Stephane Malka è un architetto. Ma anche un visionario. Secondo Malke per guarire la città occorre un'architettura pensante.
I suoi straordinari progetti sono nati sui muri, l'architetto francese infatti, prima di intraprendere gli studi presso la scuola di Parigi-La Villette (iniziati autonomamente nella sua casa a Marsiglia), ha utilizzato per circa 10 anni la tecnica dei murales. Dopo ha intrapreso la carriera da professionista nello studio di Jean Nouvel.
In questi anni Malka ha sviluppato una visione della città vitale, reattiva, sostenendo l'effervescenza collettiva e l'uso pubblico degli spazi.
Dal progetto pensato per i binari della stazione della metropolitana di Parigi Barbès Rochechouart, dove un assemblaggio di elementi prefabbricati in calcestruzzo semplice, diventano moduli collegati gli uni agli altri e fissati alle travi del viadotto, a progetti che mirano a rivoluzionare anche grandi monumenti. Nel progetto di Barbès Rochechouart l'allineamento dei blocchi crea diversità spaziale, mentre l'unificazione protegge l'opera d'arte e crea una forte interiorità. Tuttavia, le aperture laterali permettono l'entrata della luce, inattesa e dal basso. Questa sorta di galleria risponde alla sfida di affrontare spazi trascurati, generando un luogo singolare e uno spazio culturale spontaneo.
Altro grande esempio dell'opera di Malke e l'arco della Défense di Parigi: una spettacolare ipotesi di colonizzazione dello spazio. Centinaia di piccole e squadrate abitazioni per immigrati, rifugiati, dimostranti, hippy, utopisti, anarchici invadono il paesaggio, quasi come se si trattasse di una sorta di
architettura parassita, che risponde però all'esigenza di creare un nuovo scenario sociale e architettonico, basato sulla modularità.
La metodologia di Malke promuove la partecipazione pubblica come un atto di resistenza contro le restrizioni urbane. Si tratta di una colonizzazione di spazi pubblici trascurati.
Una serie di soluzioni che toccano l'artistico, l'archiettonico e il sociale.
A.U.