La Biennale di Architettura, dal 1975 a oggi | Architetto.info

La Biennale di Architettura, dal 1975 a oggi

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La sezione Architettura dell’ente La Biennale risale alla seconda metà degli anni Settanta, quando vengono organizzate, in varie sedi, nonché in maniera discontinua e disomogenea, alcune mostre e iniziative. Nel 1975, sotto la direzione di Vittorio Gregotti, si discute del futuro del mulino Stucky. L’anno successivo e nel 1978 si raggruppano alcune mostre, tra cui quella sul Werkbund, sul razionalismo in Italia durante il fascismo e su Ettore Sottsass.

Dal 1979 la direzione passa a Paolo Portoghesi, e la chiatta ancorata durante l’inverno alla punta della Dogana, che sorregge il fortunatissimo edificio ligneo del Teatro del mondo, progettato da Aldo Rossi, annuncia nel 1980 la prima edizione della Mostra internazionale di architettura. La celebre formula portoghesiana della “Presenza del passato”, con l’allestimento della Strada novissima all’interno delle Corderie dell’Arsenale, sarà assunta dalla storiografia architettonica come epifania del postmodernismo internazionale.

Da allora le mostre avrebbero dovuto rispettare la cadenza biennale, ma ciò non sempre è avvenuto, soprattutto a cavallo degli anni Novanta. Nel 1982 lo sguardo è rivolto alle realizzazioni nei paesi islamici, mentre nel 1985, sotto la direzione di Aldo Rossi, si sfrutta la rassegna per bandire un concorso di idee sulla riqualificazione o realizzazione ex novo di una serie di progetti per siti lagunari o dell’immediato entroterra veneto.

La quarta Mostra, l’anno seguente, è dedicata a Hendrik Petrus Berlage. La quinta, diretta da Francesco Dal Co nel 1991, è nuovamente un contenitore di eventi, tra cui spiccano i progetti del concorso per il nuovo Padiglione Italia, appositamente bandito tre anni prima. Da allora i direttori si sono avvicendati a ogni edizione: Hans Hollein nel 1996 dedica la sesta alla produzione di alcuni architetti ritenuti “sismografi” del futuro e pronti per essere incensati sull’altare del nascente star system; Massimiliano Fuksas nel 2000 richiama all’ordine (nel titolo, piuttosto che non nei fatti) gli architetti in direzione dell’etica, a detrimento dell’estetica; Deyan Sudjic nel 2002 passa in rassegna il «next», ovvero i progetti, elaborati dalle star, di imminente realizzazione.

Kurt Forster nel 2004 incentra la mostra sulle innovazioni portate dai nuovi materiali e dall’informatica e “Metamorph” offre una sfilata di narcisismo formalista. Nel 2006 Richard Burdett punta a un salto di scala rivolgendo l’attenzione alla metropoli e al rapporto tra urbanizzazione e società, mentre nel 2008 Aaron Betsky accende polemiche proponendo un’osservazione emozionale dell’architettura, oltre la dimensione fisica degli edifici. Nell’edizione 2010, la giapponese Kazuyo Sejima promette un ritorno alla riflessione sulla natura sociale dell’architettura e alla sua responsabilità nel configurare una via d’uscita alla crisi. Una promessa messa a dura a prova dall’estemporaneità spettacolare che caratterizza ormai le grandi mostre di architettura, facendoci perdere il filo del discorso. Filo perso anche dall’installazione di Junya.ishigami+associates. ”Architecture as Air: Study for Château” premiata con il Leone d’Oro, crollata a causa del passaggio di un gatto. In occasione dell’ultima edizione di due anni fa David Chipperfield con Common Ground propone di celebrare le “idee condivise piuttosto che la creazione individuale”, per comprendere come 2il lavoro degli architetti incide sulla società, al di là dei personali percorsi professionali”.

 

 

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