguenti criteri si applicano alle acque costiere e salmastre
sedi di banchi e popolazioni naturali di molluschi bivalvi e
gasteropodi designate come richiedenti protezione e miglioramento
per consentire la vita e lo sviluppo dei molluschi e per
contribuire alla buona qualita’ dei prodotti della molluschicoltura
destinati al consumo umano.
1) Calcolo della conformita’
1. Le acque designate ai sensi dell’art. 14 si considerano conformi
quando i campioni di tali acque, prelevate nello stesso punto per
un periodo di dodici mesi, secondo la frequenza minima prevista
nella tab. 1/C, rispettano i valori e le indicazioni di cui alla
medesima tabella per quanto riguarda:
a) il 100% dei campioni prelevati per i parametri sostanze organo
alogenate e metalli;
b) il 95% dei campioni per i parametri salinita’ ed ossigeno
disciolto;
c) il 75% dei campioni per gli altri parametri indicati nella tab.
1/C.
2. Qualora la frequenza dei campionamenti, ad eccezione di quelli
relativi ai parametri sostanze organo alogenate e metalli, sia
inferiore a quella indicata nella tab. 1/C, la conformita’ ai
valori ed alle indicazioni deve essere rispettata nel 100% dei
campioni.
3. Il superamento dei valori tabellari o il mancato rispetto delle
indicazioni riportate nella tabella 1/C non sono presi in
considerazione se avvengono a causa di eventi calamitosi.
2) Campionamento
1. L’esatta ubicazione delle stazioni di prelievo dei campioni, la
loro distanza dal piu’ vicino punto di scarico di sostanze
inquinanti e la profondita’ alla quale i campioni devono essere
prelevati, sono definiti dall’Autorita’ competente in funzione
delle condizioni ambientali locali.
2. Ai fini dell’accertamento della conformita’ di cui al comma 1,
la frequenza dei campionamenti stabilita nella tabella l/C puo’
essere ridotta dall’Autorita’ competente ove risulti accertato che
la qualita’ delle acque e’ sensibilmente superiore per i singoli
parametri di quella risultante dall’applicazione dei valori limite
e relative note.
3. Possono essere esentate dal campionamento periodico le acque per
le quali risulti accertato che non esistano cause di inquinamento o
rischio di deterioramento.

tabella
pag. 87
pag. 88

ALLEGATO 3: RILEVAMENTO DELLE CARATTERISTICHE DEI BACINI
IDROGRAFICI E ANALISI DELL’IMPATTO ESERCITATO DALL’ATTIVITA’
ANTROPICA
Per la redazione dei piani di tutela di cui all’articolo 44, le
Regioni devono raccogliere ed elaborare i dati relativi alle
caratteristiche dei bacini idrografici secondo i criteri di seguito
indicati.
A tal fine si ritiene opportuno che le Regioni si coordinino, anche
con il supporto delle autorita’ di bacino, per individuare, per
ogni bacino idrografico, un Centro di Documentazione cui attribuire
il compito di raccogliere, catalogare e diffondere le informazioni
relative alle caratteristiche dei bacini idrografici ricadenti nei
territori di competenza.
Devono essere in particolare considerati gli elementi geografici,
geologici, idrogeologici, fisici, chimici e biologici dei corpi
idrici superficiali e sotterranei, nonche’ quelli socioeconomici
presenti nel bacino idrografico di propria competenza.
1 ACQUE SUPERFICIALI
1.1 Acquisizione delle conoscenze disponibili
La fase iniziale, finalizzata alla prima caratterizzazione dei
bacini idrografici, serve a raccogliere le informazioni relative a:
a) gli aspetti geografici: estensione geografica ed estensione
altitudinale, latitudinale e longitudinale;
b) le condizioni geologiche: informazioni sulla tipologia dei
substrati, almeno in relazione al contenuto calcareo, siliceo ed
organico;
c) le condizioni idrologiche: bilanci idrici, compresi i volumi, i
regimi di flusso nonche’ i trasferimenti e le deviazioni idriche e
le relative fluttuazioni stagionali e, se del caso, la salinita’;
d) le condizioni climatiche: tipo di precipitazioni e, ove
possibile, evaporazione ed evapotraspirazione;
Tali informazioni sono integrate con gli aspetti relativi a: a)
caratteristiche socioeconomiche – utilizzo del suolo,
industrializzazione dell’area, ecc.
b) individuazione e tipizzazione di aree naturali protette.
c) eventuale caratterizzazione fiumistica e vegetazionale dell’area
del bacino idrografico;
1.2 Archivio anagrafico dei corpi idrici
Per ciascun corpo idrico (nel caso di corsi d’acqua solo quelli con
bacino superiore a 10 kmq), anche se non significativo ai sensi
dell’allegato 1, dovra’ essere predisposta una scheda
informatizzata che contenga:
a) i dati derivati dalle attivita’ di cui al punto 1.1 b) le
informazioni relative all’impatto esercitato dalle attivita’
antropiche sullo stato delle acque superficiali all’interno di
ciascun bacino idrografico. Tale esame dovra’ riguardare in
particolare i seguenti aspetti:
– stima dell’inquinamento da fonte puntuale da effettuare in primo
luogo sulla base del catasto degli scarichi, se questo e’
aggiornato almeno al 1996. In mancanza di tali dati (o in presenza
solo di informazioni anteriori al 1996) si dovranno utilizzare
stime fatte sulla base di altre informazioni e di indici di tipo
statistico (esempio: dati camere di commercio relativi agli
insediamenti, agli addetti per codice NACE e indici di emissione
per codice NACE);
– stima dell’inquinamento da fonte diffusa;
– dati sulla estrazione delle acque (nel caso di acque dolci) e sui
relativi usi (in mancanza di misure saranno usate stime effettuate
in base a parametri statistici);
– analisi delle alte incidenze antropiche sullo stato delle acque.
c) per i corpi idrici individuati come significativi ai sensi
dell’allegato 1 devono essere riportati i dati derivanti dalle
azioni di monitoraggio e classificazione di cui all’allegato
stesso.
2 ACQUE SOTTERRANEE
2.1 Acquizione delle conoscenze disponibili
La fase conoscitiva ha come scopo principale la caratterizzazione
qualitativa degli acquiferi. Deve avere come risultato:
– definire lo stato attuale delle conoscenze relative agli aspetti
quantitativi e qualitativi delle acque sotterranee;
– costituire una banca dati informatizzata dei dati idrogeologici e
idrochimici;
– localizzare i punti d’acqua sotterranea potenzialmente
disponibili per le misure;
– ricostruire il modello idrogeologico, con particolare riferimento
ai rapporti di eventuale intercomunicazione tra i diversi acquiferi
e tra le acque superficiali e le acque sotterranee.
Le informazioni da raccogliere devono essere relative ai seguenti
elementi:
– studi precedentemente condotti (idrogeologici, geotecnici,
geofisici, geomorfologici, ecc) con relativi eventuali elaborati
cartografici (carte geologiche, sezioni idrogeologiche,
piezometrie, carte idrochimiche, ecc);
– dati relativi ai pozzi e piezometri, quali: ubicazione,
stratigrafie, utilizzatore (pubblico o privato), stato di attivita’
(attivo, in disuso, cementato);
– dati relativi alle sorgenti quali: ubicazione, portata,
utilizzatore (pubblico o privato), stato di attivita’ (attiva, in
disuso, ecc.);
– dati relativi ai valori piezometrici;
– dati relativi al regime delle portate delle sorgenti;
– dati esistenti riguardanti accertamenti analitici sulla qualita’
delle acque relative a sorgenti pozzi e piezometri esistenti;
– reticoli di monitoraggio esistenti delle acque sotterranee.
Devono essere inoltre considerati tutti quegli elementi addizionali
suggeriti dalle condizioni locali di insediamento antropico o da
particolari situazioni geologiche e geochimiche, nonche’ della
vulnerabilita’ e rischio della risorsa. Dovranno inoltre essere
valutate, se esistenti, le indagini relative alle biocenosi degli
ambienti sotterranei.
Le azioni conoscitive devono essere accompagnate da tutte quelle
iniziative necessarie ad acquisire tutte le informazioni e le
documentazioni in materia presenti presso gli enti che ne
dispongono, i quali ne dovranno garantire l’accesso.
Sulla base delle informazione raccolte, delle conoscenze a scala
generale e degli studi precedenti, verra’ ricostruita la geometria
dei principali corpi acquiferi presenti evidenziando la reciproca
eventuale intercomunicazione compresa quella con le acque
superficiali, la parametrizzazione (laddove disponibile) e le
caratteristiche idrochimiche, e dove presenti quelle biologiche.
La caratterizzazione degli acquiferi sara’ revisionata sulla base
dei risultati della gestione della rete di monitoraggio effettuato
in base alle indicazioni riportate all’allegato 1.
La ricostruzione idrogeologica preliminare dovra’ quindi permettere
la formulazione di un primo modello concettuale, intendendo con
questo termine una schematizzazione idrogeologica semplificata del
sottosuolo e una prima parametrizzazione degli acquiferi. In
pratica devono essere qui riassunte le proprieta’ geologiche, le
caratteristiche idrogeologiche del sistema, con particolare
riferimento ai meccanismi di ricarica degli acquiferi ed ai
rapporti tra le falde, i rapporti esistenti tra acque superficiali
e acque sotterranee, nonche’ alle caratteristiche qualitative delle
acque sotterranee. I dati cosi’ raccolti dovranno avere un
dettaglio rappresentabile significativamente almeno alla scala
1:100.000.
2.2 Archivio anagrafico dei punti d’acqua
Deve essere istituito un catasto anagrafico debitamente codificato
al fine di disporre di un data-base aggiornato dei punti d’acqua
esistenti (pozzi, piezometri, sorgenti e altre emergenze della
falda come fontanili, ecc.) e dei nuovi punti realizzati. A ciascun
punto d’acqua dovra’ essere assegnato un numero di codice univoco
stabilito in base alle modalita’ di codifica che saranno indicate
nel decreto di cui all’articolo 3 comma 7.
Per quanto riguarda le sorgenti andranno codificate tutte quelle
utilizzate e comunque quelle che presentano una portata media
superiore a 10 L/s e quelle di particolare interesse ambientale.
Per le nuove opere e’ fatto obbligo all’Ente competente di
verificare all’atto della domanda di ricerca e sfruttamento della
risorsa idrica sotterranea, l’avvenuta assegnazione del codice.
In assenza di tale codice i rapporti di prova relativi alla
qualita’ delle acque, non potranno essere accettati dalla Pubblica
Amministrazione.
Inoltre per ciascun punto d’acqua dovra’ essere predisposta una
scheda informatizzata che contenga i dati relativi alle
caratteristiche geografiche, anagrafiche, idrogeologiche,
strutturali, idrauliche e funzionali derivate dalle analisi
conoscitive di cui al punto 1.
Le schede relative ai singoli punti d’acqua, assieme alle analisi
conoscitive di cui al punto 1 ed a quelle che potranno essere
raccolte per ciascun punto d’acqua dovranno contenere poi le
informazioni relative a:
a) le caratteristiche chimico fisiche dei singoli complessi
idrogeologici e del loro grado di sfruttamento, utilizzando i dati
a vario titolo in possesso dei vari Enti (analisi chimiche
effettuate dai laboratori pubblici, autodenunce del sollevato etc.)
nonche’ stime delle direzioni e delle velocita’ di scambio
dell’acqua fra il corpo idrico sotterraneo ed i sistemi
superficiali connessi.
b) l’impatto esercitato dalle attivita’ umane sullo stato delle
acque sotterranee all’interno di ciascun complesso idrogeologico.
Tale esame dovra’ riguardare i seguenti aspetti:
1. stima dell’inquinamento da fonte puntuale (cosi’ come indicato
al punto relativo alle acque superficiali);
2. stima dell’inquinamento da fonte diffusa;
3. dati derivanti dalle misure relative all’estrazione delle acque;
4. stima del ravvenamemo artificiale;
5. analisi delle altre incidenze antropiche sullo stato delle
acque.
3 MODALITA’ DI ELABORAZIONE, GESTIONE E DIFFUSIONE DEI DATI
Le Regioni organizzeranno un proprio Centro di Documentazione che
curera’ l’accatastamento dei dati e la relativa elaborazione,
gestione e diffusione.
Tali dati sono organizzati secondo i criteri stabiliti nel decreto
di cui all’articolo 3 comma 7 e devono periodicamente essere
aggiornati con i dati prodotti dal monitoraggio secondo le
indicazioni di cui all’allegato 1.
Le misure quantitative e qualitative dovranno essere organizzate
secondo quanto previsto nel decreto attuativo relativo alla
standardizzazione dei dati. A tali modalita’ si dovranno anche
attenere i soggetti tenuti a predisporre i protocolli di garanzia e
di qualita’.
L’interpretazione dei dati relativi alle acque sotterranee in un
acquifero potra’ essere espressa in forma sintetica mediante:
tabelle, grafici, diagrammi, serie temporali, cartografie
tematiche, elaborazioni statistiche, ecc.
Il Centro di documentazione annualmente curera’ la redazione di un
rapporto sull’evoluzione qualiquantitativa dei complessi
idrogeologici monitorati e rendera’ disponibili tutti i dati e le
elaborazioni effettuate, a tutti gli interessati.
Compito del Centro di documentazione sara’ inoltre la redazione di
carte di sintesi delle aree su cui esiste un vincolo riferito alle
acque sotterranee, carte di vulnerabilita’ e rischio delle acque
sotterranee.
Una volta ultimata la presentazione finale dei documenti e degli
elaborati grafici ed informatizzati del prodotto, saranno
individuati i canali piu’ idonei alla sua diffusione anche mediante
rapporti di sintesi e seminari, a tal scopo verra’ predisposto un
piano contenente modalita’ e tempi dell’attivita’ di diffusione.
Allo scopo dovra’ essere prevista da parte del Centro di
documentazione la disponibilita’ degli stessi tramite sistemi
geografici informatizzati (GIS) disponibili su reti multimediali.
La scala delle elaborazioni cartografiche dovra’ essere di almeno
1:100.000 salvo necessita’ di superiore dettaglio.
ALLEGATO 4: CONTENUTI DEI PIANI DI TUTELA DELLE ACQUE
PARTE A
I Piani di tutela delle acque devono contenere:
1. Descrizione generale delle caratteristiche del bacino
idrografico ai sensi dell’articolo 42 e dell’allegato 3. Tale,
descrizione include:
1.1 Per le acque superficiali:
– rappresentazione cartografica dell’ubicazione e del perimetro dei
corpi idrici con indicazione degli ecotipi presenti all’interno del
bacino idrografico e dei corpi idrici di riferimento cosi’ come
indicato all’allegato 1.
1.2 Per le acque sotterranee:
– rappresentazione cartografica della geometria e delle
caratteristiche litostratografiche e idrogeologiche delle singole
zone;
– suddivisione del territorio in zone acquifere omogenee;
2. Sintesi delle pressioni e degli impatti significativi esercitati
dall’attivita’ antropica sullo stato delle acque superficiali e
sottaranee. Vanno presi in considerazione:
– Stima dell’inquinamento in termini di carico (sia in tonnellate /
anno che in tonnellate / mese) da fonte puntuale (sulla base del
catasto degli scarichi);
– stima dell’impatto da fonte diffusa, in termine di carico, con
sintesi delle utilizzazioni del suolo;
– stima delle pressioni sullo stato quantitativo delle acque,
derivanti dalle concessioni e dalle estrazioni esistenti;
– analisi di altri impatti derivanti dall’attivita’ umana sullo
stato delle acque;
3. Elenco e rappresentazione cartografica delle aree indicate al
Titolo III, capo I, in particolare per quanto riguarda le aree
sensibili e le zone vulnerabili cosi’ come risultano dalla
eventuale reidentificazione fatta dalle Regioni;
4. Mappa delle reti di monitoraggio istituite ai sensi
dell’articolo 43 e dell’allegato 1, ed una rappresentazione in
formato cartografico dei risultati dei programmi di monitoraggio
effettuati in conformita’ a tali disposizioni per lo stato delle:
4.1 acque superficiali (stato ecologico e chimico);
4.2 acque sotterranee (stato chimico e quantitativo);
4.3 aree a specifica tutela;
5. Elenco degli obiettivi definiti dalle autorita’ di bacino ai
sensi dell’articolo 44 e degli obiettivi di qualita’ definiti a
norma dell’articolo 4 per le acque superficiali, le acque
sotterranee, includendo in particolare l’identificazione dei casi
dove si e’ ricorso alle disposizioni dell’articolo 5, commi 4 e 5 e
le associate informazioni richieste in conformita’ al suddetto
articolo;
6. Sintesi del programma o programmi di misure adottati che deve
contenere:
6.1 programmi di misure per il raggiungimento degli obiettivi di
qualita’ ambientale dei corpi idrici di cui all’articolo 5;
6.2 specifici programmi di tutela e miglioramento previsti ai fini
del raggiungimento dei singoli obiettivi di qualita’ per le acque a
specifica destinazione di cui al titolo II capo II;
6.3 misure adottate ai sensi del Titolo III capo I;
6.4 misure adottate ai sensi del titolo III capo II, in
particolare:
– sintesi della pianificazione del bilancio idrico di cui
all’articolo 22;
– misure di risparmio e riutilizzo di cui agli articoli 25 e 26;
6.5 misure adottate ai sensi titolo III del capo III, in
particolare:
– disciplina degli scarichi;
– definizione delle misure per la riduzione dell’inquinamento degli
scarichi da fonte puntuale;
– specificazione dei casi particolari in cui sono stati autorizzati
scarichi ai sensi dell’articolo 30;
6.6 informazioni su misure supplementari ritenute necessarie al
fine di soddisfare gli obiettivi ambientali definiti;
6.7 informazioni delle misure intraprese al fine di evitare
l’aumento dell’inquinamento delle acque marine in conformita’ alle
convenzioni internazionali;
6.8 relazione sulle iniziative e misure pratiche adottate per
l’applicazione del principio del recupero dei costi dei servizi
idrici ai sensi della legge 5 gennaio 1994 n. 36a) e sintesi dei
piani finanziari predisposti ai sensi dell’articolo 11 a) della
stessa legge;
7. Sintesi dei risultati dell’analisi economica, delle misure
definite per la tutela dei corpi idrici e per il perseguimento
degli obiettivi di qualita’, anche allo scopo di una valutazione
del rapporto costi benefici delle misure previste e delle azioni
relative all’estrazione e distribuzione delle acque dolci, della
raccolta e depurazione e riutilizzo delle acque reflue.
8. Sintesi dell’analisi integrata dei diversi fattori che
concorrono a determinare lo stato di qualita’ ambientale dei corpi
idrici, al fine di coordinare le misure di cui al punto 6.3 e 6.4
per assicurare il miglior rapporto costi benefici delle diverse
misure; in particolare vanno presi in considerazione quelli
riguardanti la situazione quantitativa del corpo idrico in
relazione alle concessioni in atto e la situazione qualitativa in
relazione al carico inquinante che viene immesso nel corpo idrico.
9. relazione sugli eventuali ulteriori programmi o piani piu’
dettagliati adottati per determinati sottobacini.
PARTE B.
Il primo aggiornamento del Piano di tutela delle acque tutti i
successivi aggiornamenti dovranno inoltre includere:
1. sintesi di eventuali modifiche o aggiornamenti della precedente
versione del Piano di tutela delle acque, incluso una sintesi delle
revisioni da effettuare ai sensi dell’articolo 5 comma 7, e degli
articoli 18 e 19;
2. valutazione dei progressi effettuati verso il raggiungimento
degli obiettivi ambientali, con la rappresentazione cartografica
dei risultati del monitoraggio per il periodo relativo al piano
precedente, nonche’ la motivazione per il mancato raggiungimento
degli obiettivi ambientali;
3. sintesi e illustrazione delle misure previste nella precedente
versione del Piano di gestione dei bacini idrografici non
realizzate;
4. sintesi di eventuali misure supplementari adottate
successivamente alla data di pubblicazione della precedente
versione del Piano di tutela del bacino idrografico.
Riferimenti normativi:
(a) L’articolo 11 della citata legge 5 gennaio 1994, n. 36 e’ il
seguente:
“Art. 11 (Rapporti tra enti locali e oggetti gestori del servizio
idrico integrato). – 1. La regione adotta una convenzione tipo e
relativo disciplinare per regolare i rapporti tra gli enti locali
di cui all’articolo 9 ed i soggetti gestori dei servizi idrici
integrati, in conformita’ ai criteri ed agli indirizzi di cui
all’articolo 4, coma 1, lettere f) e g).
2. La convenzione tipo prevede in particolare:
a) il regime giuridico prescelto per la gestione del servizio;
b) l’obbligo del raggiungimento dell’equilibrio economico-
finanziario della gestione;
c) la durata dell’affidamento, non superiore comunque a trenta
anni;
d) i criteri per definire il piano economico-finanziario per la
gestione integrata del servizio;
e) le modalita’ di controllo del corretto esercizio del servizio;
f) il livello di efficienza e di affidabilita’ del servizio da
assicurare all’utenza anche con riferimento alla manutenzione degli
impianti;
g) la facolta’ di riscatto da parte degli enti locali secondo i
principi di cui al titolo I, capo II, del regolamento approvato con
decreto del Presidente della Repubblica 4 ottobre 1986, n. 902;
h) l’obbligo di restituzione delle opere, degli impianti e delle
canalizzazioni dei servizi di cui all’articolo 4, comma 1, lettera
f), oggetto dell’esercizio, in condizioni di efficienza ed in buono
stato di conservazione;
i) idonee garanzie finanziarie e assicurative;
l) le penali, le sanzioni in caso di inadempimento e le condizioni
di risoluzione secondi i principi del codice civile;
m) i criteri e le modalita’ di applicazione delle tariffe
determinate dagli enti locali e del loro aggiornamento, anche con
riferimento alle diverse categorie di utenze.
3. Ai fini della definizione dei contenuti della convenzione di cui
al comma 2, i comuni e le province operano la ricognizione delle
opere di adduzione, di distribuzione, di fognatura e di depurazione
esistenti e definiscono le procedure e le modalita’, anche su base
pluriennale per assicurare il conseguimento degli obiettivi
previsti dalla presente legge. A tal fine predispongono sulla base
dei criteri e degli indirizzi fissati dalle regioni, un programma
degli interventi necessari accompagnato da un piano finanziario
indica, in particolare, le risorse disponibili, quelle da reperire
nonche’ i proventi da tariffa, come definiti all’articolo 13, per
il periodo considerato.
ALLEGATO 5: Limiti di emissione degli scarichi idrici
1 SCARICHI IN CORPI D’ACQUA SUPERFICIALI
1.1 Acque reflue urbane
Gli scarichi provenienti da impianti di trattamento delle acque
reflue urbane di cui all’articolo 31, comma 2 devono conformarsi,
secondo le cadenze temporali indicate al medesimo articolo, ai
valori limiti definiti dalle Regioni in funzione degli obiettivi di
qualita’ e, nelle more della suddetta disciplina alle leggi
regionali vigenti alla data di entrata in vigore del presente
decreto.
Gli scarichi provenienti da impianti di trattamento delle acque
reflue urbane di cui all’articolo 31, comma 3:
– se esistenti devono conformarsi secondo le cadenze temporali
indicate al medesimo articolo alle norme di emissione riportate
nella tabella l;
– se nuovi devono essere conformi alle medesime disposizioni dalla
loro entrata in esercizio.
Gli scarichi provenienti da impianti di trattamento delle acque
reflue urbane di cui all’articolo 32, devono essere conformi alle
norme di emissione riportate nelle tabelle 1 e 2. Per i parametri
azoto totale e fosforo totale le concentrazioni o le percentuali di
riduzione del carico inquinante indicate devono essere raggiunti
per uno od entrambi i parametri a seconda della situazione locale.
Devono inoltre essere rispettati nel caso di fognature che
convogliano anche scarichi di acque reflue industriali i valori
limite di tabella 3 ovvero quelli stabiliti dalle Regioni ai sensi
dell’articolo 28 comma 2.

Pagine 96 – 97 – 98 del S.O.
pag. 96
pag. 97
pag. 98

Tra i limiti di emissione in termini di massa per unita’ di
prodotto, indicati nella tabella 3/A, e quelli stabiliti dalle
Regioni ai sensi dell’articolo 28, comma 2, in termini di massa
nell’unita’ di tempo valgono quelli piu’ cautelativi.
2 SCARICHI SUL SUOLO
Nei casi previsti articolo 29 comma 1 punto c), gli scarichi sul
suolo devono rispettare i limiti previsti nella tabella 4.
Il punto di prelievo per i controlli e’ immediatamente a monte del
punto di scarico sul suolo. Per gli impianti di depurazione
naturale (lagunaggio, fitodepurazione) il punto di scarico
corrisponde e’ quello all’uscita dall’impianto.
Le determinazioni analitiche ai fini del controllo di conformita’
degli scarichi di acque reflue industriali sono di norma riferite
ad un campione medio prelevato nell’arco di tre ore. L’autorita’
preposta al controllo puo’, con motivazione espressa nel verbale di
campionamento, effettuare il campionamento su tempi diversi al fine
di ottenere il campione piu’ adatto a rappresentare lo scarico
qualora lo giustifichino particolari esigenze quali quelle
derivanti dalle prescrizioni contenute nell’autorizzazione dello
scarico, dalle caratteristiche del ciclo tecnologico, dal tipo di
scarico (in relazione alle caratteristiche di continuita’ dello
stesso), il tipo di accertamento (accertamento di routine,
accertamento di emergenza, ecc.).
Per gli impianti di trattamento delle acque reflue urbane si fa
riferimento a un campione medio ponderato nell’arco di 24 ore.
Le distanze dal piu’ vicino corpo idrico superficiale oltre le
quali e’ permesso lo scarico sul suolo sono rapportale al volume
delle scarico stesso secondo il seguente schema:
a) per quanto riguarda gli scarichi di acque reflue urbane:
– 1.000 metri – per scarichi con portate giornaliere medie
inferiori a 500 mc – 2.500 metri – per scarichi con portate
giornaliere medie tra 501 e 5000 mc – 5.000 metri – per scarichi
con portate giornaliere medie tra 5001 e 10.000 mc
b) per quanto riguarda gli scarichi di acque reflue industriali.
– 1.000 metri – per scarichi con portate giornaliere medie
inferiori a 100 mc – 2.500 metri – per scarichi con portate
giornaliere medie tra 101 e 500 mc – 5.000 metri – per scarichi con
portate giornaliere medie tra 501 e 2.000 mc Gli scarichi aventi
portata maggiore di quelle su indicate devono in ogni caso essere
convogliati in corpo idrico superficiale, in fognatura o destinate
al riutilizzo.
Per gli scarichi delle acque reflue urbane valgono gli stessi
obblighi di controllo e di autocontrollo previsti per gli scarichi
in acque superficiali.
L’autorita’ competente per il controllo deve verificare, con la
frequenza minima di seguito indicata, il rispetto dei limiti
indicati nella tabella 4. I parametri di tabella 4 da controllare
sono solo quelli che le attivita’ presenti sul territorio possono
scaricare in fognatura.
volume scarico / numero controlli
sino a 2000 mc al giorno / 4 volte l’anno
oltre 2000 mc al giorno / 8 volte l’anno
2.1 sostanze per cui esiste il divieto di scarico
Restano fermi i divieti di scarico sul suolo e nel sottosuolo delle
seguenti sostanze:
– composti organo alogenati e sostanze che possono dare origine a
tali composti nell’ambiente idrico;
– composti organo fosforici;
– composti organo stannici;
– sostanze che hanno potere cancerogeno, mutageno e teratogeno in
ambiente idrico o in concorso dello stesso;
– mercurio e i suoi composti;
– cadmio e i suoi composti;
– oli minerali persistenti e idrocarburi di origine petrolifera
persistenti;
– cianuri;
– materie persistenti che possono galleggiare, restare in
sospensione o andare a fondo e che possono disturbare ogni tipo di
utilizzazione delle acque.
Tali sostanze, si intendono assenti quando sono in concentrazioni
non superiori ai limiti di rilevabilita’ delle metodiche di
rilevamento in essere all’entrata in vigore del presente decreto o
dei successivi aggiornamenti.
Persiste inoltre il divieto di scarico diretto nelle acque
sotterranee, in aggiunta alle sostanze su elencate, di:
1: zinco rame nichel cromo piombo selenio arsenico antimonio
molibdeno titanio stagno bario berillio boro uranio vanadio cobalto
tallio tellurio argento
2: Biocidi e loro derivati non compresi nell’elenco del paragrafo
precedente;
3: Sostanze che hanno un effetto nocivo sul sapore ovvero
sull’odore dei prodotti consumati dall’uomo derivati dall’ambiente
idrico, nonche’ i composti che possono dare origine a tali sostanze
nelle acque;
4: Composti organosilicati tossici o persistenti e che possono dare
origine a tali composti nelle acque ad eccezione di quelli che sono
biologicamente innocui o che si trasformano rapidamente nell’acqua
in sostanze innocue;
5: Composti inorganici del fosforo e fosforo elementare;
6: Oli minerali non persistenti ed idrocarburi di origine
petrolifera non persistenti;
7: Fluoruri;
8: Sostanze che influiscono sfavorevolmente sull’equilibrio
dell’ossigeno, in particolare ammoniaca e nitriti.
Tali sostanze, si intendono assenti quando sono in concentrazioni
non superiori ai limiti di rilevabilita’ delle metodiche di
rilevamento in essere all’entrata in vigore del presente decreto o
dei successivi aggiornamenti.
3 INDICAZIONI GENERALI
I punti di scarico degli impianti di trattamento delle acque reflue
urbane devono essere scelti per quanto possibile, in modo da
ridurre al minimo gli effetti sulle acque recettrici.
Tutti gli impianti di trattamento delle acque reflue urbane, con
potenzialita’ superiore a 2000 abitanti equivalenti, ad esclusione
degli impianti di trattamento che applicano tecnologie depurative
di tipo naturale quali la fitodepurazione e il lagunaggio, dovranno
essere dotati di un trattamento di disinfezione da utilizzarsi in
caso di eventuali emergenze relative a situazioni di rischio
sanitario ovvero per garantire il raggiungimento degli obiettivi di
qualita’ ambientali o gli usi in atto del corpo idrico recettore.
In sede di approvazione del progetto dell’impianto di trattamento
delle acque reflue urbane l’autorita’ competente dovra’ verificare
che l’impianto sia in grado di garantire che la concentrazione
media giornaliera dell’azoto ammoniacale (espresso come N), in
uscita dall’impianto di trattamento non superi il 30% del valore
della concentrazione dell’azoto totale (espresso come N) in uscita
dall’impianto di trattamento. Tale prescrizione non vale per gli
scarichi in mare.
In sede di autorizzazione allo scarico, l’autorita’ competente:
a) fissera’ il sistema di riferimento per il controllo degli
scarichi di impianti di trattamento rispettivamente a: l’opzione
riferita al rispetto della concentrazione o della percentuale di
abbattimento; il riferimento alla concentrazione media annua alla
concentrazione media giornaliera per il parametro “azoto totale”
della tabella 2;
b) fissera’ il limite opportuno relativo al parametro “Escherichia
coli” espresso come UFC/100mL. Si consiglia un limite non superiore
a 5000 UFC/100mL.
I trattamenti appropriati di cui all’articolo 31, comma 2 devono
essere individuati con l’obiettivo di: a) rendere semplice la
manutenzione e la gestione; b) essere in grado di sopportare
adeguatamente forti variazioni orarie del carico idraulico e
organico; c) minimizzare i costi gestionali. Questa tipologia di
trattamento puo’ equivalere ad un trattamento secondario o ad un
trattamento secondario a seconda della soluzione tecnica adottata e
dei risultati deputativi raggiunti.
Per tutti gli agglomerati con popolazione equivalente compresa tra
50 e 2000 a.e., si ritiene auspicabile il ricorso a tecnologie di
depurazione naturale quali il lagunaggio o la fitodepurazione, o
tecnologie come i filtri percolatori o impianti ad ossidazione
totale.
Peraltro tali trattamenti possono essere considerati adatti se
opportunamente dimensionati, al fine del raggiungimento dei limiti
della tabella 1, anche per tutti gli agglomerati in cui la
popolazione equivalente fluttuante sia superiore al 30% della
popolazione residente e laddove le caratteristiche territoriali e
climatiche lo consentano. Tali trattamenti si prestano, per gli
agglomerati di maggiori dimensioni con popolazione equivalente
compresa tra i 2000 e i 25000 a.e, anche a soluzioni integrate con
impianti a fanghi attivi o a biomassa adesa, a valle del
trattamento, con funzione di affinamento.
4 METODI DI CAMPIONAMENTO ED ANALISI
Fatto salvo quanto diversamente specificato nelle tabelle 1, 2, 3,
4 circa i metodi analitici di riferimento, rimangono valide le
procedure di controllo, campionamento e misura definite dalle
normative in essere prima dell’entrata in vigore del presente
decreto. Le metodiche di campionamento ed analisi saranno
aggiornate con apposito decreto ministeriale su proposta dell’ANPA.
vedere tabelle da pag. 102 a pag. 109 del S.O.

102.pdf 103.pdf 104.pdf 105.pdf 106.pdf 107.pdf 108.pdf
109.pdf

ALLEGATO 6: CRITERI PER LA INDIVIDUAZIONE DELLE AREE SENSIBILI
Si considera area sensibile un sistema idrico classificabile in uno
dei seguenti gruppi:
a) laghi naturali, altre acque dolci, estuari e acque del litorale
gia’ eutrofizzati, o probabilmente esposti a prossima
eutrofizzazione, in assenza, di interventi protettivi specifici.
Perindividuare il nutriente da ridurre mediante ulteriore
trattamento, vanno tenuti in considerazione i seguenti elementi:
i) nei laghi e nei corsi d’acqua che si immettono in
laghi/bacini/baie chiuse con scarso ricambio idrico e ove possono
verificarsi fenomeni di accumulazione la sostanza da eliminare e’
il fosforo, a meno che non si dimostri che tale intervento non
avrebbe alcuno effetto sul livello dell’eutrofizzazione. Nel caso
di scarichi provenienti da ampi agglomerati si puo’ prevedere di
eliminare anche l’azoto;
ii)negli estuari, nelle baie e nelle altre acque del litorale con
scarso ricambio idrico, ovvero in cui si immettono grandi quantita’
di nutrienti, se, da un lato, gli scarichi provenienti da piccoli
agglomerati urbani sono generalmente di importanza irrilevante,
dall’altro, quelli provenienti da agglomerati piu’ estesi rendono
invece necessari interventi di eliminazione del fosforo e/o
dell’azoto, a meno che non si dimostri che cio’ non avrebbe
comunque alcun effetto sul livello dell’eutrofizzazione:
b) acque dolci superficiali destinate alla produzione di acqua
potabile che potrebbero contenere, in assenza di interventi, una
concentrazione di nitrato superiore a 50 mg/L (stabilita
conformemente alle disposizioni pertinenti della direttiva 75/440
concernente la qualita’ delle acque superficiali destinate alla
produzione d’acqua potabile;) c) aree che necessitano, per gli
scarichi afferenti, di un trattamento supplementare al trattamento
secondario al fine di conformarsi alle prescrizioni previste dalla
presente norma.
Ai sensi del comma 2 punto a) dell’articolo 18, sono da considerare
in prima istanza come sensibili i laghi posti ad un’altitudine
sotto i 1.000 sul livello del mare e aventi una superficie dello
specchio liquido almeno di 0,3 kmq.
Nell’identificazione di ulteriori aree sensibili, oltre ai criteri
di cui sopra, le Regioni dovranno prestare attenzione a quei corpi
idrici dove si svolgono attivita’ tradizionali di produzione ittica
ALLEGATO 7 PARTE A: ZONE VULNERABILI DA NITRATI DI ORIGINE AGRICOLA
PARTE A I
CRITERI PER L’INDIVIDUAZIONE DELLE ZONE VULNERABILI
Si considerano zone vulnerabili le zone di territorio che scaricano
direttamente o indirettamente composti azotati in acque gia’
inquinate o che potrebbero esserlo in conseguenza di tali scarichi.
Tali acque sono individuate, base tra l’altro dei seguenti criteri:
1. la presenza di nitrati o la loro possibile presenza ad una
concentrazione superiore a 50 mg/L (espressi come NO3) nelle acque
dolci superficiali, in particolare quelle destinate alla produzione
di acqua potabile, se non si interviene ai sensi dell’articolo 19;
2. la presenza di nitrati o la loro possibile presenza ad una
concentratone superiore a 50 mg/L (espressi come NO3) nelle acque
dolci sotterranee, se non si interviene ai sensi dell’articolo 19;
3. la presenza di eutrofizzazione oppure la possibilita’ del
verificarsi di tale fenomeno nell’immediato futuro nei laghi
naturali di acque dolci o altre acque dolci, estuari, acque
costiere e marine, se non si interviene ai sensi dell’articolo 19.
Nell’individuazione delle zone vulnerabili, le Regioni tengono
conto pertanto:
1. delle caratteristiche fisiche e ambientali delle acque e dei
terreni che determinano il comportamento dei nitrati nel sistema
acqua/terreno;
2. del risultato conseguibile attraverso i programmi d’azione
adottati;
3. delle eventuali ripercussioni che si avrebbero nel caso di
mancato intervento ai sensi dell’articolo 19.
CONTROLLI DA ESEGUIRE AI FINI DELLA REVISIONE DELLE ZONE
VULNERABILI
Ai fini di quanto disposto dal comma 4 dell’articolo 19, la
concentrazione dei nitrati deve essere controllata per il periodo
di durata pari almeno ad un anno:
– nelle stazioni di campionamento previsto per la classificazione
dei corpi idrici sotterranei e superficiali individuate secondo
quanto previsto dall’allegato 1 al decreto;
– nelle altre stazioni di campionamento previste al Titolo II Capo
II relativo al controllo delle acque destinate alla produzione di
acque potabili, almeno una volta al mese e piu’ frequentemente nei
periodi di piena;
– nei punti di prelievo, controllati ai sensi del DPR 236/88, delle
acque destinate al consumo umano.
Il controllo va ripetuto almeno ogni quattro anni. Nelle stazioni
dove si e’ riscontrata una concentrazione di nitrati inferiore a 25
mg/L (espressi come NO3) il programma di controllo puo’ essere
ripetuto ogni otto anni, purche’ non si sia manifestato alcun
fattore nuovo che possa aver incrementato il tenore dei nitrati.
Ogni quattro anni e’ sottoposto a riesame lo stato eutrofico delle
acque dolci superficiali, di transizione e costiere, adottando di
conseguenza i provvedimenti del caso.
Nei programmi di controllo devono essere applicati i metodi di
misura di riferimento previsti al successivo punto.
METODI DI RIFERIMENTO
Concimi chimici
Il metodo di analisi dei composti dell’azoto e’ stabilito in
conformita’ al D.M. 19 luglio 1989 – Approvazione dei metodi
ufficiali di analisi per i fertilizzanti.
Acque dolci acque costiere e acque marine
Il metodo di analisi per la rilevazione della concentrazione di
nitrati e’ la spettrofotometria di assorbimento molecolare. I
laboratori che utilizzano altri metodi di misura devono accertare
la comparabilita’ dei risultati ottenuti
PARTE A II
ASPETTI METODOLOGICI
1. L’individuazione delle zone vulnerabili viene effettuata tenendo
conto dei carichi (specie animali allevate, intensita’ degli
allevamenti e loro tipologia, tipologia dei reflui che ne derivano
e modalita’ di applicazione al terreno, coltivazioni e
fertilizzazioni in uso) nonche’ dei fattori ambientali che possono
concorrere a determinare uno stato di contaminazione.
Tali fattori dipendono:
– dalla vulnerabilita’ intrinseca delle formazioni acquifere ai
fluidi inquinanti (caratteristiche litostrutturali, idrogeologiche
e idrodinamiche del sottosuolo e degli acquiferi);
– dalla capacita’ di attenuazione del suolo nei confronti
dell’inquinante (caratteristiche di tessitura, contenuto di
sostanza organica ed altri fattori relativi alla sua composizione e
reattivita’ chimico-biologica);
– dalle condizioni climatiche e idrologiche;
– dal tipo di ordinamento colturale e dalle relative pratiche
agronomiche.
Gli approcci metodologici di valutazione della vulnerabilita’
richiedono un’idonea ed omogenea base di dati e a tal proposito si
osserva che sul territorio nazionale sono presenti:
– aree per cui sono disponibili notevoli conoscenze di base e gia’
e’ stata predisposta una mappatura della vulnerabilita’ a scala di
dettaglio sia con la metodologia CNR-GNDCI (Gruppo Nazionale per la
Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche) che con sistemi
parametrici;
– aree nelle quali, pur mancando studi e valutazioni di
vulnerabilita’, sono disponibili dati sufficienti per effettuare
un’indagine di carattere orientativo e produrre un elaborato
cartografico a scala di riconoscimento;
– aree in cui le informazioni sono molto carenti o frammentarie ed
e’ necessario ricorrere ad una preventiva raccolta di dati al fine
di applicare le metodologie di base studiate in ambito CNR-GNDCI.
Al fine di individuare sull’intero territorio nazionale le zone
vulnerabili ai nitrati si ritiene opportuno procedere ad
un’indagine preliminare di riconoscimento, che deve essere in
seguito revisionata sulla base di aggiornamenti successivi
conseguenti anche ad eventuali ulteriori indagini di maggiore
dettaglio.
2. Indagine preliminare di riconoscimento.
La scala cartografica di rappresentazione prescelta e’ 1:250.000 su
base topografica preferibilmente informatizzata.
Obiettivo dell’indagine di riconoscimento e’ l’individuazione delle
porzioni di territorio dove le situazioni pericolose per le acque
sotterranee sono particolarmente evidenti. In tale fase
dell’indagine non e’ necessario separare piu’ classi di
vulnerabilita’.
In prima approssimazione i fattori critici da considerare
nell’individuazione delle zone vulnerabili sono:
a) presenza di un acquifero libero o parzialmente confinato (ove la
connessione idraulica con la superficie e’ possibile) e, nel caso
di rocce litoidi fratturate, presenza di un acquifero a profondita’
inferiore a 50 m, da raddoppiarsi in zona a carsismo evoluto;
b) presenza di una litologia di superficie e dell’insaturo
prevalentemente permeabile (sabbia, ghiaia o litotipi fratturati);
c) presenza di suoli a capacita’ di attenuazione tendenzialmente
bassa (ad es. suoli prevalentemente sabbiosi, o molto ghiaiosi, con
basso tenore di sostanza organica, poco profondi).
d) presenza di situazioni accertate di compromissioni qualitative
delle acque sotterranee dovuta a fattori antropici di origine
prevalentemente agricola o zootecnica.
La concomitanza delle condizioni sopra esposte identifica le
situazioni di maggiore vulnerabilita’.
Vengono escluse dalle zone vulnerabili le situazioni in cui la
natura dei corpi rocciosi impedisce la formazione di un acquifero o
dove esiste una protezione determinata da un orizzonte scarsamente
permeabile purche’ continuo.
L’indagine preliminare di riconoscimento delle zone vulnerabili
viene effettuata:
a) per le zone ove e’ gia’ disponibile una mappatura a scala di
dettaglio o di sintesi, mediante accorpamento delle aree
classificate ad alta, elevata ed estremamente elevata
vulnerabilita’;
b) per le zone dove non e’ disponibile una mappatura ma esistono
sufficienti informazioni geopedologico-ambientali, mediante il
metodo di valutazione di zonazione per aree omogenee (metodo CNR-
GNDCI) o al metodo parametrico;
c) per le zone dove non esistono sufficienti informazioni, mediante
dati esistenti e/o rapidamente acquisibili e applicazione del
metodo CNR-GNDCI, anche ricorrendo a criteri di similitudine.
3 Aggiornamenti successivi.
L’indagine preliminare di riconoscimento puo’ essere suscettibile
di sostanziali approfondimenti e aggiornamenti sulla base di nuove
indicazioni, tra cui, in primo luogo, i dati provenienti da
attivita’ di monitoraggio che consentano una caratterizzazione e
una delimitazione piu’ precisa delle aree vulnerabili.
Con il supporto delle ARPA, ove costituite, deve essere avviata una
indagine finalizzata alla stesura di una cartografia di maggiore
dettaglio (1:50.000-100.000) per convogliare la maggior parte delle
risorse tecnico-scientifiche sullo studio delle zone piu’
problematiche.
Obiettivo di questa indagine e’ l’individuazione dettagliata della
“vulnerabilita’ specifica” degli acquiferi e in particolare delle
classi di grado piu’ elevato. Si considerano, pertanto, i fattori
inerenti la “vulnerabilita’ intrinseca” degli acquiferi e la
capacita’ di attenuazione del suolo, dell’insaturo e
dell’acquifero.
Il prodotto di tale indagine puo’ essere soggetto ad aggiornamenti
sulla base di nuove conoscenze e dei risultati della
sperimentazione.
E’ opportuno gestire i dati raccolti mediante un sistema GIS.
4. Le amministrazioni possono comunque intraprendere studi di
maggior dettaglio quali strumenti di previsione e di prevenzione
dei fenomeni di inquinamento. Questi studi sono finalizzati alla
valutazione della vulnerabilita’ e dei rischi presenti in siti
specifici (campi, pozzi, singole aziende, comprensori, ecc.),
all’interno delle piu’ vaste aree definito come vulnerabili, e
possono permettere di indicare con maggiore definizione le
eventuali misure da adottare nel tempo e nello spazio.
PARTE A III
ZONE VULNERABILI DESIGNATE
In fase di prima attuazione sono designate vulnerabili
all’inquinamento da nitriti provenienti da fonti agricole le
seguenti zone:
– quelle gia’ individuate dalla Regione Lombardia con il
regolamento attuativo della legge regionale 15 dicembre 1993, n.
37;
– quelle gia’ individuate dalla Regione Emilia Romagna con la
deliberazione del Consiglio regionale del 11 febbraio 1997 n. 570;
– la zona delle conoidi delle province di Modena, Reggio Emilia e
Parma.
– l’area dichiarata a rischio di crisi ambientale di cui
all’articolo 6 della legge 28 agosto 1989, n. 305(a) del bacino
Burana Po di Volano della provincia di Ferrara.
– l’area dichiarata a rischio di crisi ambientale di cui
all’articolo 6 della legge 28 agosto 1989, n. 305(a) dei bacini dei
fiumi Fissero, Canal Bianco e Po di Levante (della regione Veneto).
Tale elenco viene aggiornato, su proposta delle Regioni
interessate, sulla base dei rilevamenti e delle indagini svolte.
PARTE A IV
INDICAZIONI E MISURE PER I PROGRAMMI D’AZIONE
I programmi d’azione sono obbligatori per le zone vulnerabili e
tengono conto dei dati scientifici e tecnici disponibili, con
riferimento principalmente agli apporti azotati rispettivamente di
origine agricola o di altra origine, nonche’ delle condizioni
ambientali locali.
1. I programmi d’azione includono misure relative a:
1.1) i periodi in cui e’ proibita l’applicazione al terreno di
determinati tipi di fertilizzanti;
1.2) la capacita’ dei depositi per effluenti di allevamento; tale
capacita’ deve superare quella necessaria per l’immagazzinamento
nel periodo piu’ lungo, durante il quale e’ proibita l’applicazione
al terreno di effluenti nella zona vulnerabile, salvo i casi in cui
sia dimostrato all’autorita’ competente che qualsiasi quantitativo
di effluente superiore all’effettiva capacita’ d’immagazzinamento
verra’ gestito senza causare danno all’ambiente;
1.3) la limitazione dell’applicazione al terreno di fertilizzanti
conformemente alla buona pratica agricola e in funzione delle
caratteristiche della zona vulnerabile interessata in particolare
si deve tener conto:
a) delle condizioni, del tipo e della pendenza del suolo;
b) delle condizioni climatiche, delle precipitazioni e
dell’irrigazione;
c) dell’uso del terreno e delle pratiche agricole, inclusi i
sistemi di rotazione e di avvicendamento colturale.
Le misure si basano sull’equilibrio tra il prevedibile fabbisogno
di azoto delle colture, e l’apporto di azoto proveniente dal
terreno e dalla fertilizzazione, corrispondente:
– alla quantita’ di azoto presente nel terreno nel momento in cui
la coltura comincia ad assorbirlo in misura significativa
(quantita’ rimanente alla fine dell’inverno);
– all’apporto di composti di azoto provenienti dalla
mineralizzazione netta delle riserve di azoto organico presenti nel
terreno;
– all’aggiunta di composti di azoto provenienti da effluenti di
allevamento;
– all’aggiunta di composti di azoto provenienti da fertilizzanti
chimici e da altri fertilizzanti.
I programmi di azione devono contenere almeno le indicazioni
riportate nel Codice di Buona Pratica Agricola, ove applicabili.
2. Le misure devono garantire che, per ciascuna azienda o
allevamento, il quantitativo di effluente zootecnico sparso sul
terreno ogni anno, compreso quello depositato dagli animali stessi,
non superi un apporto pari a 170 kg di azoto per ettaro.
Tuttavia per i primi due anni del programma di azione il
quantitativo di effluente utilizzabile puo’ essere elevato fino ad
un apporto corrispondente a 210 kg di azoto per ettaro. I predetti
quantitativi sono calcolati sulla base del numero e delle categorie
degli animali.
Ai fini del calcolo degli apporti di azoto provenienti dalle
diverse tipologie di allevamento si terra’ conto delle indicazioni
contenute nel decreto del Ministero delle politiche agricole e
forestali di cui all’articolo 38, comma 2 del presente decreto.
3. Durante e dopo i primi quattro anni di applicazione del
programma d’azione le Regioni in casi specifici possono fare
istanza. al Ministero dell’ambiente per lo spargimento di
quantitativi di effluenti di allevamento diversi da quelli sopra
indicati, ma tali da non compromettere le finalita’ di cui
all’articolo 1, da motivare e giustificare in base a criteri
obiettivi relativi alla gestione del suolo e delle colture, quali:
– stagioni di crescita prolungate;
– colture con grado elevato di assorbimento di azoto;
– terreni con capacita’ eccezionalmente alta di denitrificazione.
Il Ministero dell’ambiente, acquisito il parere favorevole della
Commissione europea, che lo rende sulla base delle procedure
previste all’articolo 9 della direttiva 91/676/CEE,b) Puo’
concedere lo spargimento di tali quantitativi.
PARTE B: ZONE VULNERABILI DA PRODOTTI FITOSANITARI
PARTE B I
CRITERI PER L’INDIVIDUAZIONE
1. Le Regioni e le Province autonome individuano le aree in cui
richiedere limitazioni o esclusioni d’impiego, anche temporanee, di
prodotti fitosanitari autorizzati, allo scopo di proteggere le
risorse idriche e altri comparti rilevanti per la tutela sanitaria
o ambientale, ivi inclusi l’entomofauna utile e altri organismi
utili, da possibili fenomeni di contaminazione. Un’area e’
considerata area vulnerabile quando l’utilizzo al suo interno dei
prodotti fitosanitari autorizzati pone in condizioni di rischio le
risorse idriche e gli altri comparti ambientali rilevanti.
2. Il Ministero della Sanita’ ai sensi dell’art. 5, comma 20 del
decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 194(b) su documentata
richiesta delle Regioni e delle Province autonome, sentita la
Commissione consultiva di cui all’articolo 20 dello stesso decreto
legislativo, dispone limitazioni o esclusioni d’impiego, anche
temporanee, dei prodotti fitosanitari autorizzati nelle aree
individuate come zone vulnerabili da prodotti fitosanitari.
3. Le Regioni e le Province autonome provvedono entro un anno,
sulla base dei criteri indicati nella parte B II di questo
allegato, alla prima individuazione e cartografia delle aree
vulnerabili ai prodotti fitosanitari ai fini della tutela delle
risorse idriche sotterranee.
Successivamente alla prima individuazione, tenendo conto degli
aspetti metodologici indicati nella parte B III, le Regioni e le
Province autonome provvedono ad effettuare la seconda
individuazione e la stesura di una cartografia di maggiore
dettaglio delle zone vulnerabili dai prodotti fitosanitari.
4. Possono essere considerate zone vulnerabili dai prodotti
fitosanitari ai fini della tutela di zone di rilevante interesse
naturalistico e della protezione di organismi utili ivi inclusi
insetti e acari utili, uccelli insettivori, mammiferi e anfibi, le
aree naturali protette, o porzioni di esse, indicate nell’Elenco
Ufficiale di cui all’art. 5 della legge 6 dicembre 1991, n. 394(d).
5. Le Regioni e le Province autonome predispongono programmi di
controllo per garantire il rispetto delle limitazioni o esclusioni
d’impiego dei prodotti fitosanitari disposte, su loro richiesta,
dal Ministero della Sanita’. Esse forniscono al Ministero
dell’Ambiente e all’Agenzia Nazionale per la Protezione
dell’Ambiente (ANPA) i dati relativi all’individuazione e alla
cartografia delle aree di protezione dai prodotti fitosanitari.
6. L’ANPA e le Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente
forniscono supporto tecnico-scientifico alle Regioni e alle
Province autonome al fine di:
a) promuovere uniformita’ d’intervento nelle fasi di valutazione e
cartografia delle aree di protezione dai prodotti fitosanitari.;
b) garantire la congruita’ delle elaborazioni cartografiche e
verificare la qualita’ delle informazioni ambientali di base
(idrogeologiche, pedologiche, ecc.).
7. L’ANPA promuove attivita’ di ricerca nell’ambito delle
problematiche relative al destino ambientale dei prodotti
fitosanitari autorizzati. Tali attivita’ hanno il fine di acquisire
informazioni intese a migliorare e aggiornare i criteri di
individuazione delle aree vulnerabili per i comparti del suolo,
delle acque superficiali e sotterranee, nonche’ degli organismi non
bersaglio.
Il Ministero dell’Ambiente provvede, tenuto conto delle
informazioni acquisite e sentita la Conferenza permanente per i
rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento
e Bolzano, ad aggiornare i criteri per l’individuazione delle aree
vulnerabili.
PARTE B II
ASPETTI METODOLOGICI
1. Come per le zone vulnerabili da nitrati anche nel caso dei
fitofarmaci si prevedono due fasi di individuazione delle aree
interessate dal fenomeno: una indagine di riconoscimento (prima
individuazione) e un’indagine di maggiore dettaglio (seconda
individuazione).
2. Indagine preliminare di riconoscimento Per la prima
individuazione delle aree vulnerabili da prodotti fitosanitari si
adotta un tipo di indagine, alla scala di 1:250.000, simile a
quella indicata in precedenza nella Parte A II di questo allegato.
2.1 La prima individuazione delle aree vulnerabili comprende,
comunque, le aree per le quali le attivita’ di monitoraggio hanno
gia’ evidenziato situazioni di compromissione dei corpi idrici
sotterranei sulla base degli standard delle acque destinate al
consumo umano indicati dal D.P.R. 236/88 per il parametro 55
(antiparassitari e prodotti assimilabili).
Sono escluse, invece, le situazioni in cui la natura delle
formazioni rocciose impedisce la presenza di una falda, o dove
esiste la protezione determinata da un orizzonte scarsamente
permeabile o da un suolo molto reattivo.
Vengono escluse dalle aree vulnerabili le situazioni in cui la
natura dei corpi rocciosi impedisce la formazione di un acquifero o
dove esiste una protezione determinata da un orizzonte scarsamente
permeabile, purche’ continuo, o da un suolo molto reattivo.
2.2 Obiettivo dell’indagine preliminare di riconoscimento non e’ la
rappresentazione sistematica delle caratteristiche di
vulnerabilita’ degli acquiferi, quanto piuttosto la individuazione
delle porzioni di territorio dove le situazioni pericolose per le
acque sotterranee sono particolarmente evidenti.
Per queste attivita’ si rinvia agli aspetti metodologici gia’
indicati nella Parte A II di questo allegato.
2.3 Ai fini della individuazione dei prodotti per i quali le
amministrazioni potranno chiedere l’applicazione di eventuali
limitazioni o esclusioni d’impiego ci si potra’ avvalere di
parametri, indici, modelli e sistemi di classificazione che
consentano di raggruppare i prodotti fitosanitari in base al loro
potenziale di percolazione.
3. Aggiornamenti successivi L’indagine preliminare di
riconoscimento puo’ essere suscettibile di sostanziali
approfondimenti e aggiornamenti sulla base di nuove indicazioni,
tra cui, in primo luogo, i dati provenienti da attivita’ di
monitoraggio che consentono una caratterizzazione e una
delimitazione piu’ precisa delle aree vulnerabili.
Questa successiva fase di lavoro, che puo’ procedere parallelamente
alle indagini e cartografie maggiore dettaglio, puo’ prevedere
inoltre la designazione di piu’ di una classe di vulnerabilita’ (al
massimo 3) riferita ai gradi piu’ elevati e la valutazione della
vulnerabilita’ in relazione alla capacita’ di attenuazione del
suolo, in modo tale che si possa tenere conto delle caratteristiche
intrinseche dei prodotti fitosanitari per poterne stabilire
limitazioni o esclusioni di impiego sulla base di criteri quanto
piu’ possibile obiettivi.
3.1 La seconda individuazione e cartografia e’ restituita ad una
scala maggiormente dettagliata (1:50.000-1:100.000):
successivamente o contestualmente alle fasi descritte in
precedenza, compatibilmente con la situazione conoscitiva di
partenza e con le possibilita’ operative delle singole
amministrazioni, deve essere avviata una indagine con scadenze a
medio/lungo termine. Essa convoglia la maggior parte delle risorse
tecnico-scientifiche sullo studio delle aree piu’ problematiche,
gia’ individuate nel corso delle fasi precedenti.
Obiettivo di questa indagine e’ l’individuazione della
vulnerabilita’ specifica degli acquiferi e in particolare delle
classi di grado piu’ elevato. Si considerano, pertanto, i fattori
inerenti la vulnerabilita’ intrinseca degli acquiferi, la capacita’
di attenuazione del suolo e le caratteristiche chemiodinamiche dei
prodotti fitosanitari Ai fini della individuazione dei prodotti per
i quali le amministrazioni potranno chiedere l’applicazione di
eventuali limitazioni o esclusioni d’impiego ci si potra’ avvalere
di parametri o indici che consentano di raggruppare i prodotti
fitosanitari in base al loro potenziale di percolazione. Si cita,
ad esempio, l’indice di Gustafson.
3.2 Le Regioni e le Province Autonome redigono un programma di
massima con l’articolazione delle fasi di lavoro e i tempi di
attuazione. Tale programma e’ inviato al Ministero dell’Ambiente e
all’ANPA, i quali forniscono supporto tecnico e scientifico alle
Regioni e alle Province Autonome.
Le maggiori informazioni derivanti dall’indagine di medio-dettaglio
consentiranno di disporre di uno strumento di lavoro utile per la
pianificazione dell’impiego dei prodotti fitosanitari a livello
locale e permetteranno di precisare, rispetto all’indagine
preliminare di riconoscimento, le aree suscettibili di restrizioni
o esclusioni d’impiego.
Non si esclude, ovviamente, la possibilita’ di intraprendere studi
di maggior dettaglio a carattere operativo-progettuale, quali
strumenti di previsione e, nell’ambito della pianificazione, di
prevenzione dei fenomeni di inquinamento. Questi studi sono
finalizzati al rilevamento della vulnerabilita’ e dei rischi
presenti in siti specifici (campi pozzi, singole aziende,
comprensori, ecc.), all’interno delle piu’ vaste aree definite come
vulnerabili, e possono permettere di indicare piu’ nel dettaglio le
eventuali restrizioni nel tempo e nello spazio nonche’ gli
indirizzi tecnici cui attenersi nella scelta dei prodotti
fitosanitari, dei tempi e delle modalita’ di esecuzione dei
trattamenti.
PARTE B III
ASPETTI GENERALI PER LA CARTOGRAFIA DELLE AREE OVE LE ACQUE
SOTTERRANEE SONO POTENZIALMENTE VULNERABILI
1. Le valutazioni sulla vulnerabilita’ degli acquiferi
all’inquinamento si puo’ avvalere dei Sistemi Informativi
Geografici (GIS) quali strumenti per l’archiviazione,
l’integrazione, l’elaborazione e la presentazione dei dati
geograficamente identificati (georeferenzati). Tali sistemi
permettono di integrare, sulla base della loro comune distribuzione
nello spazio, grandi masse di informazioni anche di origine e
natura diverse.
Le valutazioni possono essere verificate ed eventualmente integrate
alla luce di dati diretti sulla qualita’ delle acque che dovessero
rendersi disponibili.
Nel caso in cui si verifichino discordanze con le previsioni
effettuate sulla base di valutazioni si procede ad un riesame di
queste ultime ed alla ricerca delle motivazioni tecniche di tali
divergenze.
Il quadro di riferimento tecnico-scientifico e procedurale prevede
di considerare la vulnerabilita’ su due livelli: vulnerabilita’
intrinseca degli acquiferi e vulnerabilita’ specifica.
2. I Livello: Vulnerabilita’ intrinseca degli acquiferi.- La
valutazione della vulnerabilita’ intrinseca degli acquiferi
considera essenzialmente le caratteristiche litostrutturali,
idrogeologiche e idrodinamiche del sottosuolo e degli acquiferi
presenti. Essa, e’ riferita a inquinanti generici e non considera
le caratteristiche chemiodinamiche delle sostanze.
2.1 Sono disponibili tre approcci alla valutazione e cartografia
della vulnerabilita’ intrinseca degli acquiferi: metodi qualitativi
metodi parametrici e numerici.
La selezione di uno dei tre metodi dipende dalla disponibilita’ di
dati, dalla scala di riferimento e dalla finalita’ dell’indagine.
2.2 I metodi qualitativi prevedono la zonizzazione per aree
omogenee, valutando la vulnerabilita’ per complessi e situazioni
idrogeologiche generalmente attraverso la tecnica della
sovrapposizione cartografica. La valutazione viene fornita per
intervalli preordinati e situazioni tipo. Il metodo elaborato dal
GNDCI-CNR valuta la vulnerabilita’ intrinseca mediante la
classificazione di alcune caratteristiche litostrutturali delle
formazioni acquifere e delle condizioni di circolazione idrica
sotterranea.
2.3 I metodi parametrici sono basati sulla valutazione di parametri
fondamentali dell’assetto del sottosuolo e delle relazioni col
sistema idrologico superficiale, ricondotta a scale di gradi di
vulnerabilita’. Essi prevedono l’attribuzione a ciascun parametro,
suddiviso in intervalli di valori di un punteggio prefigurato
crescente in funzione dell’importanza da esso assunta nella
valutazione complessiva. I metodi parametrici sono in genere piu’
complessi poiche’ richiedono la conoscenza approfondita di un
elevato numero di parametri idrogeologici e idrodinamici.
2.4 I metodi numerici sono basati sulla stima di un indice di
vulnerabilita’ (come ad esempio il tempo di permanenza) basato su
relazioni matematiche di diversa complessita’.
2.5 In relazione allo stato e all’evoluzione delle conoscenze
potra’ essere approfondito ed opportunamente considerato anche il
diverso peso che assume il suolo superficiale nella valutazione
della vulnerabilita’ intrinseca; tale caratteristica viene definita
come “capacita’ di attenuazione del suolo” e presuppone la
disponibilita’ di idonee cartografie geo-pedologiche.
3. II Livello: Vulnerabilita’ specifica Con vulnerabilita’
specifica s’intende la combinazione della valutazione e cartografia
della vulnerabilita’ intrinseca degli acquiferi con quella della
capacita’ di attenuazione del suolo per una determinata sostanza o
gruppo di sostanze. Questa si ottiene dal confronto di alcune
caratteristiche chemiodinamiche della sostanza (capacita’ di
assorbimento ai colloidi del suolo, resistenza ai processi di
degradazione, solubilita’ in acqua, polarita’, etc.) con le
caratteristiche fisiche, chimiche ed idrauliche del suolo.
La compilazione di cartograie di vulnerabilita’ specifica: deriva
da studi approfonditi ed interdisciplinari e richiede l’uso di
opportuni modelli di simulazione.
(a) in merito all’art. 6 della legge 28 agosto 1989, n. 305 recante
“Programmazione triennale per la tutela dell’ambiente (pubblicato
nella Gazzetta Ufficiale – serie generale – n. 205 del 2 settembre
1989) si riporta il testo dell’arti. 7 della legge 8 luglio 1986,
n. 349 recante istituzione del Ministero dell’ambiente e norme in
materia di danno ambientale (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale –
serie generale – n. 162 del 15 luglio 1986 cosi’ come sostituito
dall’art. 6 della legge 28 agosto 1989, n. 305, nonche’ dal decreto
del Presidente della Repubblica 27 marzo 1992, n. 309 recante
“Regolamento per l’organinazione del servizio per la tutela delle
acque la disciplina dei rifiuti, il risanamento del suolo e la
prevenzione dell’inquinamento fisico e del servizio per
l’inquinamento atmosferico, acustico e per le industrie a rischio
del Ministero dall’ambiente:
“Art. 7 (*) – 1. Gli ambiti territoriali e gli eventuali tratti
marittimi prospicienti caratterizzati da gravi alterazioni degli
equilibri ecologici nei corpi idrici, nell’atmosfera o nel suolo, e
che comportano rischio per l’ambiente e la popolazione, sono
dichiarati aree ad elevato rischio di crisi ambientale, previo
parere delle commissioni parlamentari competenti, con deliberazione
del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro dell’ambiente,
d’intesa con le regioni imteressate. Il predetto parere delle
commissioni parlamentari e’ espresso entro trenta giorni
dall’assegnazione, decorsi inutilmente i quali il Governo procede
alla deliberazione di sua competenza. La dichiarazione avviene
sulla base di una relazione preliminare predisposta dal Ministro
dell’ambiente, tesa ad individuare i fattori di rischio, le
motivazioni dell’opportunita’ e dell’urgenza della dichiarazione.
2. La dichiarazione di area ad elevato rischio di crisi ambientale
ha validita’ per un periodo massimo di cinque anni. Il Ministro
dell’ambiente riferisce annualmente alle competenti commissioni
parlamentari sullo stato di attuazione degli interventi, sugli
effetti relativi alla situazione dell’ambiente nell’area
individuata e, allo scadere del predetto, termine, trasmette una
relazione generale, contenente, in particolare, una descrizione
delle attivita’ svolte dei progetti ed opere intrapresi e
realizzati, nonche’ dello stato dell’ambiente.
3. Qualora sia necessario rinnovare la dichiarazione di area ad
elevato rischio di crisi ambientale, si procede ai sensi del comma
1.
4. Con la deliberazione di cui al comma 1 sono individuati gli
interventi di risanamento, il termine e le direttive per la
formazione di un piano teso ad individuare in via prioritaria le
misure urgenti atte a rimuovere le situazioni di rischio e per il
ripristino ambientale.
5. Il piano, predisposto, d’intesa con le regioni interessate, dal
Ministro dell’ambiente, e’ approvato con decreto del Presidente del
Consiglio dei Ministri, su deliberazione del Consiglio dei
Ministri.
6. Il piano, sulla base della ricognizione degli squilibri
ambientali e delle fonti inquinanti, dispone le misure dirette:
a) a ridurre o eliminare i fenomeni di squilibrio ambientale e di
inquinamento e alla realizzazione e all’impiego, anche agevolati,
di impianti ed apparati per eliminare o ridurre l’inquinamento;
b) alla vigilanza sui tipi e modi di produzione e sull’utilizzanone
dei dispositivi di eliminazione o riduzione dell’inquinamento e dei
fenomeni di squilibrio;
c) a garantire la vigilanza e il controllo sullo stato
dell’ambiente e sull’attuazione degli interventi.
7. Il piano definisce i metodi, i criteri o le misure di
coordinamento della spesa ordinaria dello Stato, delle regioni e
degli enti locali disponibile per la realizzazione degli interventi
previsti. Il progamma triennale indica e ripartisce le risorse
statali disponibili per ciscuna area ad elevato rischio.
8. L’approvazione del piano ha effetto di dichiarazione di pubblica
utilita’, urgenza ed indifferibilita’ delle opere in esso previste.
9. Ai fini dell’elaborazione del piano, il Ministro dell’ambiente,
nei casi di accertata inadempienza da parte delle regioni di
obblighi espressamente previsti, sentita la regione interessata,
assegna un congruo termine per provvedere, scaduto il quale
provvede in via sostitutiva, su deliberazione del Consiglio dei
Ministri.
10. Nei casi di accertata inadempienza da parte degli enti locali
competenti alla realizzazione degli interventi previsti dal piano,
la regione assegna un congruo termine per provvedere, decorso
inutilmente il quale provvede in via sostitutiva.
11. Nell’ipotesi di eservizio dei poteri sostitutivi di cui al
presente articolo, gli oneri derivanti dalla realizzazione e
gestione degli impianti gravano sulle risorse finanziarie, come
definite dal piano”.
(b) Il testo dell’art. 9 della direttiva n. 91/676/CEE del 12
dicembre 1991, concernente la protezione delle acque
dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti
agricole e’ il seguente:
“Art. 9. – 1. La commissione e’ assistita da un comitato composto
dai rappresentanti degli Stati membri e presieduto dal
rappresentante della commissione.
2. Il rappresentante della commissione sottopone al comitato un
progetto delle misure da adottare. Il comitato formula il suo
parere sul progetto entro un termine che il presidente puo’ fissare
in funzione dell’urgenza della questione in esame. Il parere e’
formulato alla maggioranza qualificata prevista all’art. 148,
paragrafo 2 del trattamento per l’adozione delle decisioni che il
Consiglio deve prendere su proposta della commissione. Nelle
votazioni in seno al comitato, ai voti dei rappresentanti degli
Stati membri e’ attribuita la ponderazione fissata nell’articolo
precitato. Il presidente non partecipa al voto.
3. a) La commissione adotta le misure previste qualora siano
conformi al parere del comitato;
b) se le misure previste non sono conformi al parere del comitato,
o in mancanza di parere, la commissione sottopone senza indugio al
Consiglio una proposta in merito alle misure da prendere. Il
Consiglio delibera a maggioranza qualificata;
c) se il Consiglio non ha deliberato entro tre mesi a decorrere
dalla data in cui gli e’ stata sottoposta la proposta, la
commissione adotta le misure proposte, tranne nel caso in cui il
Consiglio si sia pronunciato a maggioranza semplice contro tali
misure”.
(d) il testo dell’art. 5, comma 20, del citato decreto legislativo
17 marzo 1995, n. 194, e’ il seguente:
“Art. 5 (Autorizzazioni di prodotti fitosanitari:
rilascio, rinnovo, riesame, ritiro e modifiche). – (Omissis).
20. Allo scopo di proteggere le risorse idriche vulnerabili o per
altri motivi di tutela sanitaria o ambientale, inclusa la tutela
dell’entomofauna utile e degli altri organismi utili, il Ministro
della sanita’, su documentata richiesta delle regioni o delle
province autonome, sentita la commissione di cui all’art. 20, puo’
disporre limitazioni o esclusioni di impiego, anche temporanee,
nonche’ particolari periodi di trattamento in aree specifiche del
territorio, per prodotti fitosanitari autorizzati; la regione o la
provincia autonoma possono chiedere che propri esperti siano
sentiti dalla commissione”.
(d) L’art. 5 della citata legge 6 dicembre 1991, n. 394, e’ il
seguente:
“Art. 5 (Attuazione del programma; poteri sostitutivi).
– 1. Il Ministro dell’ambiente vigila sull’attuazione del programma
e propone al comitato le variazioni ritenute necessarie. In caso di
ritardi nell’attuazione del programma tali da pregiudicarne
gravemente le finalita’, il Ministro dell’ambiente, sentita la
Consulta, indica gli adempimenti e le misure necessarie e fissa un
termine per la loro adozione decorso il quale, previo parere del
comitato, rimette la questione al Consiglio dei Ministri che
provvede in via sostitutiva anche attraverso la nomina di
commissari ad acta.
2. Il Ministro dell’ambiente provvede a tenere aggiornato l’elenco
ufficiale delle aree protette e rilascia le relative
certificazioni. A tal fine le regioni e gli altri soggetti pubblici
o privati che attuano forme di protezione naturalistica di aree
sono tenuti ad informare il Ministro dell’ambiente secondo le
modalita’ indicate dal comitato.
3. L’iscrizione nell’elenco ufficiale delle aree protette e’
condizione per l’assegnazione di contributi a carico dello Stato”.

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