Al Made expo 2013 si parla di 'materiali alternativi' | Architetto.info

Al Made expo 2013 si parla di ‘materiali alternativi’

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In occasione di Made expo 2013, pubblichiamo un’intervista tratta dal nostro Focus “Energie rinnovabili in edilizia” (leggi qui), sul tema dei materiali e delle tecnologie “alternative” per la progettazione e l’edilizia e rivolta a due ricercatori ed esperti sulla materia, Alessandro Rogora e Davide Lo Bartolo.

Architetto e professore associato presso il Dipartimento Best del Politecnico di Milano, Rogora ha pubblicato diversi volumi sui temi dell’architettura e della sua relazione con la sostenibilità. Tra essi, “Progettazione bioclimatica per l’architettura mediterranea”, 2012, e “Architettura ambientale”, 2012, con Alessandro Rocca e Luigi Spinelli; mentre è di prossima pubblicazione per Wki Tecnica “Costruire Alternativo. Materiali e tecniche alternative per un’architettura sostenibile”. All’interno del Made expo, Rogora sarà protagonista di due convegni: il primo, dal titolo “Costruire alternativo. Work in progress”, si terrà il prossimo 2 ottobre alle ore 10.00; il secondo, dedicato al tema “L’architettura vegetale e alternativa”, è previsto per il 3 ottobre alle ore 10.00 e vedrà la partecipazione, tra gli altri, di una figura di riferimento del settore quale Marcel Kalberer.

Gli eventi fanno parte delle 35 esercitazioni e incontri tecnici organizzati nello spazio Progettazione e Soluzioni” da Wolters Kluwer Italia in collaborazione con Logical Soft e nello spazio Growing City con Nemeton Network (clicca qui per il programma completo).

 

Da dove nasce l’idea del volume “Costruire alternativo”?

L’idea nasce dalla volontà di dare risposta a una domanda apparentemente molto difficile: è possibile costruirsi una casa di qualità a costi prossimi allo zero? Con questo testo vogliamo dimostrare che, ad esclusione degli impianti tecnici, è possibile realizzare un involucro molto performante a costi estremamente contenuti.

 

Che senso ha nel 2000 costruire utilizzando tecniche alternative e non convenzionali?

Costruire in bambù, costruire con sacchi riempiti di sabbia, costruire utilizzando terra, balle di paglia, bottiglie vuote, copertoni usati, vasetti di yogurt e contenitori in Tetra Pak: tutto ciò, a prima vista, può apparire una scelta un po’ folkloristica rispetto alle più tradizionali e rassicuranti tecniche costruttive consolidate. Bisogna tuttavia considerare gli effetti che ha sull’ambiente una costruzione tradizionale in calcestruzzo, vetro, acciaio e derivati del petrolio. Ricordiamo infatti che più del 40% dei consumi di energia hanno a che fare con il mondo delle costruzioni.

L’utilizzo di tecniche costruttive non convenzionali in edilizia non porta necessariamente a prestazioni diverse e inferiori rispetto a quelle fornite nelle costruzioni correnti e anzi, potrebbe stupire l’alta qualità tecnologica che può essere raggiunta con soluzioni tecniche inusuali.

Certamente non si può generalizzare: occorre selezionare i materiali, organizzarne la modalità di utilizzo e metterli a sistema per ottenere dei risultati positivi; tutto ciò comporta di certo uno sforzo reale e intellettuale maggiore che affidarsi all’inerzia dell’abitudine. Crediamo comunque si possa rimanere stupiti dalle potenzialità a cui il corretto impiego di questi “nuovi” materiali possa portare e addirittura sbalorditi dalla qualità e dalle prestazioni di molti edifici realizzati con queste tecniche.

 

Che effetto induce sulle persone l’uso di materiali e tecniche non convenzionali e quali risultati estetici ci si aspetta da costruzioni realizzate con soluzioni tecniche alternative?

Questi materiali e queste tecniche costruttive “insolite” tendono a riportare il progetto verso una dimensione più vicina ai bisogni della gente e spesso riescono a promuovere la partecipazione degli abitanti al processo costruttivo attraverso momenti di auto-costruzione partecipata.

Dal punto di vista del linguaggio architettonico sarebbe interessante verificare le relazioni che intercorrono tra l’uso di nuovi (o antichi) materiali e le forme costruite. Riteniamo infatti ci sia molto su cui lavorare in questa direzione per liberare tali architetture dall’immagine caotica, disordinata e di necessità (ricoveri provvisionali, bidonville, ecc.), a cui l’uso di materiali di recupero ci ha abituato. Costruire con materiali e tecnologie alternative prima che qualificarsi come un problema tecnologico deve essere accettato a livello di immaginario collettivo. L’immagine estetica è paradossalmente il problema più impegnativo da risolvere nelle costruzioni di questo tipo, in quanto si svolge in un ambito non verificabile quantitativamente. Da un lato, è necessario dimostrare come, essendo gli oggetti di scarto composti da materiali come tutti gli altri, sia possibile realizzare edifici apprezzabili con prestazioni e qualità estetiche molto elevate; dall’altro, è fondamentale una crescita culturale, per riconoscere il valore dell’inusuale, del frammento, della sorpresa, dell’inaspettato rispetto allo standard, al normale, all’abitudinario.

 

Cosa si intende nel concreto per materiali alternativi?

Possiamo definire con il termine “alternativi” i materiali estranei alla filiera edilizia tradizionale. Possono quindi considerarsi tali i materiali “lontani” dalla nostra specifica cultura del costruire ma che sono invece usuali in contesti culturali diversi dal nostro; un caso esemplificativo a questo riguardo è la terra cruda che da secoli viene diffusamente utilizzata in aree geografiche molto differenti tra di loro. Scegliere materiali e tecniche alternative significa, di norma, rompere una pratica consolidata e codificata, imporre al costruttore nuove e diverse regole di comportamento, azzerare le competenze delle maestranze e richiedere una loro partecipazione e coinvolgimento alle scelte di progetto.

Per il progettista ciò significa riappropriarsi faticosamente del ruolo di organizzatore/gestore del processo costruttivo, processo che deve essere attentamente e completamente comunicato agli operatori; questo può voler dire quindi rischiare, faticare e – a volte – anche sbagliare. Significa inoltre accettare il rischio di maestranze che affrontano i problemi del cantiere riportandoli alla propria esperienza ricordando però che, in questo caso, “trasgressioni” anche apparentemente piccole (errori di valutazione o libere interpretazioni delle modalità di posa) possono risultare pericolose per gli effetti potenziali sulla qualità e a volte sulla stessa stabilità dell’edificio.

Negli ultimi anni il termine alternativo ha assunto sempre più una valenza modaiola e un poco radical-chic, magari legata a sbiadite immagini New age degli anni ’70. L’idea di alternativo, inteso come trasgressivo (di norma meglio se solo moderatamente trasgressivo), è del tutto estranea agli obiettivi di questo lavoro che cerca invece di descrivere le potenzialità e i benefici legati all’uso di materiali e tecniche costruttive improprie (in quanto estranee al mondo delle costruzioni).

In questo senso bisogna necessariamente prendere in considerazione un’organizzazione atipica del lavoro, immaginando una struttura del processo di costruzione differente da quella convenzionale. Ciò significa scegliere di condurre il cantiere in modo non usuale, e ciò riguarda le imprese (per esempio per motivi tecnici, ma anche di motivazione delle maestranze), la diversa formazione degli operatori, la selezione dei macchinari di cantiere, la gestione del magazzino, la definizione delle squadre, dei modi e dei tempi di lavoro, fino alla modifica parziale o totale delle sequenze costruttive. In un cantiere convenzionale nessuno immaginerebbe di costruire prima il tetto e poi le fondazioni delle strutture di sostegno eppure, in alcuni rari casi, può essere necessario procedere proprio così.

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