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N. 88 ORDINANZA (Atto di promovimento) 4 dicembre 2001. Ordinanza emessa il 4 dicembre 2001 dal tribunale amministrativo regionale della Lombardia sul ricorso proposto dalla Congregazione cristiana dei testimoni di Geova contro comune di Cremona Edilizia e urbanistica - Regione Lombardia - Disciplina urbanistica dei servizi religiosi - Interventi per agevolare la realizzazione di edifici o attrezzature destinati al culto Assegnazioni di contributi alle confessioni religiose presenti sul territorio

N. 88 ORDINANZA (Atto di promovimento) 4 dicembre 2001.

Ordinanza emessa il 4 dicembre 2001 dal tribunale amministrativo
regionale della Lombardia sul ricorso proposto dalla Congregazione
cristiana dei testimoni di Geova contro comune di Cremona

Edilizia e urbanistica – Regione Lombardia – Disciplina urbanistica
dei servizi religiosi – Interventi per agevolare la realizzazione
di edifici o attrezzature destinati al culto Assegnazioni di
contributi alle confessioni religiose presenti sul territorio –
Esclusione dai detti benefici per le confessioni religiose (nella
specie: Congregazione” cristiana dei testimoni di Geova) non
regolate per legge sulla base di intese con lo Stato – Lesione del
principio dell’eguale liberta’ di tutte le confessioni di fronte
alla legge, nonche’ del fondamentale diritto di liberta’ religiosa
– Richiamo alla sentenza della Corte costituzionale n. 195/1993.
– Legge Regione Lombardia 9 maggio 1992, n. 20, art. 1.
– Costituzione, artt. 8, primo comma, e 19.

(GU n. 11 del 13-3-2002)
IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE

Ha pronunciato la seguente ordinanza sul ricorso n. 4316/95 R.G.
proposto dalla “Congregazione cristiana dei testimoni di Geova”, in
persona del presidente p.t., rappresentata e difesa dal prof. avv.
Riccardo Villata, presso il cui studio e’ elettivamente domiciliata,
in Milano, via S. Barnaba n. 30;
Contro il comune di Cremona, in persona del sindaco p.t., non
costituito;
Per l’annullamento del provvedimento 17 agosto 1995 prot.
n. 47389, a firma del dirigente del servizio di edilizia privata,
avente ad oggetto la corresponsione dei contributi per la
realizzazione di opere di urbanizzazione ed attrezzature da parte di
comunita’ religiose, ai sensi della legge regionale Lombardia
9 maggio 1992, n. 20, nonche’ di ogni altro atto preordinato,
connesso e conseguente, comunque lesivo degli interessi dell’istante.
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Vista la mancanza di costituzione in giudizio del comune
intimato;
Vista la memoria prodotta dalla ricorrente a sostegno delle
proprie difese;
Visti gli atti tutti della causa;
Udito alla pubblica udienza del 30 maggio 2001 il relatore ref.
Nicola Russo ed udito il procuratore della ricorrente;
Ritenuto e considerato in fatto ed in diritto quanto segue:

F a t t o

Con ricorso notificato in data 19 ottobre 1995 la “Congregazione
cristiana dei testimoni di Geova” ha impugnato la nota del comune di
Cremona 17 agosto 1995 n. 47389, recante il diniego di assegnazione
della quota di contributo per la realizzazione di opere di
urbanizzazione e di attrezzature da parte delle confessioni
religiose, ai sensi della legge regionale 9 maggio 1992, n. 20.
A sostegno della propria istanza detta Congregazione aveva
richiamato il principio affermato dalla Corte costituzionale nella
sentenza n. 195 del 27 aprile 1993, secondo cui la corresponsione dei
contributi in questione non puo’ essere subordinata dalle leggi
regionali alla condizione che le confessioni religiose che ne
facciano richiesta abbiano regolato i loro rapporti con lo Stato
mediante intese, ai sensi dell’art. 8, comma 3, della Costituzione.
Senonche’ tale rilievo non e’ stato condiviso nell’impugnato
diniego, che ha ritenuto inapplicabile il suddetto principio
affermato dalla Corte costituzionale richiamando il disposto
dell’art. 27 della legge n. 87/1953 sull’individuazione delle
disposizioni legislative illegittime per effetto della pronuncia
incostituzionale.
L’art. 27 della legge n. 87/1953 stabilisce, infatti, che nelle
sentenze di accoglimento la Corte costituzionale, oltre ad indicare,
nei limiti dell’impugnazione, le disposizioni legislative
illegittime, “dichiara altresi’ quali sono le altre disposizioni
legislative la cui illegittimita’ deriva come conseguenza dalla
decisione adottata”.
Alla luce di tale disposizione il comune di Cremona ha, dunque,
escluso che il principio affermato dalla Corte costituzionale, nella
citata sentenza n. 195/1993, con riferimento alla l. r. Abruzzo
n. 29/1988, possa applicarsi anche con riferimento alla l. r.
Lombardia n. 20/1992, stante la mancanza in tal senso di un’espressa
statuizione da parte della Consulta.
Sostiene, invece, la ricorrente Congregazione che per motivi sia
di economia processuale che di giustizia sostanziale la citata
sentenza della Corte costituzionale debba avere efficacia nei
confronti di tutte le situazioni riconducibili sotto la sua sfera di
applicazione, con conseguente illegittimita’ di tutti i provvedimenti
adottati sulla base di disposizioni regionali di contenuto identico a
quello dichiarato incostituzionale.
Cio’ sarebbe dimostrato anche dal fatto che altre amministrazioni
comunali lombarde (comuni di Melzo e di Rho), come documentato dalla
ricorrente (docc. nn. 3 e 4), avrebbero riconosciuto i contributi in
questione disapplicando la normativa regionale in materia.
In via subordinata, la ricorrente Congregazione solleva questione
di legittimita’ costituzionale conseguenziale ai sensi dell’art. 27,
legge n. 87/1953, dell’art. 1 della l. r. Lombardia n. 20/1992, nella
parte in cui afferma lo stesso principio dichiarato illegittimo dalla
Corte costituzionale in relazione all’art. 1 della l. r. Abruzzo
16 marzo 1988, n. 29.
Il comune di Cremona, benche’ ritualmente intimato, non si e’
costituito in giudizio.
Prima dell’udienza di discussione la ricorrente ha depositato una
memoria, con la quale ha ulteriormente ribadito e meglio precisato il
contenuto delle censure di cui all’atto introduttivo.
Alla pubblica udienza del 30 maggio 2001 la causa e’ stata
trattenuta in decisione.

D i r i t t o

Rileva il collegio che la legge 11 marzo 1953, n.87, contenente
norme sul funzionamento della Corte costituzionale, all’art. 27 (sia
pure – in maniera inesatta – con riferimento alle sole decisioni di
accoglimento) stabilisce che la Corte pronuncia “nei limiti
dell’impugnazione” (id est, del ricorso proposto in via principale
ovvero della questione sollevata in via incidentale), cosi’
estendendo ai giudizi di costituzionalita’ delle leggi il principio
del diritto processuale comune della corrispondenza fra il chiesto e
il pronunciato.
Oggetto del giudizio e quindi della decisione (quale che sia)
della Corte possono, dunque, essere soltanto le norme denunziate, in
relazione ai parametri indicati.
Questa regola – la cui rigidita’, peraltro, la Corte ha spesso
temperato, introducendo in via interpretativa nella questione al suo
esame indicazioni normative erroneamente omesse o non esplicitate
nella denunzia – trova un’espressa eccezione nello stesso art. 27
della legge n. 87, secondo cui la Corte, quando dichiara la
illegittimita’ costituzionale di determinate norme, dichiara altresi’
“quali sono le altre disposizioni la cui illegittimita’ discende come
conseguenza dalla decisione adottata”.
Ritiene, al riguardo, il Collegio che, stante il vigente sistema
a giurisdizione costituzionale accentrata, in virtu’ del quale
l’unico organo competente a conoscere delle questioni di legittimita’
costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge dello
Stato e delle Regioni e’ la Corte costituzionale (cfr. art. 134
Cost.), ed in conseguenza del carattere rigido della Costituzione
(cfr. art. 138 Cost.), nel nostro ordinamento il controllo di
costituzionalita’ delle leggi e degli atti, aventi forza di legge,
dello Stato e delle regioni e’ affidato in via esclusiva alla Corte
costituzionale, alla quale, in virtu’ della citata disposizione di
cui all’art. 27 della legge n. 87 del 1953, spetta pure
di individuare “quali sono le altre disposizioni la cui
illegittimita’ discende come conseguenza dalla decisione adottata”.
Cio’, a ben vedere, costituisce un importante limite ai poteri
del giudice, ordinario o speciale, in quanto e’ chiaro che se in un
giudizio sorge un dubbio sulla legittimita’ costituzionale di una
norma di legge (statale o regionale) che dovrebbe trovare
applicazione nel giudizio stesso (il che rende rilevante la
questione) e se la questione non e’ manifestamente infondata, il
giudice deve sospendere il processo e rimettere la decisione sulla
questione alla Corte costituzionale (cfr. art. 134 della Costituzione
e art. 1, legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1), ma non puo’
giudicare la questione di costituzionalita’, essendo questo giudizio
riservato alla Corte costituzionale.
Non puo’, allora, il giudice, come invece asserito dalla
Congregazione ricorrente, procedere alla disapplicazione di norme
legislative vigenti, quand’anche esse siano palesemente in contrasto
con precetti costituzionali e tale contrasto risulti dal fatto che
disposizioni analoghe a quelle formanti oggetto del giudizio siano
state in precedenza dichiarate incostituzionali dalla stessa Corte
costituzionale, in quanto anche la declaratoria di illegittimita’ in
via consequenziale (cosi’ delle disposizioni analoghe, come anche di
quelle esecutive, confermative, applicative o ripetitive: cfr., a
titolo esemplificativo, le decisioni Corte costituzionale n. 113 del
1957; nn. 53 e 54 del 1958; nn. 29 e 73 del 1960; nn. 5, 7 e 128 del
1963; nn. 140 e 205 del 1970; nn. 82 e 110 del 1974; nn. 72, 117 e
139 del 1979; n. 200 del 1986; nn. 270, 502 e 587 del 1988) e’
riservata alla Corte costituzionale; ne’, come vorrebbe la
ricorrente, il giudice, ordinario …

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