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Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro...

Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro

(9a) Vedi anche la Legge 10 aprile 1991, n. 125.
IL PRESIDENTE DELLA
REPUBBLICA
La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno
approvato;
Promulga
la seguente legge:
Art. 1
E’ vietata qualsiasi
discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al
lavoro, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia
il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia
professionale .
La discriminazione di cui al comma precedente è
vietata anche se attuata:
1) attraverso il riferimento allo stato
matrimoniale o di famiglia o di gravidanza;
2) in modo indiretto,
attraverso meccanismi di preselezione ovvero a mezzo stampa o con
qualsiasi altra forma pubblicitaria che indichi come requisito
professionale l’appartenenza all’uno o all’altro sesso.
Il divieto di
cui ai commi precedenti si applica anche alle iniziative in materia di
orientamento, formazione, perfezionamento e aggiornamento
professionale, per quanto concerne sia l’accesso sia i
contenuti.
Eventuali deroghe alle disposizioni che precedono sono
ammesse soltanto per mansioni di lavoro particolarmente pesanti
individuate attraverso la contrattazione collettiva.
Non costituisce
discriminazione condizionare all’appartenenza ad un determinato sesso
l’assunzione in attività della moda, dell’arte e dello spettacolo,
quando ciò sia essenziale alla natura del lavoro o della prestazione.
(1a)
(1a) Per la definizione di discriminazione, vedi l’ art. 4, L. 10
aprile 1991, n. 125.
Art. 2
La lavoratrice ha diritto alla stessa
retribuzione del lavoratore quando le prestazioni richieste siano
uguali o di pari valore.
I sistemi di classificazione professionale ai
fini della determinazione delle retribuzioni debbono adottare criteri
comuni per uomini e donne.
Art. 3
E’ vietata qualsiasi discriminazione
fra uomini e donne per quanto riguarda l’attribuzione delle
qualifiche, delle mansioni e la progressione nella
carriera.
(21)
(21)Comma abrogato dall’art. 86, comma 2, lett. b),
D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, a decorrere dal giorno successivo a
quello della sua pubblicazione nella G.U.
Art. 3(20)
E’ vietata
qualsiasi discriminazione fra uomini e donne per quanto riguarda
l’attribuzione delle qualifiche, delle mansioni e la progressione
nella carriera.
Le assenze dal lavoro, previste dagli articoli 4 e 5
della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, sono considerate, ai fini della
progressione nella carriera, come attività lavorativa, quando i
contratti collettivi non richiedano a tale scopo particolari
requisiti.
(20)Testo precedente le modifiche apportate dal D.Lgs. 26
marzo 2001, n. 151.
Art. 4(1)
Le lavoratrici, anche se in possesso dei
requisiti per aver diritto alla pensione di vecchiaia, possono optare
di continuare a prestare la loro opera fino agli stessi limiti di età
previsti per gli uomini da disposizioni legislative, regolamentari e
contrattuali, previa comunicazione al datore di lavoro da effettuarsi
almeno tre mesi prima della data di perfezionamento del diritto alla
pensione di vecchiaia. (2a)
Per le lavoratrici che alla data di
entrata in vigore della presente legge prestino ancora attività
lavorativa pur avendo maturato i requisiti per avere diritto alla
pensione di vecchiaia, si prescinde dalla comunicazione al datore di
lavoro di cui al comma precedente.
La disposizione di cui al primo
comma si applica anche alle lavoratrici che maturino i requisiti
previsti entro i tre mesi successivi all’entrata in vigore della
presente legge. In tal caso la comunicazione al datore di lavoro dovrà
essere effettuata non oltre la data in cui i predetti requisiti
vengono maturati.
Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti si
applicano alle lavoratrici le disposizioni della legge 15 luglio 1966,
n. 604, e successive modifiche ed integrazioni, in deroga all’articolo
11 della legge stessa.
(1)La Corte costituzionale, con sentenza 27
aprile 1988, n. 498, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del
presente articolo nella parte in cui subordina il diritto delle
lavoratrici, in possesso dei requisiti per la pensione di vecchiaia,
di continuare a prestare la loro opera fino agli stessi limiti di età
previsti per gli uomini da disposizioni legislative, regolamentari e
contrattuali, all’esercizio di un’opzione in tal senso, da comunicare
al datore di lavoro non oltre la data di maturazione dei predetti
requisiti.
(2a) Per l’aumento della percentuale annua di
commisurazione della pensione per ogni anno di anzianità contributiva
acquisita per effetto di opzione esercitata ai sensi del presente
articolo, vedi l’ art. 1, comma 3, D.Lgs. 30 dicembre 1992, n.
503.
Art. 5(22)
1. (24)
2. Il lavoro notturno non deve essere
obbligatoriamente prestato:
a) (25)
b) (25)
c) dalla lavoratrice o
dal lavoratore che abbia a proprio carico un soggetto disabile ai
sensi della legge 5 febbraio 1992, n. 104, e successive modificazioni.

(22)Articolo sostituito dall’art. 17, comma 1, L. 5 febbraio 1999, n.
25.
(24)Comma abrogato dall’art. 86, comma 2, lett. b), D.Lgs. 26
marzo 2001, n. 151, a decorrere dal giorno successivo a quello della
sua pubblicazione nella G.U.
(25)Lettera abrogata dall’art. 86, comma
2, lett. b), D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, a decorrere dal giorno
successivo a quello della sua pubblicazione nella G.U.
Art.
5(23)(13)
1. E’ vietato adibire le donne al lavoro, dalle ore 24 alle
ore 6, dall’accertamento dello stato di gravidanza fino al compimento
di un anno di età del bambino.
2. Il lavoro notturno non deve essere
obbligatoriamente prestato:
a) dalla lavoratrice madre di un figlio
di età inferiore a tre anni o alternativamente dal padre convivente
con la stessa;
b) dalla lavoratrice o dal lavoratore che sia l’unico
genitore affidatario di un figlio convivente di età inferiore a dodici
anni;
c) dalla lavoratrice o dal lavoratore che abbia a proprio
carico un soggetto disabile ai sensi della legge 5 febbraio 1992, n.
104, e successive modificazioni.
(23)Testo precedente le modifiche
apportate dal D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151.
(13)Articolo sostituito
dall’art. 17, comma 1, L. 5 febbraio 1999, n. 25.
Art. 5(12)
Nelle
aziende manifatturiere, anche artigianali, è vietato adibire le donne
al lavoro dalle ore 24 alle ore 6. Tale divieto non si applica alle
donne che svolgono mansioni direttive, nonché alle addette ai servizi
sanitari aziendali.
Il divieto di cui al comma precedente può essere
diversamente disciplinato, o rimosso, mediante contrattazione
collettiva, anche aziendale, in relazione a particolari esigenze della
produzione e tenendo conto delle condizioni ambientali del lavoro e
dell’organizzazione dei servizi. Della relativa regolamentazione le
parti devono congiuntamente dare comunicazione entro quindici giorni
all’ispettorato del lavoro, precisando il numero delle lavoratrici
interessate.
Il divieto di cui al primo comma non ammette deroghe per
le donne dall’inizio dello stato di gravidanza e fino al compimento
del settimo mese di età del bambino.
(12)Testo precedente le modifiche
apportate dalla L. 5 febbraio 1999, n. 25.
Art. 6(27)
(27)Articolo
abrogato dall’art. 86, comma 2, lett. b), D.Lgs. 26 marzo 2001, n.
151, a decorrere dal giorno successivo a quello della sua
pubblicazione nella G.U.
Art. 6(26) (3a)
Le lavoratrici che abbiano
adottato bambini, o che li abbiano ottenuti in affidamento
preadottivo, ai sensi dell’articolo 314/20 del codice civile, possono
avvalersi, sempreché in ogni caso il bambino non abbia superato al
momento dell’adozione o dell’affidamento i sei anni di età,
dell’astensione obbligatoria dal lavoro di cui all’articolo 4, lettera
c), della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, e del trattamento economico
relativo, durante i primi tre mesi successivi all’effettivo ingresso
del bambino nella famiglia adottiva o affidataria .
Le stesse
lavoratrici possono altresì avvalersi del diritto di assentarsi dal
lavoro di cui all’articolo 7, primo comma, della legge di cui sopra,
entro un anno dall’effettivo ingresso del bambino nella famiglia e
sempreché il bambino non abbia superato i tre anni di età, nonché del
diritto di assentarsi dal lavoro previsto dal secondo comma dello
stesso articolo 7. (4a)
(26)Testo precedente le modifiche apportate
dal D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151.
(3a) Per l’estensione
dell’applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 6 e 7 della
presente legge anche nel caso di adozione, affidamento preadottivo e
temporaneo, vedi l’ art. 80, L. 4 maggio 1983, n. 184.
(4a) Per
l’estensione dell’applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 6
e 7 della presente legge anche nel caso di genitori di minori con
handicap, vedi l’ art. 33, commi 2, 3 e 4, L. 5 febbraio 1992, n.
104.
Art. 6-bis.(28)
(28)Articolo inserito dall’art. 13, comma 1, L. 8
marzo 2000, n. 53 e, successivamente, abrogato dall’art. 86, comma 2,
lett. b), D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, a decorrere dal giorno
successivo a quello della sua pubblicazione nella G.U.
Art.
6-bis.(29)(14) (11a) (12a)
1. Il padre lavoratore ha diritto di
astenersi dal lavoro nei primi tre mesi dalla nascita del figlio, in
caso di morte o di grave infermità della madre ovvero di abbandono,
nonché in caso di affidamento esclusivo del bambino al padre.
2. Il
padre lavoratore che intenda avvalersi del diritto di cui al comma 1
presenta al datore di lavoro la certificazione relativa alle
condizioni ivi previste. In caso di abbandono, il padre lavoratore ne
rende dichiarazione ai sensi dell’articolo 4 della legge 4 gennaio
1968, n. 15.
3. Si applicano al padre lavoratore le disposizioni di
cui agli articoli 6 e 15, commi 1 e 5, della legge 30 dicembre 1971,
n. 1204, e successive modificazioni.
4. Al padre lavoratore si
applicano altresì le disposizioni di cui all’articolo 2 della legge 30
dicembre 1971, n. 1204, e successive modificazioni, per il periodo di
astensione dal lavoro di cui al comma 1 del presente articolo…

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